Recensioni / Dalla via Emilia a San Pietroburgo di Tiziano Bisi

Dalla via Emilia a San Pietroburgo di Tiziano Bisi edito da Quodlibet è un libro autobiografico nel quale l’autore racconta i suoi viaggi in pullman più recenti. È un viaggio sentimentale in luoghi lontani e affascinanti che l’autore ripercorre insieme al lettore. Tiziano Bisi ci accompagna in un percorso suggestivo alla riscoperta del mistero che avvolge i luoghi e le città che lo hanno incantato.
Dalla via Emilia a San Pietroburgo di Tiziano Bisi è un libro affascinante che coglie il lettore impreparato. Non è una guida per i turisti fai-da-te, nè una guida ragionata. È un viaggio sentimentale che parte dall’animo umano per fare esperienza di ciò che di nuovo e bello il mondo ha da offrirci. È un viaggio intimo quello di Bisi, un percorso interiore, quasi spirituale che scaturisce ad ogni tappa e in ogni luogo visitato.
Il libro inoltre, è una miniera di informazioni sulla cultura e la letteratura dei Paesi visitati, un immersione in usi e costumi lontani dai nostri e per questo ricchi di fascino. Il libro è certamente la lettura ideale per chi ama viaggiare e concepisce il viaggio come un’esperienza emotiva e di crescita interiore.
Ho avuto il piacere di intervistare l’autore, che ci ha svelato risvolti interessantissimi legati alla sua esperienza e che saranno certamente motivo di riflessione per tutti i lettori.

Dalla via Emilia a San Pietroburgo di Tiziano Bisi: intervista all’autore

Dalla via Emilia a San Pietroburgo è un viaggio che parte dall’Italia e arriva in Russia. Lei ama particolarmente l’Europa dell’Est, possiamo dire che il suo romanzo è un libro autobiografico?
Si, completamente autobiografico. Come lo sono i libri di viaggio che amo: “On the road” di Jack Kerouac, “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Celine, “Sentieri nel ghiaccio” di Werner Herzog, “L’anima delle città” di Jan Brokken e tutti i racconti di Paolo Rumiz. Anche io, come loro, ho messo tutto me stesso nel mio libro. Si tratta quindi di un libro di viaggio “filosofico”, in cui c’è un lasciarsi andare all’introspezione. Allo scavo dentro al sé. Dopotutto, io viaggio per sentirmi vitale. Per elevarmi. Per conoscere me stesso aggredendo il mondo intorno.
Dopo avere viaggiato, coast to coast , via terra, per gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America, l’Europa del sud, centrale e del nord, ho attraversato in treno tutto l’est Europa da Varsavia fino all’estremità più orientale, fino a Vladivostok, sul mar del Giappone.
Dalla via Emilia a San Pietroburgo racconta i miei viaggi in pullman più recenti, quelli compiuti decine di volte da Bologna e lungo la via Baltica fino a Varsavia, Riga e poi a Narva e a San Pietroburgo, dove ho vissuto per otto anni continuativamente; per poi proseguire in treno ben oltre il Circolo Polare Artico fino Murmansk, Teriberka e ritornare poi in Italia in pullman e in treno via Kiev e Budapest.

Il narratore fa tappa in diverse città. Ce n’è una che ama particolarmente?
Sicuramente San Pietroburgo e Budapest, ho vissuto e lavorato a lungo in entrambe e ci sono arrivato tante volte sempre via terra, viaggiando su treni, pullman e in auto. Amo l’atmosfera visionaria, mistica, di queste due città. Che è come se si nascondessero dagli sguardi dei loro abitanti, rifugiandosi dietro alle pesanti coltri delle nebbie autunnali. E d’inverno, seppellendosi sotto quelle colossali nevicate. E come abbagliate da luci irreali, quasi diaboliche, d’estate. Questo accade soprattutto a San Pietroburgo, durante le notti bianche. Quando è così difficile addormentarsi perché, come scrisse Iosif Brodskij, in quel sonno, ogni sogno «sarà sempre inferiore alla realtà».

Dalla via Emilia a San Pietroburgo è un viaggio continuo tra la gente di città e culture diverse. Perché il protagonista sente il bisogno di spostarsi continuamente? C’è un significato, una ragione dietro il suo perenne peregrinare?
Io, con Seneca e con Nietzsche, sento una forte necessità di rischiarla questa vita, per renderla ancora più desiderabile. L’“incertezza” può essere la parola chiave del libro e del mio viaggiare. Per me viaggiare significa fare esperienza. Perché “ripeness is all”, “la maturità è tutto”, così diceva il Re Lear di Shakespeare e così lo citava Cesare Pavese in epigrafe a “La luna e i falò”.
Si tratta di un viaggio privo di finalità economiche, un viaggio contrario alla mentalità imperante di questo homo economicus che non muove un dito se non ne ricava un beneficio.
Il libro parla anche di questa umanità attuale che ha dimenticato quale sia il senso più profondo della vita. Una umanità che è come se fosse già morta, che è come se non fosse mai esistita. Una umanità che ha chiuso il cuore, che ha spezzato il legame con il Divino, che pensa solo a lavorare per accumulare denaro, per procurarsi benefici materiali, proprietà terrene.

Il viaggio è anche una grande opportunità per raccontare la storia e la letteratura di un popolo. C’è un autore della letteratura russa ad esempio che ama particolarmente?
Sicuramente Dostoevskij. Le idee i pensieri che emettiamo permangono a lungo, anche per secoli, nell’etere e così a San Pietroburgo tutti i pensieri dei grandi letterati che vi hanno abitato, Gogol, Dostoevskij, Anna Achmatova, Blok, Majakovskij, Dovlatov, Brodskij, sono ancora lì e sono loro che mi hanno attirato a sé come un magnete potentissimo.
Il mio punto di vista nella narrazione è come se fosse il punto di vista del sognatore delle Notti bianche di Dostoevskij. C’è un flusso di coscienza, un fiume di parole che anche io, come il sognatore , devo riversare fuori per non soffocare, un fiume che rompe gli argini e inonda il lettore
San Pietroburgo per me è la città di Raskolnikov. Anche io, come Raskolnikov non mi interesso di ciò che in un dato momento interessa a tutti. Il suo delitto è un gesto di protesta contro l’anormalità dell’ordinamento sociale. Il mio non è un delitto, ma un viaggio che diventa soggiorno.

Tra le varie tappe del narratore c’è anche Varsavia. Cosa ha lasciato al protagonista quel viaggio?
Varsavia è per me un luogo dove fermarmi qualche giorno e da dove poi ripartire per la Russia o per l’Italia. Varsavia mi fa pensare alla Seconda Guerra Mondiale, al film “Il Pianista” di Roman Polanski, con la Sinagoga, il ghetto e quella Piazza del mercato che fu completamente rasa al suolo dai nazisti e che poi venne ricostruita grazie ai disegni di Bernardo Bellotto, pittore veneziano nipote del Canaletto.

Ci può dare qualche informazione in più per incuriosire i lettori e invogliarli all’acquisto del libro?
Si tratta di un libro che piace agli amanti dei libri di viaggio e ai curiosi della cultura e della vita nell’est Europa. Lo stile narrativo è frizzante, musicale, quasi un free jazz. È il risultato dei miei tanti anni trascorsi chinato sui libri in qualità di lettore e di amante delle ”belle lettere”. È ricco di note storiche, letterarie e di vita quotidiana. Una vita vera, vissuta, con tanti amori, amicizie, sarcasmi e giudizi pungenti sugli uomini e sugli italiani che vivono all’estero.