Recensioni / Il consiglio

Come accostarsi ai classici della filosofia senza porsi sotto l’egida del paradigma della differenza ontologica? Un convincente tentativo in questa direzione è stato compiuto da Gianni Carchia in La favola dell’essere. Commento al “Sofista” (ed. Quodlibet, pp. 208, L. 26.000) seguito dal testo platonico nell’esemplare traduzione di Emidio Martini. Il dialogo viene articolato come un incalzante “gigantomachia sull’essere” che ha il duplice scopo di distinguere il filosofo dal sofista e di prendere le distanze anche dall’ontologia eleatica, riconoscendo l’esistenza del non-essere inteso come differenza dall’identità monolitica e cogente dell’essere. Carchia ci restituisce il piacere del testo platonico, evitando ogni forzata attualizzazione e mostrando come la dottrina delle idee non sia una fuga dall’esperienza, come la trama dell’essere sia precaria, intrisa di apparenze, esposta alla sfida della contingenza. Non viene dunque consumato un cruento parricidio di Parmenide, quanto scoperta la produttività conoscitiva del non-essere, la sua feconda alterità.