Recensioni / Recensiones - Fernando Pessoa, Teoria dell’eteronimia

Fernando Pessoa, sublime poeta di un’opera in frammenti, è stato uno degli straordinari profeti dell’esistenza. Autore di centinaia di articoli e di migliaia di brevi proposizioni narrative, fautore del Modernismo portoghese e dell’avanguardia letteraria del ‘900 – autore di prose fulminanti, ellittiche, insondabili –, è riconosciuto, insieme a Kafka e ad Ezra Pound, come genio sovversivo dell’identità, del senso del mondo e della modernità.
Antonio Tabucchi, fenomenale esegeta del poeta su impulso di Luciana Stegagno Picchio, filologa e docente di letteratura portoghese a Pisa, vi si riferisce nella selezione di poesie raccolte per Adelphi insieme alla compagna e curatrice Maria José de Lancastre, come la circoscrizione di un arcipelago da viaggiare e scoprire. Dall’invenzione di quella terra impervia emerge la scrittura quotidiana e misteriosa del poeta che svela ad ogni parola la necessità del sentire, prima e al di qua di ogni argomento, descrizione, spiegazione.
Del genio forse si può condividere una delle molte lande insediate tra le acque oceaniche della creazione. Pur in un’occasione momentanea quell’abitare avrà la forza magica di alterare lo sguardo del lettore, conducendolo in un luogo tanto più estraneo quanto più conosciuto: le vie e la vita della Lisbona novecentesca, ritratta in prosa nella guida turistica del 1925, sottotitolo Quello che il turista deve vedere, e molto più nelle due composizioni Lisbona revisited del ’23 e del ’26; la triste contemplazione della vita da una posizione marginale e assoluta; la preveggenza del senso segreto delle cose in cui si incontrano l’anima e il sogno; l’altitudine di un pensiero tanto più limpido quanto più basso e comune.
Quella creata da Pessoa è terra d’approdo di una traversata, la crociera del tramonto diretta in nessun luogo che, come in Opiario, dal canale di Suez dovrebbe giungere in Europa in cui «nulla mi lega a nulla». D’altra parte «...vedo che io sono molti in ciò che informe sono», perchè viaggiare è perdere paesi, essere un altro di continuo, «perseguendo la mancanza di ogni scopo».
È questo il Sensazionismo, uno dei movimenti sperimentali che Pessoa organizzò tra gli anni ’10 e ’20 dello scorso secolo, ruotanti intorno a varie riviste, «Portugal futurista», «Orpheu», la più importante, il cui catalogo è nel primo dei due volumi di Una sola moltitudine che raccoglie gran parte dell’opera del poeta insieme alle Poesie di Fernando Pessoa.
Seguendo il tracciato critico elaborato negli anni da Tabucchi ci si orienta seguendo la linea magica tra sé e l’altro da sé, passando la quale si incontrano i nomi. Eteronimia è creazione di vite di scrittori, poeti, pensatori, distinti da Pessoa secondo estetica e stile, ognuno autore di prose e di poemi.
Dunque la teoria dell’eteronimia, come recita questa raccolta curata da Vincenzo Russo e prefata da Fernando Cabral Martins sulla base dell’edizione portoghese del 2012, racconta gli aspetti e le forme del passo al di là da fare per creare vite fittizie che sono più reali rispetto a quelle della finzione quotidiana. In una famosa lettera del 1935 (Pessoa muore il 30 novembre in ospedale per una crisi epatica forse dovuta all’alcool) all’amico Adolfo Casais Monteiro scrive che l’origine degli eteronimi sta nella tendenza organica alla spersonalizzazione e alla simulazione.
Si inizia così: «Non so chi sono, che anima ho...mi sento multiplo. È la migliore condizione di partenza, si è spinti a rendere simultanee le sensazioni, a non ridurle in azioni e a non associare idee». Allora si generano profili compiuti in biografie che accompagnano la vita, dall’infanzia alla scadenza finale: Chevalier de Pas che a cinque anni scrive lettere al poeta; Karl P. Effield, autore di The Miner’s Song, prima poesia inglese pubblicata nel 1903; Horace James Faber, autore del primo racconto poliziesco; Alexander Search, autore di una gran quantità di testi inglesi risalenti all'infanzia del poeta a Durban; Vicente Guedes che diverrà autore del Libro dell'inquietudine, in seguito riferito al quasi-eteronimo Bernardo Soares.
Delle centinaia di nomi fittizi qui ne sono raccolti 46. La lettura eventuale di quei profili obbligherà ad entrare nel mistero dell’invenzione costeggiando la pratica del poeta. Definitosi isterico-nevrastenico, nazionalista mistico, “medium di sé”, cristiano gnostico, oppositore alla dittatura di Salazar (ripudiò una terribile giustificazione del regime scritta nel ’26), Pessoa trovò posto nella differenza tra pseudonimia ed eteronimia. L’inventore di nomi “altri” concepisce personaggi diversi dall’autore, con vite indipendenti di cui si ricostruiscono, a differenza dello psudonimo, la biografia e il pensiero.
