Recensioni / Novecento secolo da passare


Se il post moderno definisce la cultura, e l'arte della seconda metà del Novecento, quando l'ansia e persino l'angoscia di rincorrere il rinnovamento e il progresso finalmente si acquietavano nella coscienza di aver raggiunto la meta, allora il postmoderno deve essere finito assieme al secolo del quale è creatura, e la nuova era dove siamo capitati dovrà pur avere un altro nome, diverso.
Alfonso Berardinelli ha raccolto in un volume straordinariamente denso e vario molti frutti del suo lavoro degli ultimi dieci o vent’anni sotto il titolo affatto neutrale di Casi critici, ma poi ha affidato un ben più perspicuo messaggio al sottotitolo «Dal postmoderno alla mutazione», chiosando nel primo saggio, direttamente rivolto ai lettori: «Siamo entrati in una nuova era» che descrive nell'articolo qui a fianco.
In che cosa consista questo nuovo tempo letterario Berardinelli si limita a suggerirlo nelle ultime battute dell'Introduzione, dove aggiunge che la narrativa di questi u1timi anni, entrata ormai senza incertezza «nel territorio dell'intrattenimento», «un tempo proibito e disprezzato», vuole o «vorrebbe essere comunicazione di cose già comunicate. E questo – conclude – spinge la letteratura verso la sua mutazione».
Insomma, finito il Novecento, non c'è più neppure l'esigenza di fare i conti con la modernità e la sua clamorosa affermazione, giacché questi conti li ha fatti definitivamente il postmoderno, che appunto presupponeva e legittimava il moderno, istituendo aldilà di ogni innovazione, «la tradizione del nuovo», la sua paradossale istituzionalizzazione. Così i più giovani neppure si attardano a scavalcare il Novecento, semplicemente lo ignorano.
Se un segnale di più netta e radicale discontinuità tra il passato recente e il presente si voleva dare, la «mutazione» nella sua immediata evidenza annuncia un cambiamento senza altri aggettivi, una svolta senta meta senza direzione; la fine; cioè; di qualsiasi progettualità e tendenza com’è necessario dopo il tramonto dell’ideologia.
Sui contenuti della mutazione Berardinelli è volutamente distratto e reticente, quanto invece è puntuale e preciso nella descrizione dell'esaurirsi della postmodernità, della quale anzi disegna rispetto all'Italia i panorami più ricchi e illuminanti.
Sono gli anni Sessanta che soprattutto, catturano la curiosità e l'attenzione del critico, perché in quel decennio, se il Paese entra «nella modernità all'improvviso», travolgendo tradizioni secolari e millenarie, al tempo stesso, mentre si afferma l'egemonia americana sull’Europa, «il Novecento incontrava per l’ultima volta se stesso», al punto che è possibile descriverlo come - il tempo del passaggio dall’età dell'ansia a quella del benessere. «La maggior parte dei grandi scrittori moderni - annota Berardinelli - sono stati antimoderni, antiprogressisti» preavvertendo i segnali della catastrofe ventura, ma al tempo stesso inseguivano un continuo rinnovamento, come se il futuro fosse davvero tutto e il passato, quindi, niente.
Quando il rischio della ricerca, l'azzardo dell'avanguardia lasciano posto alla soddisfazione del traguardo raggiunto, mentre il dramma si acquieta, è il tempo del postmoderno, dove piuttosto che «creare opere nuove in sé compiute sembrava urgente elaborare diversa idea di letteratura». Tutto questo è finito, è tempo di mutare.