Recensioni / Il mondo fantastico di Max Ernst

È uscito da pochi mesi il numero 42 della collana Riga della casa editrice Quodlibet dedicato all'imprevedibile ed eccentrico artista Max Ernst. Un volume a cura di Elio Grazioli e Andrea Zucchina li, che raccoglie e traduce alcuni testi rari dell'artista membro del gruppo Dada e tra i fondatori, nonché tra i più acuti interpreti della stagione europea del Surrealismo. Un lavoro prezioso e utile per approfondire l'enigmatico artista che ha fornito strumenti tecnici e nuove visioni all'arte del novecento. Collage, frottage, grattage sono solo alcune delle tecniche rinnovate e messe a punto da Ernst con cui ha elaborato originali immagini divenute icone di uno sguardo mentale senza confini, capace di suggestionare l'osservatore immergendolo nell'inqueto enigma onirico combinandolo con una visione irreale per quanto credibile. Il sostanzioso volume (p. 398, € 24.00) ripubblica inoltre articoli e brevi saggi dei critici che meglio ne hanno letto e interpretato l'opera, oltre un'iniziale sezione con gli omaggi di grandi letterati e poeti coetanei di Ernst tra cui, Paul Èluard, André Breton, Benjamin Pèret. Quest'ultimo in particolare ritrae poeticamente l'artista nel 1923, alla stessa maniera dei suoi spiazzanti dipinti ricordando come aveva: «le orecchie di un'ostrica e i suoi capelli danzavano nella schiuma quando le bianche rocce evaporavano al passaggio delle mosche. Aveva gli occhi blu come olive aveva olive nere come il suo ventre e chiedeva ai camini il segreto del fumo». Anche Louis Aragon gli dedica nel 1926 una "poesia d'amore e sangue" mentre Paul Èluard scrive numerosi versi in stile surrealista che arricchiscono i suoi cataloghi di mostra. Omaggio di poeti ad un artista esso stesso poeta, che ama spesso raccontarsi come in Note per un'autobiografia o in Autofoto in cui confessa che: «dipinge più per pigrizia e tradizioni millenarie che per l'amore dell'arte». Il volume, dopo una breve biografia cronologica, raccoglie interviste e testi di Ernst in cui è possibile frugare tra la mente labirintica di colui che secondo Dall seppe esprime in un titolo: La rèvolution la nuit , l'essenza stessa del Surrealismo. Un libro che affronta da più parti la complessa figura di Ernst omaggiandone di fatto l'illimitata fantasia, l'originale creatività nella ricchezza di temi e le spontanee soluzioni tecniche, elementi che fanno in modo che ancora oggi si rimanga stupefatti davanti a una sua opera.
Rimane dunque un piacere leggere i suoi testi frugare tra le sue convinzioni anche in riferimento stretto al Surrealismo, considerato quale atto di liberazione dalle rigidità schematiche del sapere, dei ricordi e di tutto ciò che rimane racchiuso in una consuetudine descrittiva. Ogni opera ci appare come un processo originario, volto ad assottigliare quella umana distanza tra la percezione esteriore del mondo e il sentire interiore dell'artista. Riferimenti alla fisica atomica del tempo riverberano nei suoi scritti volti a superare le dualità percettive in un'attualità di pensiero che appare stupefacente. Dei suoi commentatori più illustri è utile rileggere le considerazioni critiche di Joe Bousquet, che nel 1950 riprendendo in mano le confessioni dell'artista editate nel 1936, in cui riconosce come egli ha scosso l'intuizione collettiva della società, lasciando capire come l'uomo vive in una grande illusione del reale: «un mondo di pregiudizi e di convenzioni che trova nei nostri sguardi ogni occasione per addomesticarci». Non si può in fondo non essere d'accordo con la definizione che lo stesso ne propone, di un artista che «affascina la memoria, l'immaginazione l'amore per le cose che ognuno senza di lui avrebbe visto». Il ruolo iniziatico di Ernst e del Surrealismo in genere per tutta la cultura visiva del novecento, rimane tuttavia ancora inesplorato, ma le stesse convinzioni dell'artista, rimarcati già negli anni settanta da Lévi-Strauss, che considera l'artista solo un meccanico dell'arte, che assiste alla magia di far affiorare reperti non falsificati di ciò che giace nell'inconscio, sono l'incipit per gli sviluppi successivi dell'espressionismo astratto americano, l'informale europeo e anche per tanta parte della stagione successiva di ritorno all'immagine e performativa degli anni sessanta-settanta. L'interrogativo che sorge, e che rimane tuttavia insoluto, è come in Italia non ci sia stato un convinto interesse verso il Surrealismo e dunque come sia possibile che un artista esplosivo come Ernst non abbia avuto la considerazione che altri paesi gli resero. Viene da chiedersi cioè come sia stato possibile che la critica anche, la più accorta a cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, non abbia considerato con determinazione questo artista. Eppure le persone e gli strumenti c'erano, tuttavia l'ufficialità del tempo, da Longhi che non ne coglie le qualità pittoriche, ad Argan che non ne valuta l'acutezza speculativa, nè tantomeno Arcangeli che avrebbe potuto disvelarne gli stati psicologici, non é riuscita ad apprezzare il suo lavoro e quello degli altri membri del gruppo. Solo pochi outsider in primis Roberto Sanesi e Emilio Tadini rimangono intimamente legati al mondo surreale e fantastico negli anni Cinquanta che insieme ad Arturo Schwarz a Milano e L'Attico di Sargentini, ne colsero la potenza del movimento facendosi portavoce della seconda ondata surrealista che in Italia ebbe certo maggior attenzione seppure sempre confinata in piccoli circuiti. A conclusione del libro si segnala una serie di contributi innovativi per qualità e temi di ricerca che affrontano Ernst da più parti, indagando attraverso le sue opere gli interessi botanici, geologi, astronomici, antropologici e linguistici sezionando analiticamente la costruzione delle sue opere in un percorso di conoscenza dettagliato del suo mondo fantastico.