Recensioni / Fellini, l'aldilà e il ritorno del sogno

Nel "Viaggio di Mastorna" un mondo alternativo alla quotidianità

Finalmente possiamo leggere come un romanzo Il viaggio di G. Mostorna di Federico Fellini (editore Quodlibet), sceneggiatura dl un famoso film che non esiste, perché non fu mai realizzato. La storia è presto detta: un aereo in volo è costretto a un atterraggio di fortuna in un luogo imprecisato; i passeggeri, tra cui li violoncellista Giuseppe Mastorna, credono di essere salvi, invece sono morti e faranno fatica a capire che quella strana città piena dl chiese e l'hotel che li ospita si trovano esattamente nell'aldilà, nonostante le apparenze un po’ squallide del paesaggio. In un momento dl disperata lucidità, Mastorna esclama: «E' questo il regno di Dio? Non è possibile! (...) non è possibile che la morte sia questa!».
A leggere la bella postfazione dl Ermanno Cavazzoni al Viaggio di Fellini (introdotto da Vincenzo Mollica), viene un po’ di nostalgia per quei romanzi che raccontavano un altro mondo (l'aldilà o la follia), alternativo allo stato delle cose in cui viviamo (o tentiamo di vivere) la nostra quotidianità. Siamo infatti accompagnati in sottofondo da un gigantesco racconto iperrealistico, ma come ha scritto sabato su Tuttolibri Andrea Cortellessa, tutti questi reportage che pensano dl restituirci il mondo e la società, finiscono spesso per fotografare un paese che non c'è, una realtà virtuale, finta, inautentica, nostalgica; e in opposizione a questo «mare dell'oggettività» (come lo definiva un tempo Calvino) il sentimento più efficace rimane la vecchia indignazione.
Cavazzoni passa in rassegna alcuni «purgatori» letterari del Novecento, un secolo in cui «si incomincia a vivere, come se non si morisse, una vita tutta al presente, perché all'inferno, per caso ci fosse, ci si penserà poi; e il paradiso invece meglio anticiparlo qui in terra, potendolo, ad esempio in qualche isola corallina del Sud Pacifico, per le due settimane di ferie ogni anno». Resta un «medio regno» privo di trascendenza e in penombra, un purgatorio in cui vaghiamo senza meta e in cui approdiamo senza rendercene ben conto. L'esempio massimo di questo passaggio indolore in un altro mondo purgatoriale è Il processo di Kafka, dove «non c'è quella netta distinzione tra un prima e un dopo (tra la vita e la morte)»: perché nell'aldilà ci siamo già immersi, ci viviamo già, è un purgatorio a portata di mano. A testimoniarlo ci sono anche diversi romanzi italiani - comici, barocchi, tragici, allegorici - usciti tra gli Anni 60 e ‘70: per esempio, Il serpente di Luigi Malerba, Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli, Le stelle fredde di Guido Piovene. Ai quali si potrebbero aggiungere, oltre al Mastorna di Fellini, i «mondi alternativi» di Guido Morselli (Dissipatio H.G.) e alcuni racconti stralunati e paradossali dello stesso Cavazzoni: compreso quel Poema dei lunatici che piacque tanto al grande regista. Resta il fatto che negli ultimi tempi non ci sono opere significative che raccontino un'altra dimensione. Eppure è un tipo di letteratura che appartiene al Dna italiano (se, oltre a Dante, Ariosto e Boiardo dicono ancora qualcosa) e che ultimamente è rimasto sommerso dall'alta marea dell'oggettività. Ma per fortuna se ne vedono all'orizzonte i segni di un ritorno.