Recensioni / Il critico senza mestiere

Berardinelli. Scrivere di letteratura ma senza investire su alcun autore

Dal postmoderno alla mutazione, le prove di un saggista classico ma alle prese con le aporie del suo tempo

A un certo punto del suo dialogo con Emanuele Zinato, dice Alfonso Berardinelli di non essere portato a parlare dl sé: «Non prendo abbastanza sul serio le mie emozioni». Spiegazione ambivalente: nel doppiare l'understatement e insieme smentirlo (la mia storia è priva d'interesse, ma solo io mi posso permettere di valutarla), con quello che è a tutti gli effetti un giudizio critico (lo stesso che, dopo un libro di versi uscito da Mondadori, gli deve aver imposto di non più scrivere poesie). Proprio la parola critico lega fra loro i titoli di due libri autoriassuntivi che non si possono non leggere, malgrado tutto, come autobiografici (Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, pp. 418, euro 28 e Alfonso Berardinelli il critico come intruso, a cura di Emanuele Zinato, Le Lettere, pp.248, euro 19,50).
Se come critico valutassi il loro autore – sulla base dei suoi giudizi, graduatorie e canoni (come quello del 2001 sulla più recente poesia)  – non potrei che constatare come sia quello dal quale mi sento più distante.
Ma è da un quarto di secolo che Berardinelli dice di essere, in realtà, un Critico senza mestiere. Cioè senza autori: dopo essersi molto pentito di aver scritto una monografia sul suo secondo maestro, Franco Fortini (parricidio rituale perpetrato con: Stili dell'estremismo, pamphlet compreso nel volume Quodlibet). Ma chi scrive di letteratura senza investire su alcun autore non si definisce un critico: bensì semmai (ce l'ha insegnato lui stesso) un saggista.
Sia quando si traveste da critico «monografico» sia quando usa i singoli autori come casi cioè sintomi di una temperie culturale (come quando pretende di stroncare Heidegger in dieci pagine e Derrida in tre), il Berardinelli che dagli Anni Ottanta a oggi abbiamo letto come un maestro è in realtà uno scrittore che parla del mondo mediante la letteratura. Cioè appunto un Saggista. In quanto tale, di gran lunga il migliore oggi in circolazione. (Per convincersene basta confrontare la sua scrittura prodigiosa – nella cadenza perentoria quanto, insieme, ondeggiante di sfumature ­­– con quella anodina di qualche suo discepolo.) Un paio dl esempi. Elémire Zolla è «una specie di Arbasino della mistica, che invece di percorrere tutte le superfici, percorre tutte le profondità» (se una delle leggi del saggista è il forsteriano Only connect qui è corretto dalla vis satirica di Karl Krauss: anziché illuminare l'uno e l'altro, li dissacra). Oppure: «I romanzi si moltiplicano perché non abbiamo mai saputo che cos'è un romanzo e anche perché il romanzo sia classico che d'avanguardia è finito» (sua tipica strategia retorica è enunciare il paradosso col tono gnomico del luogo comune; sostiene Zinato che sia un erede di Pasolini, e lo è davvero: proprio per il suo rovesciare anche il paradosso, alla maniera di Scritti corsari).
Idolo polemico prediletto, il postmoderno. Se oggi Berardinelli si dice convinto che questo tempo è finito (annunciando, con formula ancora pasoliniana, un'imprecisata età della «Mutazione»), e se i suoi strali più avvelenati sono indirizzati ai suoi più tipici rappresentanti (in primis Umberto Eco, babau della modernità) in realtà tutta la sua polemica (contro le avanguardie, contro le ideologie, contro insomma quelle che Lyotard definì le «grandi narrazioni» della modernità) è perfettamente interna al postmoderno. Quando in un aforisma dell'86 capovolge una celebre formula marxiana dicendo «Finora i filosofi si sono preoccupati di trasformare il mondo, ma ora si tratta di capirlo», non fa che scolpire l'ideologia del tempo in cui mi sono formato. Nel più bello di questi saggi splendono, rivelatorie nella loro rarità, pagine autobiografiche in tutto degne di un saggista classico alle prese, però, con le aporie del nostro tempo. Commentano una frase di Kierkegaard, il quale confessa «ribrezzo» per il «docente»: contrapposto da un lato al «popolo», dall'altro a «quei pochi che veramente sono al servizio dell'idea o che stanno ancora più in alto al servizio di Dio».
Al modo di Petrarca sul Ventoso, racconta Berardinelli che meditare quelle parole lo convinse a dimettersi (con decisione che fece rumore) dall'Università. A mia volta, per quel che vale, qui ho finalmente capito perché mi riesca impossibile concordare con chi, pure, tanto ammiro. Al pari di alcuni suoi autori (da Elsa Morante a Pasolini sino a don Milani) Berardinelli si rivela, qui, un vero aristocratico: populista e snob. Un dandy, o un rabbi – come ha definito il suo primo maestro, Giacomo Debenedetti – ma, per così dire, d'en bas (molto chic la favola d'identità, narrata a Zinato, delle origini proletarie). Mentre alla mia natura desolatamente media risulta inconcepibile rinunciare alla - così poco geniale – trasmissione del sapere. Il dandy, il sacerdote, certo l’ammiriamo. Ma non possiamo seguirlo: noi che rimaniamo a terra.