Recensioni / Platone il sofista. Essere e non essere

Il Sofista, cui Gianni Carchia ha recentemente dedicato un commento esigente e originale, resta popolarmente legato a un caso criminale, a un parricidio, ossia alla distruzione del dogma parmenideo secondo cui “l’essere è e il non essere non è”. Platone aveva i suoi buoni motivi. Se l’essere fosse continuamente attuale (se, per esempio, non potessimo ricordarlo in forma illanguidita invece che percepirlo come presenza piena) ci troveremmo in una situazione anche peggiore di quella di Funes nel racconto di Borges, che ha una memoria tanto buona da non distinguersi realmente dalla percezione: insomma, come scrive Platone, se tutto fosse immobile non ci sarebbe conoscenza.
È una esigenza uguale a quella avanzata da Teeteto , là dove si tratta di contestare coloro che identificano la conoscenza con la sensazione attuale , non spiegando in tal modo né l’errore né il ricordo, ossia tutto ciò che propriamente costituisce il conoscere. In che modo l’essere può trapassare nel non essere e inversamente? Platone porta l’attenzione su esseri ideali (le forme, le virtù, il bello e il brutto) sia sulle percezioni sensibili, come il movimento. In tutti questi casi, abbiamo da fare con un misto di essere e di non essere, come è in genere nella immagine, che è e insieme non è la cosa raffigurata. Non per caso, il Sofista è una delle prime trattazioni filosofiche della fantasia, ossia della possibilità di ritenere qualcosa anche senza la sua presenza attuale.Ha dunque ragione Carchia quando sostiene che il filosofo si colloca sulla soglia dell’essere e del non essere, ma non si tratta certo di una situazione soltanto filosofica, benché stia alla base della dialettica non nel senso antico (dividere, cioè analizzare correttamente, come nella definizione del sofista che occupa la prima parte del dialogo), ma in quello che si suol dire moderno: la possibilità di una sintesi, ossia di una ritenzione che mima nel pensiero, i caratteri della percezione.
È un'attenzione attestata in altri dialoghi della vecchiaia, tipicamente nel rapporto tra limite e l’illimitato nel Flebo , e nella ricerca di un terzo genere tra gli enti ideali e quelli reali nel Timeo , per presentarsi poi in testi aristotelici come il De anima, la Fisica  e la Metafisica. E non si tratta di una astrusità. Che cosa è, per esempio, la sintesi di essere e di non essere, se non tipicamente un evento comune come il tempo, il cui l’istante deve essere, ma insieme subito passare, altrimenti le cose di diecimila anni fa sarebbero contemporanee a quelle attuali.
 Che non siano questioni che riguardano i filosofi soltanto ci sembra vitale, perché altrimenti non si vedrebbe il motivo per leggere queste vecchie storie se non sotto il profilo storiografico. Lo sguardo sulla natura di Platone e di Aristotele non vale più, in termini assoluti, dopo Newton (per non parlare di Einstein), ma continua ad essere vero per la nostra psicologia e fenomenologia, insomma per quella che potremmo, con Paolo Bozzi, chiamare “fisica ingenua”, e che costituisce l’ambito proprio della ontologia come filosofia prima anzitutto in quanto è una filosofia primitiva.

Gianni Carchia, “La favola dell’essere. Commento al Sofista”, Macerata, Quodlibet 1997, pagg. 204, L 26.000