Recensioni / Dalla mitologia all'ideologia

Se fosse ancora vivo, Furio Jesi avrebbe 65 anni. Ma purtroppo Jesi è morto da molto tempo, trentanovenne. In questo scorcio del nuovo secolo, penso sia utile ricordare la sua controversia con un famoso studioso di miti antichi, ungherese di nascita, ma allora residente in Svizzera. Furio Jesi all' epoca della «disputa» (38 anni fa) era molto giovane ed era di «sinistra». Il suo interlocutore, Károly Kerényi, eminente storico delle religioni, molto più anziano, di «sinistra» certo non poteva chiamarsi. Dopo alcuni anni di rapporto dapprima di maestro-allievo, poi di vera e propria amicizia, tutto finì bruscamente per motivi puramente ideologici. Ed è proprio questa rottura che può essere un emblema per i nostri tempi. Ma vediamo da vicino di che cosa stiamo parlando. Jesi era nato nel 1941, a Torino, da famiglia ebraica benestante. Era diventato archeologo giovanissimo (a 15 anni!), poi svolse una impegnativa attività di egittologo, studioso dei miti, professore di letteratura tedesca, letterato, sindacalista. Morì nel 1980 in seguito a un banale «incidente domestico». Károly Kerényi era nato nel 1897, in Transilvania, a Temesvár, allora città ungherese, oggi chiamata Timisoara in romeno. Kerényi seguì studi di filosofia in Germania e Ungheria, durante gli anni illiberali dell' ammiraglio Horthy riparò in Svizzera dove collaborò con Carl Gustav Jung. Da questa collaborazione nacquero alcuni testi fondamentali di psicologia e storia delle religioni. Nel 1964 Jesi aveva 23 anni, Kerényi 67. Tra il geniale studioso italiano e il professore magiaro iniziò una fitta corrispondenza. Jesi inviava al maestro i suoi scritti su Rilke, sul linguaggio dei miti, sulla Germania nazista, Kerényi lo ricambiava con copie dei suoi scritti in «uscita», con libri introvabili inviati in prestito e, a un certo punto, con una breve visita a Torino. Il carteggio, pubblicato da Quodlibet, è di un tono davvero «alto», a volte molto formale. Sembra di assistere a una solenne cerimonia accademica. Ecco l' inizio di una lettera di Jesi al maestro: «Mi permetto di disturbarLa ancora con questa lettera, innanzitutto per ringraziarLa molto caldamente del Suo articolo per me particolarmente prezioso...». Ed ecco la risposta: «Lei deve ora perdonarmi molte cose; che io risponda solo oggi alla Sua lettera tanto ricca di contenuti... e che avuto il ricco dono dei Suoi scritti ad essi io non abbia ancora dato risposta epistolare». L' amicizia naufragò, per quanto lo si possa negare, proprio nel mare delle ideologie. Su quel tema maestro e allievo ebbero uno scontro durissimo, definitivo. Sì, nel 1968, anno del Maggio studentesco e della Primavera di Praga, due altissimi ingegni della cultura europea, uno mediterraneo, l' altro centroeuropeo, si scontrarono. Erano tutti e due impegnati a cercare la «purissima acqua di sorgente originaria» della nostra civiltà nei miti dell' antica Grecia e nella loro interpretazione. Tutti e due cercavano la «guarigione» dai demoni mortali attribuiti ai miti da una certa scuola tedesca. La separazione, strano a dirsi, ebbe inizio dall' invio da parte di Jesi di un saggio su Cesare Pavese. E come mai proprio su lui e proprio allora? Pavese, negli anni Cinquanta aveva dato origine a una famosa collana Einaudi sui miti, i riti e le religioni. Già nel ' 64 Jesi aveva scritto uno studio su Pavese; ma soltanto quattro anni dopo ebbe il coraggio di inviarlo a Kerényi. Coraggio? Forse si trattava di una provocazione. Di una deliberata distruzione di quell' amicizia. Jesi si stava spostando sempre più «a sinistra». L' umanesimo, il credo nello «spirito» da parte di Kerényi e dei suoi amici Thomas Mann e Jung gli apparvero come una «mascheratura umanistica», così si esprime Jesi, dietro alla quale si nascondeva un' ambiguità. Non era più un «attingere alla purissima acqua di sorgente originaria dei miti», ma un pericoloso ammiccamento al «mito tecnicizzato», cioè adoperato dal potere per i propri fini. Come era accaduto nella Germania nazista con le saghe e i miti nordici. Secondo Jesi l' umanesimo universalista di Kerényi e della sua cerchia, ma anche di Pavese, conteneva una «mascheratura» di quella mancata «guarigione» dai demoni. Dietro c' era il pericolo della deviazione del mito «tecnicizzato». «Trovo nel suo saggio il concetto "mascheratura" palesemente di fabbricazione italo-comunista», rispose Kerényi. Seguì ancora una dolente risposta di Jesi, con il presentimento di una fase oscura e sempre più tragica della nostra storia, poi i due non si rivolsero mai più né lettere né la parola. Kerényi morì nel 1973. Fu Jesi a pronunciare il discorso commemorativo un anno dopo. Ed ecco un piccolo corollario. Nel 1981 il Teatro La Fenice di Venezia invitò lo scultore Gio Pomodoro a disegnare scene e costumi del Flauto magico di Mozart. Il regista voleva interpretare la vicenda di Tamino e Pamina facendo tesoro degli studi di Kerényi sul «fanciullo divino», sulla kore, la fanciulla, su Demetra e Proserpina. Pomodoro rifiutò quell' interpretazione, ma disegnò egualmente scenografie ingegnose, alquanto «concettuali». Dieci anni dopo dedicò una mostra a Kerényi, con l' introduzione della vedova dello studioso, Magda. Anche Jesi oggi meriterebbe una dedica degna del suo genio.