Recensioni / «Hai un grande cuore: non puoi fallire»: i segreti dell’Armstrong scrittore

Mettiamola così: se avete affrontato l'Ulisse di James Joyce non avrete difficoltà nella lettura di questi scritti scelti di Louis Armstrong. Potrà sembrare una follia accostare un autore che ha cambiato il corso della letteratura a un trombettista che nemmeno finì le elementari: e forse lo è. Ma qualche punto di contatto esiste. Qui come là il lettore si trova davanti a un tale flusso di parole, modi di dire e quant'altro da lasciare disorientati. E qui come là la tecnica di scrittura conta non meno del relativo racconto.
Grazie anche all'autobiografia Satchmo. La mia vita a New Orleans (che però gli editor americani avevano ben pettinato prima della pubblicazione...) anche in Italia conosciamo bene il musicista Armstrong, amiamo il personaggio, non ci annoiamo mai di fronte alle sue storie. Ma il giocoliere verbale, che portava quasi sempre con sé la macchina per scrivere, il vocabolario e il dizionario dei sinonimi, be', questa è un'autentica sorpresa. Armstrong diceva che sulla sua portatile era «un lampo a due dita» il che va a contrasto con il suo modo d'essere trombettista, tutto fuorché votato alla velocità. Quella definizione di «lampo» è stata argutamente scelta dall'editore Quodlibet in vece del più banalotto originale, Louis Armstrong, In His Own Words.
La pubblicazione in italiano del volume non può che essere accolta con entusiasmo, dato che la Oxford University Press fece uscire questo libro ben tredici anni fa e si sentiva la necessità di una traduzione nella nostra lingua. Entusiasmo anche per il lavoro di raccolta degli scritti compiuto da Thomas Brothers, dopo che il critico Gary Giddins aveva esaminato il materiale conservato nella casa-museo di Armstrong nel Queens; per la curatela di Stefano Zenni all'edizione italiana; e per la traduzione di Giuseppe Lucchesini: tre imprese di non poco conto. er parlare subito della scrittura di Satchmo, eccone un assaggio tra i più «estremi»: «'Lionel [Hampton, ndr] si 'Entusiasmava talmente tanto per il mio modo di "suonare la "Tromba che finiva per "Grondare sudore". E 'picchiava su un 'intero arsenale di Percussioni, dicendo'mi «WA-WA'WON'MO'POPS» - Vale a dire "'One More 'Chorus", 'Specialmente in Pezzi come «Tiger Rag» e «Ding Dong Daddy». E la 'sua 'Eccitazione 'mi 'eccitava - suonavo un `Chorus Dopo I"Altro - una sera sono arrivato a farne 'Quarantuno. Beh a quei tempi ero molto più giovane anch'io».
Come si può vedere, Armstrong squaderna un campionario molto fitto di scelte: la maiuscola a sorpresa, il tutto maiuscolo, le virgolette alte singole e doppie, le virgolette caporali, l'apostrofo, la lineetta. In parecchi altri stralci sovrabbondano anche i puntini di sospensione. Di solito se ne usano tre, e in questa forma Céline li ha codificati come mezzo di espressione. Satchmo non si pone limiti. Può usarne due ma si spinge fino a quindici, il che lascia ritenere che nella sua mente siano il corrispettivo di una specie di pausa musicale. L'impressione, come nota Thomas Brothers, è che «il tentativo di Armstrong di trasmettere una resa personale, orale, del suo testo somiglia in qualche modo al tentativo accademico di tradurre in notazione le sfumature di un assolo jazz».
Aggiungerei che, abbandonata l'istruzione all'età di undici anni, Satchmo ha dovuto inventarsi un modo di scrivere per aggirare i propri limiti e poter soddisfare questa sua passione parallela alla musica. II fatto è che non ha mai ordinato il tutto in un insieme di regole, andando invece un po' a tentoni, cioè improvvisando (del resto, era un jazzista). E qui - va da sé - si arresta il parallelo con Joyce.
Gli sforzi dell'Armstrong scrittore commuovono ma sono premiati. Ne esce, infatti, una vivezza narrativa che non ha uguali nel jazz. Gli scritti si presentano in varie forme: articoli e interventi sui giornali, lettere, inediti riferibili alla citata autobiografia, quaderni (i cosiddetti Taccuini Goffin), commenti ai propri brani più importanti e consigli ai giovani (entrambi per Esquire). In sovrappiù viene anche riportato un suo blindfold test, il commento alla cieca su dischi altrui che il critico Leonard Feather sottoponeva ai musicisti jazz. Armstrong rade al suolo «quei maledetti beboppers» - il che non stupisce - ma a sorpresa si lascia invece andare a una sviolinata senza ritegno di Guy Lombardo, la cui orchestra fu tra le più stucchevoli mai apparse nella musica popolare. Le trentacinque pagine che aprono il libro sono un pezzo di storia e di costume. Armstrong le realizza nel 1969, durante una convalescenza in ospedale. Pensa a un nuovo libro, la scrittura si fa più sorvegliata. Il ricordo di una famiglia ebraica immigrata dalla Russia, presso la quale aveva lavorato da bambino, lo spinge a fare delle riflessioni sulla questione razziale, riflessioni che comprendono l'ammirazione per la solidarietà fra ebrei e una strigliata degli afro-americani («Preferiscono piuttosto Oziare e sprecare il loro tempo a non far Niente»). Il ricordo sí fa struggente quando Satchmo cita una ninnananna russa che aveva ascoltato in quella famiglia. Allo stesso modo c'è tanto calore nella lettera inviata nel 1967 a un vice-caporale dei marines di stanza in Vietnam (che probabilmente gli aveva scritto). Satchmo gli dice: «Mi piacerebbe 'trovarmi con te per un `Minuto o `giù di li' per "dirti quanto - mi 'commuove 'sapere che `tu sei un 'fan del Jazz». E ne approfitta per raccontare della sua giovinezza a New Orleans. In La storia di Armstrong (1954) dà un seguito a Satchmo. La mia vita a New Orleans e la scrittura «addomesticata» risente del passaggio per altre mani. Ovunque il libro è una miniera di informazioni per quel che riguarda la prima fase eroica del jazz: chi scriverà in futuro di quella fase non potrà prescinderne. Nelle parole di Armstrong il clima c'è tutto e la verità storica è rispettata, tranne dove la memoria dell'autore si rivela imprecisa. Nlle lettere Satchmo fa precedere la propria firma in calce da un avverbio riferito alla sua passione del momento. Per esempio Risoefagiolirossamente Tuo. Oppure, addirittura, Swiss Krissly, laddove Swiss Kriss era il nome di un purgante del quale era entusiasta (il traduttore italiano rende l'avverbio con «tassativamente»). Lo sappiamo: passione e gioco erano connaturati a questo genio venuto da New Orleans e lo rendono tuttora la quintessenza del calore umano. Come gli disse sua madre in punto di morte (lo racconta egli stesso): «'Bianchi e 'Neri ti Vogliono Bene - hai un grande cuore. - Non puoi fallire».

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