Recensioni / Un "nano istrionico e misterioso" con le tasche piene di confetti e panpepato

uando frequentava il liceo di Nezin, Gogol' veniva chiamato dai compagni «il nano misterioso». Aveva già il gusto per i travestimenti e la simulazione. Alcuni lo trovavano affascinante, altri ripugnante. Tra le caratteristiche che producevano ripugnanza, secondo il compagno Ljubic-Romanovic, c'erano la sua bruttezza, le malattie disgustose ( viso butterato dalla scrofola e orecchie che gli gocciolavano), e le sue strane abitudini: era sempre immusonito, «la mattina si lavava a fatica il viso e le mani, portava sempre la biancheria sporca e un abito tutto impiastricciato. Nelle tasche dei calzoni aveva immancabilmente una provvista di dolci di ogni tipo - panpepati e confetti. Ogni tanto pescava qualcosa dalla tasca e si metteva a masticarla, senza smettere, neanche in classe durante le lezioni. Per questo in genere si rimpiattava in un angolo, lontano da noi, e si mangiava le sue prelibatezze».
Tra le caratteristiche che invece esercitavano fascino c'era il suo precoce talento per la commedia e l'istrionismo: «sapeva fare il verso ai professori, imitare la mimica, le voci, diventare un altro con estrema facilità». Era l'animatore delle attività teatrali della scuola, recitava le parti comiche con bravura, soprattutto se c'era da travestirsi da donna o da vecchio malandato. Notizie come queste, e altre mille, le possiamo trovare in Nikolaj Gogol' nei ricordi di chi l'ha conosciuto, a cura di Giovanni Maccari, libro che raccoglie varie testimonianze sulla vita privata del grande scrittore russo; una vita «sempre curiosa, inaspettata e a tal punto originale che è rimasta sempre difficile da spiegare con i comuni parametri». Infatti, come dirà Sergej Aksakov, per difenderlo davanti ad amici comuni: «come possiamo giudicare Gogol' secondo il nostro metro? Il suo sistema nervoso è dieci volte più sensibile del nostro, e per di più messo al contrario». Al che Pogodin, non convinto, gli risponderà «Come no».
È come se Gogol' fosse sempre un po' fuori posto, un po' più sopra o un po' più sotto, un po' più a destra o un po' più a sinistra delle cose. Ecco che lo troveremo nel '31, secondo la testimonianza di Sollogub, a casa di una sua zia a fare da precettore al figlio di lei, un po' ritardato: «entrammo nella camera dei bambini, dove il maestro sedeva alla scrivania insieme all'allievo e gli mostrava le immagini di vari animali, imitando di ciascuno il belato, il muggito, il grugnito, eccetera. «Questo, mio caro, è il montone, capisci? Bee, bee ... E questa è la mucca, la conosci la mucca? Muu, muuu.» Per di più il maestro aveva l'aria di compiacersi di queste onomatopee, con una specie di strano godimento. Confesso che mi dava tristezza assistere a questa scena, al triste destino di un uomo che per un pezzo di pane era costretto a prestarsi a occupazioni simili». Sollogub, pieno di pena, esce dalla stanza e la zia gli dice che il poveruomo si chiama Nikolaj Vasil'evic Gogol'. Sollogub, riferendosi a qualche tempo dopo, quando ormai Gogol' era conosciuto, narra di un'altra sua apparizione «così strana che non si può non raccontarla. La zietta era in casa coi bambini, affranta per la morte della madre. Annunciano Gogol'. «Fatelo passare.» Gogol' entra con un'aria falsamente contrita. Come succede in questi casi, la conversazione cominciò a ruotare intorno alla caducità delle cose del mondo. Questo probabilmente lo annoiò. All'improvviso attaccò con una lunga e lacrimevole storia a proposito di un possidente ucraino a cui moriva l'unico figlio adorato. Il vecchio soffriva, non si staccava dal malato giorno e notte per settimane intere, alla fine stremato andava a stendersi nella camera accanto, dopo aver dato ordine che se il malato peggiorava lo svegliassero immediatamente. Si era appena appisolato che arriva il servo di corsa. «Presto, venite!» «Che c'è, è peggiorato?» «Che peggiorato, è morto stecchito!» A questa conclusione tutte le facce che avevano ascoltato attentamente la storia si allungarono, si udirono dei sospiri, sorsero una comune esclamazione e una domanda: «Ah, mio Dio! E quel povero padre cosa ha fatto?» «Cosa poteva fare», disse Gogol' imperturbabile: «ha allungato le braccia, si è stretto nelle spalle, ha dondolato la testa e ha fatto un fischio: fiu, fiu». I bambini risero a voce alta ma la zietta si arrabbiò per quello scherzo in effetti del tutto inopportuno.
Per concludere, ecco uno strano episodio che ci mostra come Gogol' poteva relazionarsi agli altri. In viaggio da Pietroburgo a Mosca (3 giorni), tale Pejker, appassionato lettore della sua opera, si siede di fianco a Gogol' sulla vettura e crede di riconoscerlo. Subito gli dice di sentirsi molto onorato di sedere accanto a un famoso scrittore, ma Gogol' gli risponde «che non era affatto Gogol', bensì Gogel', un umile sempliciotto, orfano di padre e di madre, e gli raccontò tutta una storia pietosa su di sé. E poi a tutte le domande rispondeva: "non saprei"». Dopodiché Pejker, convinto di essersi sbagliato, resta in silenzio per tutto il resto del viaggio. Qualche giorno dopo Pejker va atrovareAksakove gli dice come gli piacerebbe conoscere di persona Gogol', «non c'è problema» dice Aksakov «viene qui tutti i giorni». Infatti dopo dieci minuti Gogol'/Gogel' entra, tutti scoppiano a ridere e Pejker si arrabbia moltissimo.
Così, e in tanti altri modi, era fatto Gogol'