Recensioni / Il film mai girato da Fellini faceva iniziare la vita dal suo vero inizio

Scrive un regista a un produttore: "Gli ambienti principali possono essere: aeroporti, stazioni ferroviarie, metropolitane, porti di mare, strade di città modernissime e molto antiche, distese paludose, il mare, i quartieri di Roma, New York, Amsterdam, Berlino, il Vaticano, paesetti laziali, Venezia". Parole (e location) che fanno immaginare budget stratosferici, gravati da tutte le complicanze che solitamente accompagnano la lavorazione di un film. Come se non bastasse, il regista confessa di non avere ancora le idee chiare sul finale. La lettera, firmata da Federico Fellini e indirizzata a Dino De Laurentiis, riguarda il celebre film mai girato, del cinema italiano e non solo: "II viaggio di G. Mastorna”. La sceneggiatura risale al 1965, il regista sognò di fare il film per quasi trent'anni, ci fu una guerra giudiziaria con relativo sequestro di beni, alla fine la superstizione ci mise il suo zampino: il film parla dell'aldilà, se dopo molti tentativi non riesce ad arrivare sugli schermi, meglio non sfidare la sorte. Il violoncellista G. Mastorna – precipita con l’aereo in un luogo imprecisato, per ritrovarsi in un mondo che somiglia tanto al nostro, non fosse che sono tutti già morti, e per divertirsi si buttano giù dalle finestre come in una gara di tuffi, tanto si muore una volta soltanto – esiste solo in un fumetto di Milo Manara, in un documentario girato da Fellini medesimo per una TV americana, e nella sceneggiatura originale (Fellini in collaborazione con Dino Buzzati e Brunello Rondi) ora pubblicata da Quodlibet, a cura di Ermanno Cavazzoni.
Come tutti gli scritti sull'aldilà, anche "Il viaggio di G. Mastorna" parla dell'aldiqua. E' un monumentale "appunto per il dopo” che disegna un Inferno – o un Purgatorio, su questo non c'è accordo – completo di tutto. Anche di salette cinematografiche. La programmazione è un pochino limitata, almeno per i nostri gusti. “Cosa danno?” chiede uno spettatore. G. Mastorna risponde “La mia vita”. Il film è muto, un pianista avventizio si offre di accompagnare le immagini: “La musica aiuta sempre, lei lo sa meglio di me, è una gran ruffiana”.
Parte la musichetta, il proiezionista dà il via allo spettacolo: “Un mitragliamento, una pioggia di immagini così veloci che non si possono afferrare. Un brulichìo informe che stenta di prendere corpo. Una danza luminosa di cerchietti che ruotano vorticosamente”. Ohibò, vuoi vedere che il film  della vita di G. Mastorna è una robaccia sperimentale? Neanche per idea: è che il film della vita di G. Mastorna non comincia con la nascita, ma nove mesi prima (proprio come la petulanza di Tristram Shandy, testimone dell’intempestiva domanda che sua madre rivolse a suo padre nell’atto del concepimento: "Caro, ti sei ricordato di caricare la pendola?", copyright reverendo Laurence Sterne). Siccome l'interessato è un po' tonto, uno spettatore più sgamato illustra: "Il suo organismo in formazione, il sistema sanguigno, i suoi primi fasci nervosi, i suoi arti in via di crescenza".
In platea siedono sette o otto persone variamente legate a G. Mastorna (per l'attore, Fellini aveva pensato a Marcello Mastroianni, Steve McQueen, Paul Newman, Laurence Olivier, Ugo Tognazzi): il suo colonnello, il suo insegnante di religione, il suo professore al conservatorio, e due signorine. Anzi, fellinianamente: "Due vistose mignottone, ossigenatissime e truccatissime". Quando la danza dei puntini luminosi si fissa, e l'immagine comincia a somigliare ad un bambino, le signorine si sdilinquiscono in coro: "Carino, guardalo, già si riconosce! Tiene i pugnetti chiusi!".