Recensioni / Louis Armstrong, Un lampo a due dita. Scritti scelti, Quodlibet 2021.

Che Louis Armstrong fosse uno scrittore prolifico era già chiaro dalle autobiografie (ben due!) la prima delle quali, Swing That Music, risale addirittura al 1936, quando il trombettista aveva solo 35 anni, anche se era già una stella di prima grandezza dello showbiz americano. In entrambi i libri la prosa “ripulita” lasciava al lettore smaliziato il sospetto di un aiuto consistente da parte della casa editrice nella scrittura, o quanto meno di un editing pesante.

Era nato in una famiglia povera, con la sola madre, l’adorata May Ann, impegnata a mantenere lui e la sorella; in questa situazione un Louis bambino aveva dovuto saltare la scuola per lavorare, facendo l’aiutante di una famiglia di straccivendoli e carbonai. Non avendo ricevuto un’istruzione decente, Armstrong non poteva vantare una scrittura corretta, e quindi un “aiutino” da parte degli editori era il minimo sindacale. Un lampo a due dita, con la traduzione di Giuseppe Lucchesini, raccoglie invece una selezione scelta di scritti di Armstrong, conservati nella sua casa-museo di Corona, sobborgo nel Queens di New York, dove Satchmo ha vissuto per anni con l’ultima moglie, Lucille.

A distanza di diversi anni dalla scomparsa di Satchmo, l’esistenza dei suoi taccuini, battuti a macchina alla velocità di “un lampo”, è stata rivelata al mondo dal critico Gary Giddins e nel 1999, grazie al lavoro certosino di ricerca di Thomas Brothers, una selezione assemblata con un rigido metodo filologico è stata messa a disposizione del pubblico; ora disponibile in italiano grazie a Quodlibet, una casa editrice che sta diffondendo nel nostro Paese opere imprescindibili legate alla musica nera, come le storiche memorie e registrazioni di Jelly Roll Morton per la Biblioteca del Congresso raccolte da Alan Lomax.

Un lampo a due dita ci permette di leggere pagine non censurate, scritte di pugno dal trombettista. La prosa ironica e il flusso ininterrotto, poco ligio alle regole della grammatica, come per miracolo ci donano la possibilità di sentire la voce roca di Armstrong mentre racconta ora sugosi aneddoti dei suoi stellari anni Venti nella Chicago ruggente e arrembante di Al Capone, ora i tour mondiali, ora il ricordo struggente della sua New Orleans. Come nota Stefano Zenni nella prefazione all’edizione italiana: «è stato uno dei più grandi cantanti del XX secolo: giocare con le parole era parte primaria del suo lavoro».

Questi scritti scelti di Armstrong inquadrano la figura di Satchmo come fenomeno multimediale, a suo agio negli studi discografici, sul palco, sul set cinematografico o…nelle librerie. Il curatore Thomas Brothers osserva giustamente nell’introduzione Swingare scrivendo a macchina: «…È interessante il fatto che Armstrong collochi la sua autobiografia sullo stesso piano delle registrazioni, delle performance radiofoniche e dei film. L’approccio multimediale con cui gli entertainer si presentavano al pubblico giunse al suo acme negli anni Quaranta, e l’hobby di Armstrong, la scrittura, gli diede così un ulteriore vantaggio».

Brothers delinea un personaggio pienamente inserito nei meccanismi dell’industria culturale americana, perfettamente conscio dei suoi meccanismi e capace di muoverne a proprio vantaggio le leve, anche quella della costruzione di una personalità tagliata su misura per il mondo dello spettacolo. In una lettera del 1941 al critico e organizzatore Leonard Feather compare una richiesta precisa rivolta al suo manager Joe Glaser: approntare arrangiamenti dei suoi brani di successo che il pubblico ascolta nei jukebox e vuole sentire riprodotti fedelmente dal vivo. Armstrong sta già prefigurando la performance come replica esatta della canzone incisa. «…Di tutti i dischi che io e la band facciamo dovrebbero esserci degli arrangiamenti da mandare poi a me…Perché la gente ascolta questi pezzi su questi apparecchi…E naturalmente quando vengono alle mie serate da ballo chiedono quei pezzi…».

Attraverso il pirotecnico stile di scrittura questi taccuini ci mostrano il dietro le quinte del pensiero di Armstrong e sconfessano una volta di più il falso mito di un ingenuo zio Tom, geniale alla tromba, ma sempliciotto nella vita. Il libro porta documentazione fresca al contributo di Armstrong ai fatti di Little Rock, quando denunciò lo scarso impegno del governo nel perseguire l’integrazione razziale nelle scuole boicottata dal Governatore dell’Arkansas Orval Faubus. L'azione diretta verso il presidente Eisenhower in persona fu condotta sui giornali, ma anche tramite un telegramma privato, ed è stata sviluppata in maniera tutt’altro che ingenua. Armstrong sapeva come parlare ai media e lo dimostra nelle pagine del libro quando spiega come si sia ben tenuto distante dall’affrontare il tema marijuana. È notorio che ne facesse frequente uso e fosse convinto dei suoi effetti benefici, come traspare negli scritti privati, ma lucidamente capiva che, dopo essersi costruito la maschera di intrattenitore bonario, non doveva rendere pubblico questo pensiero. Un lampo a due dita è una lettura stimolante e divertente, da accompagnare ascoltando le registrazioni degli Hot Five e Seven di Louis Armstrong, quelle che hanno introdotto il jazz nel regno dell’immortalità.

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