Questo senso palese dei nomi presso l’autore sembra ottenere lo stato alto e folle dell’«io sono tutti i nomi» pronunciato da Nietzsche. E non solo per assonanza, ma per l’esito della scrittura in cui dalla fine del XIX secolo si dissolvono l’autore, la coscienza, il romanzo e le morali. Kafka, Joyce, Walzer, Bernhardt, Kraus, Borges precedono, scrivendola, l’imponente débacle del senso che Walter Benjamin, Blanchot, Foucault e Roland Barthes avrebbero indicato come soglia attuale del pensiero. Dopo l’esplosione della forma-romanzo a fine Ottocento, sparsi pensieri in polvere si addensano in un testo che lungi dal costituire il referente narrativo della vita rifrangono i molti io estranei all’essere che parla e che scrive.
Troppi nomi, comunque. Nomi su nomi, nomi reali e veri nomi di finzione dipanano il tempo nell’indicare genesi e fuga finale del tramonto. E la linea di fuga tra questo e l’altro mondo conduce il lettore a perdersi nello spazio senza dimensioni delle immagini sognate.
Il disegno del molteplice è condensato in Finzioni dell'Interludio – Prefazione. Bernardo Soares, quasi-eteronimo perché dice all’orecchio di Pessoa i movimenti dell'esistenza in Rua do Douradores, «scrive con lo stile che buono o cattivo, è il mio»; invece Álvaro de Campos, eminente generazione del magister Alberto Caeiro, trascura il portoghese e tende all'intimità chiusa del poeta decadente; mentre Ricardo Reis, il più “pagano” dei tre eteronimi maggiori, è un classicista che canta la fugacità del tempo con uno sforzo lucido e disciplinato.
Per tutti i nomi la generazione è astrologica secondo l’azione delle influenze che Pessoa studiò lungamente. Nelle Pagine esoteriche di filosofia ermetica il poeta dischiuse il vero senso, antico, di quel sapere superiore che la modernità ha ridotto a superstizione: il simbolo è la lingua della verità, l’interpretazione viene dopo. Uomini-fuoco, terra, acqua e aria, il cui artefice è Alberto Caeiro, sono effetti di verità liberi dall’io e dalla realtà. Poeta e maestro d’occultismo, di Caeiro «non si può raccontare nulla, dato che non c’è nulla da raccontare». Questo vuoto è il suo essere. Egli appare interiormente in un giorno trionfale del marzo ’14 e sarà autore della raccolta Il guardiano di greggi, composta di getto al momento dell’illuminazione. Retrocedendo si incontra Antonio Mora, generato la prima volta in Na casa de saude de Cascais ove è descritto come «uno dei pazienti più originali del manicomio». Il contenuto del suo delirio è il rifiuto della civiltà moderna e del cristianesimo organizzato a fini politici e l’elogio dell’antichità e della religione greca.
In un frammento del ’30 il poeta scrive che la creazione di Caeiro e dei discepoli Reis e Campos sembra uno scherzo dell’immaginazione, ma non lo è. È un atto di magia intellettuale che si compie con estrema concentrazione in una quarta dimensione. Si legga la composizione dei saperi superiori nelle pagine esoteriche, magia, alchimia, mistica. La pratica del sogno ad esempio è l’esercizio di stato psichico in cui il distacco dal mondo lascia al vuoto di dissolvere il discorso della ragione in favore della sensazione. Così, «sono come una stanza con numerosi specchi fantastici che distorcono in falsi riflessi un’unica realtà centrale... Come il panteista si sente onda e astro e fiore, io mi sento veri esseri». Di chi queste parole se non di un mistico che rischia il sogno, dapprima come sostituto eccellente della realtà, quindi come visione reale delle nostre veglie, e ancora come le infinite trasformazioni del volere in non-volontà?
Per questo la ragione è un moto dell’anima. La realtà è sentire la vita nel tedio e nella leggerezza piena di cose che hanno cessato l’assedio. Ma più di tutto, del mutarsi delle paure in nuvole sfilacciate, raggi di sole sull’asfalto di pioggia, impeto di improvvisa felicità per la solitudine cercata e acquisita, per essere poveri, nudi, raffinati.
Il sognatore raffinato dell’inquietudine, molto più abissale di quanto si immagina, è colei o colui che si è disfatto del sogno mediocre, quello che vuole, che pretende, che desidera a sua immagine. Così giunge a dissolversi l’opera, e soprattutto il nome. «E così, fare arte mi sembra... una missione più terrribile da dover compiere con difficoltà, monasticamente...». Così, scrivere della scrittura, della molteplicità di stili, è praticare l’estraneità a sé, l’Oltre qui e ora.
