Recensioni / Segni e sintomi. Una nuova tipografia per una nuova architettura

Ancora oggi il rapporto tra arte e tecnica è tema di dibattito capace di influenzare sia la lettura e l’interpretazione storica di fatti e fenomeni, sia le diverse discipline del progetto che informano la contemporaneità. Eppure, in diversi momenti nella storia, il discorso culturale ha tentato soluzioni per il superamento o la sintesi di un pensiero dicotomico a favore di una indivisibilità dei due modi di esistenza. Tra questi il movimento moderno il quale ha lavorato in modo sistematico, specie nella sua fase embrionale, per la conciliazione di spirito e materialità, di funzionale e simbolico.

Nell’ambito dell’architettura un contributo in questo senso viene dal volume “Costruire in Francia, costruire in ferro, costruire in cemento”, pubblicato nel 1929 dallo storico ceco Sigfried Giedion. In quello che divenne il manifesto della “nuova architettura”, Giedion recupera le qualità ingegneristiche del progetto architettonico e celebra le possibilità di costruzione offerte dal cemento. Tracciando una linea di discendenza diretta, egli colloca le architetture di Perret e Garnier, quindi di Le Corbusier nel solco delle grandi opere in ferro dei costruttori francesi di fine Ottocento quali Labrouste o Eiffel. Pone il progetto moderno a esaltazione di una tipicità storica e geografica mettendo allo stesso tempo la storia al servizio della causa moderna.

Walter Benjamin rimase affascinato dal libro di Giedion in cui non soltanto rivide l’esaltazione delle strutture in vetro e ferro delle gallerie parigine dei suoi Passagenwerk, ma in cui potè scorgere la visione di un intellettuale nuovo capace di cogliere, come l’operaio e l’ingegnere davanti alle nuove strutture, la vertigine della modernità.

Come riporta una nota preliminare al testo originale, il progetto grafico di sovracoperta e copertina, nonché la supervisione della composizione sono a cura di László Moholy-Nagy, uno dei più celebri esponenti della Bauhaus particolarmente noto per le sue sperimentazioni fotografiche volte all’integrazione di tipografia e fotografia. Per lui è questa fusione dei due media, che chiamerà typophoto, a governare il ritmo della nuova letteratura visuale. Anche in questo volume sono la fotografia e la tipografia a dettare il tempo di visione. Come esplicitato nella stessa nota il libro è infatti concepito in modo che il “lettore frettoloso possa evincere dalle illustrazioni con didascalia il corso dello svolgimento”; il testo fornisce “motivazioni più circostanziate” e le note danno “informazioni più diffuse”. Le numerose immagini sono puntellate da didascalie messe in evidenza dall’utilizzo di un carattere tipografico senza grazie e in neretto, frecce direzionali evidenziano consecuzioni temporali.

Giedion stesso contribuì alla definizione del layout come si può evincere da una serie di bozze disegnate a mano incluse nella traduzione italiana del libro edito da Quodlibet. “Costruire in Francia” è un interessante esempio di nuova tipografia. La composizione e le scelte tipografiche manifestano la tensione dei contenuti e creano un’esperienza di visione articolata in cui tempo e spazio assumono centralità: una nuova architettura dell’informazione.