Recensioni / Miles Davis, il Quintetto Perduto e altre rivoluzioni

È davvero triste scrivere queste righe con il cuore gonfio per la recente notizia della scomparsa di Chick Corea. Al di là dell'immensa perdita per la comunità musicale tutta, tale mancanza diventa ancor più dolorosa nel leggere le pagine di questo Miles Davis, il Quintetto Perduto e altre rivoluzioni di Bob Gluck, terzo volume della collana Chorus della benemerita casa editrice marchigiana Quodlibet, di cui abbiamo già recensito i volumi dedicati rispettivamente all'Art Ensemble of Chicago ed a Jelly Roll Morton. Gluck, che ha alle spalle studi rabbinici e pure una certa rilevanza come storico del jazz, indaga su un quintetto di Davis che non ha lasciato tracce discografiche "intenzionali", cioè in studio. A memoria mia ci rimangono il live della JMY, Paraphernalia, registrato alla'Salle Pleyel' di Parigi il 3 Novembre del 1969 e pubblicato nel 1992 e The LostQuintet della Sleepy Night Records uscito due anni fa e composto da quattro tracce provenienti dal concerto tenuto al 'De Doelen' di Rotterdam, sei giorni dopo il concerto parigino. Ma al di là di questa mancanza oggettiva dal punto di vista documentale, quel combo è stato, nei fatti, il laboratorio segreto della ri-costruzione/de-costruzione del lessico, della sintassi e della grammaticajazzistica. Anzi di tutta la musica degli anni posteriori al 1969. Anno in cui il gruppo s'è formato, sviluppato ed estinto. Di quel lost quintet ne facevano parte, oltre all'immenso Miles, anche Wayne Shorter, il mestamente citato Chick Corea, Dave Holland e Jack DeJohnette. Dell'esigua esistenza del quintetto Gluck coglie alcune linee guida che diventano una sorta di sfondo integratore per analizzare a dovere un'esperienza dalla quale ne derivarono altre. E tutte di pregnanza rilevante. A partire già dai successivi gruppi davisiani. In particolare quello che vedeva insieme Jarrett e Corea. Nel volume su di esso così si esprime BarryAltschul: "(...) Da quella formazione ho sentito venir fuori alcune delle musiche più libere". Tale libertà, già ampiamente presente nel combo perduto, procedeva dai flirt compositivi e di sound che albergavano l'interiorità di quel leader e dei suoi pards (termine bonelliano) nei confronti delle avanguardie colte ed extracolte del periodo. Uno dei rivoli più ricchi e fantasiosi in cui si diramò quel fermento creativo furono i Circle, quartetto che il compianto Corea e Holland costituirono insieme al già allora luminoso sassofonista Anthony Braxton ed a un batterista allora centrale nello sviluppo ritmico-coloristico del suo strumento, ovvero il succitato Altschul. Ma viene altresì indagata l'avventura del Revolutionary Ensemble del violinista Leroy Jenkins, completato dal contrabbassista Sirone (all'anagrafe Norris Jones) e dal batterista multidimensionale Jerome Cooper, che nacque come uno dei frutti più succosi dell'AACM (la Association for the Advancement of Creative Musicians di cui facevano parte Braxton e DeJohnette) e smosse le acque della scena della composizione istantanea facendo proprie, seppur filtrandole, alcune istanze del perduto quintetto davisiano (osare sempre e suonare col trasporto dettato dallo stream of consciousness). V'è pure un interessante capitolo che narra di un luogo, il quartiere di Chelsea tra la 14th e la 2gth street del West Side di Manhattan, che (stando a quanto narrato dal sassofonista Dave Liebman) fu luogo d'incontro, di confronto e di scontro de/tra i musicisti più fertili e creativi del periodo. Tra loro il chitarrista John Abercrombie, i batteristi Bob Moses, Lenny White ed Al Foster, i sassofonisti Michael Brecker e Bob Berg, il pianista George Cables, il contrabbassista Ron McClure ed il trombettista Randy Brecker. Ma emergono da quel maelstrom storicamente irripetibile figure altrettanto significative come Wadada Leo Smith (che in seguito rileggerà più volte il periodo elettrico di Miles all'interno di suoi ben mirati progetti solisti), Sam Rivers, George Lewis ed il collettivo Musica Elettronica Viva (ossia i pianisti Frederic Rzewski e Alvin Curran ed il tastierista Richard Teitelbaum, ai quali si aggiungeva spesso il sassofonista Steve Lacy). II periodo elettrico del Dark Magus, come ben si sa, ebbe inizio con un album seminale come Bitches Brew a cui è dedicato un capitolo del libro. Altri due capitoli, in appendice, indagano invece sul settetto di Davis che realizzò le registrazioni al Fillmore East nel 1970 e sul modo di eseguire le loro composizioni da parte dei Circle (il cui Paris Concertè un disco imprescindibile). Ma colpisce pure quanto il ribollire socio-politico ed i suoni della civiltà urbana industrializzata diventassero pre-testo nello sviluppo della scrittura e dell'improvvisazione dei gruppi che i componenti di quel quintetto portarono successivamente avanti. Poche ma di assoluta rilevanza le foto presenti, che ci restituiscono il clima e gli umori sulla scena e della scena. Impeccabile la cura del testo da parte di Claudio Sessa e la traduzione di Giuseppe Lucchesini. Libro che conferma l'eccellenza assoluta di questa collana.

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