Recensioni / Mario Cucinella

Nella recente classifica per fatturato degli studi di progettazione italiani, MC Architects occupa il quinto posto. Ma se si parla di peso specifico disciplinare, allora Mario Cucinella è probabilmente il più importante architetto italiano del momento. Status in qualche modo ereditato da un altro numero uno, il suo maestro: Renzo Piano. Come spesso accade in questo mestiere, come è accaduto per congiuntura storica soprattutto negli ultimi decenni, lo studio è cresciuto molto lentamente. I frutti hanno cominciato ad arrivare copiosi una decina di anni fa. Ora MCA -110 dipendenti tra le sedi di Bologna e Milano - ha sul tavolo un portfolio di commesse invidiabile. Da interi masterplan a grandi quartieri urbani, da poli universitari fino a scuole e ospedali e, incarico recente, la ristrutturazione dello stadio Franchi di Firenze. Senza trascurare quei piccoli progetti di rigenerazione del patrimonio storico molto complessi e chirurgici, eppure fondamentali perla conservazione del patrimonio in un Paese come l'Italia. E poi c'è la sostenibilità. Cucinella ne ha fatto una bandiera fin dagli esordi, e oggi è sicuramente uno dei progettisti con più esperienza in questo ambito cruciale. Non a caso è lui a firmare, il prossimo giugno, l'installazione sull'economia circolare al Salone del Mobile di Milano. «Oggi la città è come una miniera, c'è già tutto», spiega anticipandoci il tema. «Dobbiamo vederla come una riserva di risorse e materiali da recuperare e trasformare attraverso processi circolari. Solo così il futuro dell'abitare sarà virtuoso».

Quali altri passi vanno fatti, architetto, per trovare un'armonia con la natura?
Sia gli alberi che gli edifici non si muovono. Ma a differenza dell'edificio l'albero fa un sacco di cose. Assorbe nutrienti, trasforma la luce in energia, produce humus, cresce. D'altra parte le piante stanno qui da oltre 400 milioni di anni, i sapiens solo da 300 mila anni. Abbiamo un margine di crescita enorme nel costruire l'habitat, ma dobbiamo superare l'ingenuità di credere che la tecnologia possa risolvere tutto. La rivoluzione industriale ha rotto un ponte, la conoscenza si nasconde nel passato preindustriale. Occorre riscoprire le case preistoriche scavate nel deserto, i palazzi indiani sotterranei, le arcaiche torri del vento in Cappadocia e in Pakistan. È ciò che sostengo in un libro che ho scritto di recente, e che mi sta molto a cuore. Si intitola Il futuro è un viaggio nel passato (Quodlibet, 2021, ndr).

Come applica questi principi bioclimatici nelle sue opere?
La lezione fondamentale è che per consumare poca energia gli edifici devono essere prima di tutto ben orientati, compatti, e opachi al 70 per cento, oltre che molto isolati. Questi ormai sono i miei punti di partenza in tutti i progetti. Come il polo universitario di Aosta, un complesso simile a un iceberg, rivestito di lamelle scatolari di Corian isolate al loro interno. O il nuovo edificio per l'ospedale San Raffaele di Milano, ricoperto di una speciale ceramica che assorbe l'inquinamento e lo trasforma in sale, poi lavato via dalla pioggia. Sempre a Milano nella torre Unipol, a garantire una performance termica alta è una speciale doppia pelle di vetro con un'intercapedine ventilata.

Soluzioni complesse che richiedono un continuo aggiornamento. Come nascono le idee nel suo studio?
Lavoriamo con tante società di ingegneria, ma le prime verifiche le facciamo noi. Della partenza dei progetti si occupa un gruppo ristretto di progettisti senior che getta le basi concettuali. Poi ci sono l'unità Ricerca e Sviluppo che si occupa in particolare della sostenibilità, e quella Materiali e Design - si avvale anche della collaborazione di Marco Imperadori del Politecnico di Milano - per la ricerca di nuovi ritrovati: moquette fatta con le vecchie reti dei pescatori, pannelli che riciclano i giornali, intonaco realizzato con calce e gusci di vongole.

C'è una sua opera che questo processo lo racconta bene: Tecla, la casa stampata con la terra cruda.
Tecla nasce da una collaborazione con Massimo Moretti, che con la stampante Gaia realizzava già una casetta. Perla forma ci siamo ispirati al nido della vespa vasaia, fatto di terra, mentre la conformazione della superficie riproduce le nervature del cactus, con un lato sempre in ombra per salvarsi dall'eccesso di soleggiamento. L'idea di Tecla è fortissima, è la rottura di un paradigma, una casa a km zero e zero emissioni. La terra viene miscelata con un materiale tecnico della Mapei, per stamparla ci vogliono 200 ore e costa 300 euro al metro quadrato. La massa termica aumenta in base alla quantità di nervature presenti sulla superficie, e l'isolamento si ottiene riempiendo le cavità intermedie con lana di pecora, lolla del riso o canapa. E un'architettura fatta di materiali locali e si può adattare al contesto ambientale, una sua evoluzione ci consentirà di costruire intere case. D'altra parte a Sanaa (la capitale dello Yemen, ndr) con la terra cruda hanno costruito palazzi alti quindici piani...

Dopo tanti anni trascorsi a Bologna non si direbbe, ma lei è palermitano. Ha dei progetti in corso nella sua regione d'origine?
Gibellina, la cittadina maggiormente colpita dal terremoto del Belice nel 1968, fu ricostruita negli anni Ottanta con il contributo dei più importanti creatori del tempo. Un esperimento di grande coraggio. Oggi l'installazione forse più nota - il Cretto di Alberto Burri, sul sito del vecchio paese - pur completata e restaurata, è in abbandono, non esiste neppure la segnaletica per arrivarvi. Qui faremo un centro visitatori molto discreto, dove lasciare l'auto per raggiungere a piedi l'opera con un sentiero, e nelle cui sale si potrà apprendere tutto sulla valle del Belice e anche altre storie siciliane. Il secondo progetto riguarda il teatro di Pietro Consagra a Gibellina Nuova, un'architettura civile firmata da un grande artista. Il suo restauro contribuisce a realizzare il sogno di Ludovico Correo, l'allora sindaco e promotore della ricostruzione: una città in cui l'arte è la quotidianità.