Recensioni / Cesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli

Emanuele Trevi, recente premio Strega per il 2021, nel saggio introduttivo del volume dello straordinario Garboli, conclude scrivendo: "Questo libro bizzarro e difficile che un editore coraggioso oggi ristampa ha più futuro di mille romanzetti alla moda". E, in realtà, si tratta di una eccezionale avventura critico-filologica ("un unico schedario gigante"), nella indicata tematica pascoliana, per cui si riesce a recensirlo forse scegliendo di parlarne a partire emblematicamente almeno da un episodio, dettaglio marginale, magari, che condensa però simpaticamente (e per me, in questo specifico caso, considerata la personale municipalità del sottoscritto, come vedremo parlando della profonda provincia meridionale, autoironicamente) sia una poetica che un complesso metodo d'indagine. Scegliendo infatti uno dei primissimi anni dell'attività letteraria di Pascoli in cui emerge tra l'altro il tema della famiglia ma anche quello dell'oscuro rapporto del poeta con essa sul quale fa perno il motivo critico dominante colto da Garboli, l'anno 1882, che tale motivo vede presentarsi già con i componimenti del Pellegrino e di /da!: vi si trovano subito condensate infatti le curiose spinte ispirative dell'autore (sono tratte da Poesie famigliari e d'altro genere, mentre la parte più cospicua della raccolta è affidata a un'antologia del, Ritorno a San Mauro e di Diario autunnale). E l'anno del viaggio per Matera del giovane professore per il suo primo incarico al liceo, di cui la sorella maggiore, Maria Pascoli, parla nelle `memorie' di Lungo la vita di Giovanni Pascoli, ricordando il "lungo, scomodo, triste" viaggio del poeta su una traballante vettura da Bari alla città lucana, di cui egli, in una lettera spedita lungo la strada dal paese di Grumo, fa cenno a quello sconosciuto luogo come "villaggio puzzolente e fangoso..." e prima tappa di quel viaggio. Garboli ricorda significativamente quella lettera, e dà, per questo, risalto a un episodio minore dell'intenso e analitico, coinvolgente racconto della biografia di Pascoli, che è parte cruciale e rilevante della sua ricerca. Nei componimenti succitati, peraltro, per il critico, con i riferimenti alle sorelle, si comincia ad alludere al rapporto carico di oscure nuances, per via delle due donne, dello scrittore con la sessualità (è Trevi a rilevarlo, in generale — "delicata e maleodorante materia psichica", e conseguente sindrome di castrazione —, chiamando in causa un "romanzo famigliare mai scritto" addirittura del Conrad di Cuore di tenebra — e, per altro verso, Aracoeli della Morante —): poi, comunque, `romanzo', ma anche `umorismo' tornano, per Garboli ma anche per Trevi, come categorie generali per seguire percorso e atteggiamenti essenziali del poeta romagnolo. Nel Pellegrino i due angeli consolatori non sono altro che le due sorelle (le "dolci Ida e Maria") che sorridono, di fatto sensualmente attraenti, al triste pellegrino di un"`affannosa vita"; e in Ida! l'angelo stilnovista è appunto Ida, frutto poetico e fatale di "un giovane poeta che gioca a fare l'amoroso (mentre lo è veramente)", con la splendida chiusa preraffaelita: "Angioli, io dissi, andate allora al monte / dov'ella aspetta buona e rassegnata: / piovete gigli sopra la sua fronte / e rose sulla sua chioma dorata: / fate ch'ella si senta / sotto codeste vostre ali contenta". C'è da aggiungere che Trevi mantiene il contesto della vicenda e della figura di Garboli tra il rigoroso e severo insegnamento di Natalino Sapegno, e il fascinoso profilo critico del Debenedetti, con l'insieme della falegnameria ermeneutico-linguistica di questi, preferito senz'altro alla retorica del "genio" e del letterato-star. Un'ultima annotazione infine è da riferire alla bizzarra e insieme risentita riproduzione dell'olio su tavola di Alessandro Luschi, Cave canem, posta programmaticamente in copertina, e tutt'altra cosa, per esempio, per stare agli animali domestici, della miserevole gatta dell'omonimo componimento, emblematica presenza anch'essa, così infelice, così cara del notorio `nido' pascoliano.