Una volta immessi in questa plaga le cose divengono episodi di un romanzo al quale assistere. Solo così «possiamo vincere la malizia dei giorni e i capricci del successo». Al grande poeta Sà-Carneiro, suicida a Parigi, una volta disse: vorrei essere io, io solo una civiltà, ed egli rispose – credo che lei lo diventerà. «Le parole erano di un amico e l’occasione scherzosa. E solo così potevano esser pronunciate tali parole».
L’ironia in Pessoa è un esercizio spirituale. Spia moventi e tic, voci e andature per annegare la modernità nelle ipocrisie e negli odi, nelle ingiunzioni e negli sbandieramenti del “popolo”. Il banchiere anarchico è il resoconto di dottrine terribili in forma di racconto intellettuale, racconto che mostra come la propaganda produce tirannìa. Vi si oppone la mistica che esaurisce la parola. «Nulla che valga la pena di esprimere resterà un giorno da esprimere; sarebbe contro la natura delle cose...». Tutta una vita può a volte entrare in una poesia di otto versi.
D’altra parte il fuoco che arde sotto la cenere della vita urbana occidentale, e ancor più sotto la terrra oceanica di Lisbona dorata, ha da bruciare scuole, orientamenti, ismi ed enti che finiscono con isti, affinchè ognuno sia molti; per smetterla con la prima persona singolare; con l’apologia dei forti; per farla finita con versi preconfezionati dell’Ispirazione spicciola. Il vento che orienta l’incendio, quello dei deboli e dei non-eroi ulula: – creare è liberarsi! creare è sostituirsi a se stessi! creare è disertare!
L’inoperosità è eccesso del sé dissolto, di cui peraltro non si smette di pronunciare l'apologia. Se questo è nichilismo la parola di Pessoa è nell’artista, nel filosofo, nell’alchimista «che deve sintetizzare tutta un’epoca per vivere oltre di essa».
Non si creda che questa estetica dell’impermanenza non sia dolorosa; né che sia irragiungibile la santità quotidiana che consiste nell’indifferenza al progresso, al potere e alle verità proclamate. In Impermanence, Walt Whitman è il magnifico poeta che racchiude in sé i tempi moderni, dall’occultismo all’ingegneria, perché adora la Natura non come ambiente ma come intarsio dell’anima. Sofferenza ben maggiore provocherà invece la lettura dell’esasperata Stazioni della Via Crucis IV, laddove «È l’amore che è essenziale». Qui, al cuore della poesia «ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso».
Libero, ferito, provato, «anche in me è domenica» si dice nel Libro dell’inquietudine – viatico per un cuore «che va in una chiesa che non sa dov’è, e va vestito con un abito di velluto-fanciullo, con il volto arrossato dalle prime impressioni». Mantenersi in quella potenza d’essere è il dono più grande della scrittura.
Spogli di tutto, non si è mai svegli e, dice un frammento del ’31, il sogno e la vita sono forse mescolate, «da cui il mio essere cosciente si forma per interpenetrazione». Non si dia però troppa importanza ai sogni, che in tal caso si fanno reali e perdono «il diritto assoluto alla nostra delicatezza».
Si dirà allora che non c’è evoluzione ma viaggio, che la poesia non può subire critica (letteraria o filosofica non importa), piuttosto disagio dell’interpretazione; e che per essere impersonata, come accadde a Tabucchi, non è suscettibile di replica che la trasformi in oggetto letterario. Vi si salva la finzione. Essere nudo non vuol dire essere catturato dal senso. E se i molti nomi in cui ci si forma derivano dal «forte tratto di isteria che c’è in me», la simulazione toglie all’analisi il suo compito, come in Opiario: «ho pianto lacrime vere». Forse ciò significa non insistere con la vita se vivere è essere un altro, – giacchè «il mio proposito è stato la finzione di ciò che io non ero»; fino a diventare una vita letta, sentire senza volerlo per poter scrivere di averlo sentito.
«Ho sondato me stesso. E la sonda è caduta». Eraclito è qui ma corroso dal nulla. Beata inoperosità di un’anima che scrive come fosse inchiostro. Agli inizi del secolo si viveva nella soglia tra Dio e l’Umanità, a differenza della «maggior parte dei giovani che ha abbandonato Dio per l’Umanità», per la sua morale bugiarda, il suo progresso di massa, i suoi ideali di Libertà e Uguaglianza corrotti. Mantenersi nella soglia è tenersi nella potenza d’essere in cui si “fa” la rinuncia e la contemplazione. Il distacco segue «alla solennità di tutti i mondi». Se si raggiunge, si dice in un frammento del Libro dell'inquietudine, si è al riparo non solo dal mondo ma anche da sé stessi, perché si è vinto ciò che fuori è il contrario: la norma, il nostro nemico.