Recensioni / Da Mosca a Petuskì, con Erofeev si compie il lungo viaggio della letteratura russa

Secondo Paolo Nori, l’autore che trattiamo oggi rappresenta l’ultimo esponente della grande letteratura russa per come la conosciamo, la studiamo, la amiamo; il parmense, cui spesso abbiamo fatto ricorso nella sua duplice veste di scrittore e traduttore, ritiene che la letteratura russa, per l’appunto, nasca con Aleksander Puskin e finisca con lui, Venedikt Erofeev, nato oltre il circolo polare artico nel 1938 e morto a Mosca nel 1990.

Abbiamo già affrontato il tema della nascita tardiva della narrativa in Russia, agli inizi dell’800, quando è Puskin ad incaricarsi di creare il romanzo russo: mentre Dante fa nascere la lingua italiana, che poi piano piano “scende” a livello popolare, Puskin fa il contrario, non usa più il francese, ma il russo, una lingua popolare, semplice, diffusa per iniziare a raccontare storie di vita, morte ed amore, come si conviene al romanzo. Ma se Puskin ha iniziato, qualcun altro, secondo Nori, ha anche terminato di farlo, questo lavoro (o di farlo con quella qualità ed intensità), e questo qualcuno è Erofeev.

Certo, nel mezzo c’è tantissimo: un’enorme, spettacolare produzione letteraria, da Gogol’ a Dostoevskij, a Tolstoj e a Bulgakov, solo per citare i principali, che in centocinquant’anni recuperano, eccome, ciò che gli autori in Inghilterra, Italia o in Francia avevano impiegato secoli a fare; dopo Erofeev non c’è più stato nulla all’altezza e la letteratura russa più recente ha preso una strada di imitazione di generi e stili narrativi già percorsi in Occidente, se così possiamo dire. Noi non siamo in grado di confermare o smentire questa suggestiva ricostruzione di Nori, di cui peraltro tendiamo a fidarci molto, ma certo la personalità di Erofeev spicca per la sua particolare storia e il romanzo di oggi è un delizioso racconto che, questo è certo, si staglia fra i contributi più interessanti e sorprendenti della letteratura russa: si tratta di Mosca-Petuskì Poema ferroviario (abbiamo letto l’edizione Quodlibet del 2014, tradotta e curata da Paolo Nori, Euro 15, 205 pagine).

Questo romanzo è stato scritto nel 1970 ed edito per la prima volta in Israele, su una rivista, alcuni anni dopo, mentre in Francia arrivò nel 1976, col titolo che poi ebbe anche in Italia, nella sua prima edizione, di “Mosca sulla vodka”; ovviamente, poiché vigeva la censura sovietica, il libro non fu mai pubblicato in Russia, se non in versione “molto ridotta” (è Erofeev che la definisce così) in epoca gorbacioviana, poco prima del 1989. Detto questo, altrettanto ovviamente, proprio perché vietato, Mosca-Petuskì “lo avevano letto tutti” (Nori), in versione samizdat (cioè in versioni ciclostilate che circolavano in poche copie e passavano clandestinamente di mano in mano).

Una circostanza riportata sempre dall’ottimo Nori ci inizia a dire qualcosa dell’autore: avendo questo romanzo riferimenti espliciti e molto pesanti al regime sovietico ed alle sue assurdità, ad un certo punto Erofeev venne ricercato per essere, come capitava, mandato al confino; ma…non lo trovavano, era senza fissa dimora, in un Paese dove non c’erano, per definizione, poveri e disoccupati.

Ma veniamo al nostro romanzo: Mosca-Petuski è un lungo, stralunato monologo in cui Venicka, alter ego dell’autore, fa un viaggio in treno per incontrare la sua innamorata, da Mosca a Petuski, che si trova a 115 chilometri da Mosca: un viaggio scandito dalla fermata alle varie stazioni, e i titoli dei capitoli sono proprio i vari tratti di questo viaggio.

Il treno, le stazioni, i controllori e le persone (come Baffonero e il decabrista – compagni di viaggio che cercano di seguire il vaneggiante racconto del nostro) ricordano in parte l’ambientazione de La Sonata a Kreutzer di Tolstoj, ma il punto principale, che rileva parecchio dal punto di vista narrativo è che Venicka, alias Venedikt, quando fa questo monologo è completamente ubriaco e quindi alterna momenti di lucidità e cinismo a momenti di introspezione, di reverie confusa e sconclusionata, di racconto a tratti realistico a tratti totalmente surreale: se vi sembra semplice scrivere da ubriachi, e tramite un io narrante ubriaco, beh, non lo deve essere affatto e il lettore entra in questo clima sognante, talvolta confuso, sempre arguto e spesso delirante.

Venicka racconta, commenta, trancia giudizi, sentenze e considerazioni varie, e tutto ruota intorno alla vodka, alla ricerca della vodka, di qualcosa da bere, quasi come a tenere viva questa atmosfera sognante e un po’ “stonata”; ma, certo, questa narrazione Erofeev la fa da par suo, con tratti di grande letteratura.

Come l’apparizione del controllore Semenyic (annunciato, nel delirio di Venja, da un’improbabile Regina Elisabetta), un pezzo che in due pagine ci dice tantissimo sul regime sovietico: il controllore non controlla più i biglietti, ma si fa dare alcol in cambio a seconda dei tratti percorsi, un grammo al chilometro.

Infatti:

“A dire la verità, sulla linea per Petuskì, nessuno ha paura dei controllori, perché tutti sono senza biglietti. Se qualche rinnegato, per via della ciotola, compra il biglietto, allora è lui ad essere a disagio quando passano i controllori … il controllore osserva il suo biglietto con una specie di schifo e a lui in particolare, lo guarda come per annientarlo, come se guardasse un rettile”.

Semenyc fa il giro ed arriva dal nostro e il loro semplice scambio evoca il senso profondo del viaggio di Venicka e del suo destino:

“-E tu, Venja? Come sempre: Mosca-Petuskì.

  • Sì, come sempre, e adesso ormai per l’eternità: Mosca-Petuskì”.

Venicka lapidario e dissacrante, si diceva: ecco alcune sue dichiarazioni. Sulla Russia:

“Non si capisce perché in Russia nessuno sa come è morto Puskin, e come si depura la vernice per mobili lo sanno tutti” [si depura per berla, nda]

E introspezione:

“E quando ti sei accorto per la prima volta, Venicka, di essere un coglione?”

E analisi socialogica:

“Sì, bevete di più e mangiate di meno. È il miglior mezzo contro la presunzione e l’ateismo superficiale”

Venicka e l’Italia:

“Io ad esempio sono stato in Italia. Là all’uomo russo non ci pensano minimamente. Là cantano e dipingono, e basta […] Loro la nostra tristezza non la capiscono”.

Venedikt Erofeev ha fatto tanti lavori, si è dato al vagabondaggio ha ecceduto in tutti i modi possibili ed è morto per un cancro alla gola nel 1990, prima di vedere cosa sarebbe diventata la Russia dopo la caduta del regime sovietico, che aveva tanto dileggiato, da par suo.

Nel 1983, sul New York Times, Roy Blount Jr. (un romanziere ed umorista nato nel 1941) afferma che Mosca-Petuskì è

“la cosa più vicina allo humour americano io abbia letto da oltre la cortina di ferro”

e che

“..la sua ubriachezza è insondabile, come lo stare a letto di Oblomov e il naso di Gogol’”

Beh, niente male, come paragone, qualora avessimo qualche dubbio sul fatto che questo sia un libro da inserire fra i grandi capolavori della letteratura russa.