Recensioni / I libri da leggere a maggio scelti da Elle decor

Prima opera di Sigfried Giedion, tra i più importanti storici dell'architettura del Novecento, il libro è riproposto da Quodlibet in una edizione, a cura di Emiliano De Vito e con un'introduzione di Jean-Louis Cohen, che si mantiene il più possibile fedele all'originale uscito nel 1928, fino a oggi mai pubblicato nella versione italiana. Giedion, nato a Praga nel 1888, si laurea in ingegneria a Vienna, è allievo a Monaco dello storico dell'arte Heinrich Wölfflin, quindi si iscrive alla Bauhaus di Walter Gropius, che seguirà come docente a Harvard nel 1938, dedicandosi alla formazione degli studenti, tra i quali ci sarà Bruno Zevi. È segretario dei CIAM - Congressi Internazionali di Architettura Moderna, dal 1928 fino al loro scioglimento nel 1956, mentre dal 1946 ha insegnato all’ETH di Zurigo e tenuto corsi al MIT di Boston. I primi passi di Giedion, come storico dell'architettura moderna, corrispondono al periodo in cui una generazioni di giovani intellettuali, a partire dagli anni Venti, “fa emergere i lineamenti di una cronaca delle trasformazioni dell'architettura europea nel periodo precedente la guerra, ricollegandola al mondo e della tecnica e dell'ingegneria”, scrive nelle pagine introduttive Cohen. Il libro "Costruire in Francia", frutto della sua formazione di ingegnere e storico dell'arte, è il primo libro di Giedion sull'architettura del suo tempo, corrispondente a “un momento in cui l'architettura moderna è diventata un movimento legittimo”, dedicato alla Francia, la cui “scena architettonica viene osservata con grande attenzione, ma anche con qualche riserva, dalla specola tedesca”, scrive ancora Cohen. Per l'autore è in Francia che si afferma la "nuova architettura", quella che, dal 1800 e fino al 1927 (periodo preso in esame da Giedion), ha utilizzato il ferro e il cemento armato per le sue costruzioni definendo una nuova forma architettonica, determinata dal ruolo rilevante della tecnica e dell'ingegneria. In questa sua interpretazione della storia dell'architettura francese, una possibile lettura del libro secondo Cohen, Giedion dovrà molto ai teorici e agli storici dell'area culturale tedesca che lo hanno preceduto, ma anche agli autori francesi e agli architetti parigini che lo informano, lo ispirano e lo guidano, a cominciare da Le Corbusier. È importante anche 'guardare' il libro, impaginato come nella versione originale, che si presenta visivamente quale “una mostra montata in piano" secondo Cohen. "Costruire in Francia" ripropone le grandi frecce di sapore costruttivista che Giedion dispose nel libro sotto la supervisione di László Moholy-Nagy, curatore della grafica dei libri del Bauhaus. Quei segni, che uniscono visivamente autori francesi dell’Ottocento ad altri tedeschi del Novecento (Jules Saulnier a Ludwig Mies van der Rohe, Gustave Eiffel a Walter Gropius) suggeriscono un processo di evoluzione, accelerata dai nuovi materiali come il ferro, che aveva condotto alla creazione di tipologie architettoniche inedite, quali gallerie coperte (i famosi 'passages' di Parigi), esposizioni internazionali, grandi magazzini, oltre a colossali infrastrutture. Aspetti che avevano affascinato il filosofo Walter Benjamin, "elettrizzato" dal libro di Giedion, trovando nelle grandi costruzioni metalliche la metafora della condizione stessa dell’intellettuale critico che intendeva essere, sviluppata in seguito nel suo "Parigi, capitale del XIX secolo". Il capitolo finale, dedicato al materiale più moderno di allora, “è vano parlare di nuova architettura in Francia senza toccarne l’elemento base: il cemento armato”, presenta solo esempi francesi: i fratelli Auguste e Gustave Perret, Tony Garnier e naturalmente Le Corbusier.