Recensioni / Libri - Primitivismo e architettura

Un buon modo di "fare università" è quello di condividere pensieri, ricerche e lavori stimolando colleghi, studenti e ricercatori a produrne essi stessi e accogliendone i risultati in momenti di condivisione collettiva. Ecco allora che Roberto Secchi, docente, pensatore e architetto di fama internazionale, ha voluto organizzare un seminario di studio per dottorandi della facoltà di Architettura dell'Università di Roma La Sapienza su "Primitivismo e architettura. Studio di espressioni architettoniche contemporanee dei paesi extra coloniali che mirano a guadagnarsi un posto nel quadro della cultura globalizzata, conservando legami significativi con le tradizioni costruttive, figurative e culturali dei paesi d'origine", dove il tema veniva lanciato da un suo scritto profondo, lungo ed elaborato, volto a porre una serie di problemi che meritavano una riflessione collettiva. Questo scritto iniziale— che avrebbe potuto benissimo costituire una monografia di per sé —, insieme ai testi prodotti dai sette dottorandi partecipanti e a una postfazione scritta dal prof. Andrea Bruschi, che insieme a Secchi ha animato il seminario, sono diventati un libro, Primitivismo e architettura, edito da Quodlibet nel 2021, ricco di immagini e arricchito da un'intelligente e agile introduzione di Orazio Carpenzano.
Nel suo testo — il quale occupa i due terzi del libro — Secchi divide la sua argomentazione in due parti: la prima decisamente teoricofilosofica, la seconda dedicata invece a specifici "casi di studio" con ampie citazioni tratte da autori di generazioni anche molto diverse fra loro, ma tutti accomunati dall'introduzione e dall'uso del primitivismo in architettura. L'idea che unisce Secchi e gli autori che usa come riferimenti è che sia ancora possibile resistere e reagire al clima dominante del managerialismo utilitarista e pragmatista fin troppo asservito alle logiche consumistiche e di mercato, per opporgli una sorta di "gentilezza" creativa da parte di chi pensa l'architettura come in equilibrio discreto e rispettoso con l'ambiente, non invasivo né prepotente, seppure intelligente. Bruschi insisterà poi nel suo saggio conclusivo proprio sul principio del "prendersi cura" di ambiente e patrimonio, riconoscendo all'architetto una funzione di mediatore capace di coniugare natura e cultura.
Il primitivismo non viene tuttavia presentato come una scuola di pensiero, né come un gruppo di architetti che si riconosca in un principio direttore, o un manifesto qualsivoglia: è letto piuttosto come l'emergenza di un desiderio (di un bisogno) di sottrarsi a un certo tipo di economia e di intervento sul territorio, resistendo all'equivoco della globalizzazione e della spettacolarizzazione. Analizzandone in dettaglio gli aspetti culturali e filosofici, nel primitivismo concepito come forma di critica sociale dell'architettura Secchi riconosce anche un'aspirazione intima, equilibrata e tenace verso ciò che Kandinsky chiamava "lo spirituale nell'arte".
Non tanto un ripiegamento verso una supposta purezza originaria, quanto un interrogarsi sulla semplicità necessaria per superare le drammatiche insoddisfazioni di un presente opprimente nella sua sfarzosa a continua corsa verso qualcosa che non dà mai pace. Secchi la chiama anche una "richiesta di perdono", risarcimento e apertura dí possibilità ancora tutte da esplorare, recuperando ciò che del passato è stato dimenticato o taciuto (quando si pensava che modernità volesse dire cancellazione).
Ecco allora che il saggio fa chiarezza su alcuni concetti dalla storia torbida e inquietante, come "civiltà", 'popolare", "nazionale", "consenso" e "metafisica". L'ottica è quella di un rinnovato umanesimo capace di coniugare l'alto e il basso della cultura e della natura, senza più elevare l'essere umano a un vertice privilegiato sul resto. Lo scopo è anche quello di sciogliere il nodo che oppone relatività e assoluto, per recuperare valori abbandonati troppo in fretta, o mascherati dietro altri, come ad esempio la bellezza, così essenziale alla natura propria degli umani che siamo.
Non sono tuttavia delle risposte, quelle che Secchi cerca, quanto piuttosto degli interrogativi volti ad aprire un confronto costruttivo cui i partecipanti al seminario, ognuno secondo la propria inclinazione, hanno saputo rispondere aprendo a loro volta ulteriori prospettive di riflessione. C'è chi ha preso le mosse dalla crisi dello statuto dell'architettura contemporanea per proporre una lettura accurata e stringente di alcuni interessanti progetti recenti, chi ha voluto riconoscere le valenze "rivoluzionarie" di alcuni interventi primitivisti e chi invece ne ha sottolineato la spiritualità, se non più chiaramente i riferimenti sacrali. C'è stato anche chi ha analizzato criticamente il saggio di Secchi, mostrando quelle che secondo lui ne erano le linee di forza e le debolezze. Tutti comunque hanno testimoniato come non sia possibile discutere, studiare e fare architettura senza al tempo stesso fare filosofia, politica, antropologia, psicologia, economia, ecc. Questo libro ne è un esempio illuminante.