Recensioni / In Nikolaj Gogol' c'è qualcosa di più universale del carattere moderno

Abolendo l'ordinamento classicista delle arti, ultimo riflesso del cosmo tolemaico e della società ancien régime, il romanticismo ottocentesco ha favorito quella mescolanza di alto e basso, di comico e tragico il cui frutto più rappresentativo resta la prosa di romanzo. Spirava allora una nuova aria di libertà; ma il suo prezzo fu un'instabilità quasi intollerabile, una mancanza di fondamenta che rischiò di ammutolire gli artisti più consapevoli. Se nel '900, quando la partita si giocherà ormai tutta all'interno della sfera letteraria, un Beckett potrà concedersi il motto "riproverò, sbaglierò meglio", toccando a ogni opera la soglia del silenzio ma continuando a eluderlo, un secolo prima i grandi scrittori si esposero a un fallimento vero, di quelli che conducono fuori dal campo estetico. Non solo i poeti capivano che la loro arte aveva perduto autorevolezza; anche chi componeva romanzi, pretendendo però di racchiudervi l'intero universo fisico e metafisico dei vecchi poemi sacri, sentiva di lavorare senza legittimazioni, in mezzo a un caos informe. Così a un tentativo faceva a volte seguire un'abiura, e magari si riparava dall'instabilità rifugiandosi in una religione troppo angusta. Si pensi ai percorsi di Manzoni e Gogol'. Forse non è un caso che la sorte più tragica sia toccata allo scrittore più comico, l'inventore di nasi che si atteggiano ad alti funzionari e del grottesco imbroglione Cicikov, il quale tra un censimento e l'altro dei servi della gleba propone ai proprietari della campagna russa di vendergli le "anime morte" ma non ancora depennate dalle liste per ottenere un credito bancario. Malgrado il ripudio manzoniano, I promessi sposi sono andati per il mondo rifiniti e compiuti; del poema romanzesco su cui il Gogol' maturo aveva puntato tutto, abbiamo invece solo la parte "infernale": le altre, un purgatorio e un paradiso edificante, sono state bruciate a più riprese dall'autore, a dimostrazione che il moderno mal sopporta la descrizione del Bene (don Abbondio è immortale, Borromeo rimane uno stucchevole santino). Le anime morte taglia in due la biografia gogoliana. Ce lo ricorda oggi Giovanni Maccari, introducendo con una prosa di elegante naturalezza il suo Nikolaj Gogol' nei ricordi di chi l'ha conosciuto edito da Quodlibet. Maccari figura come il curatore di questo libro ricco di umori, ma in realtà ne è l'autore, nel senso in cui lo è l'Enzensberger dei Colloqui con Marx e Engels: un autore che anziché romanzare una vita sceglie la tecnica di un intelligentissimo montaggio. Dunque nel 1842, quando escono le avventure di Cicikov, il trentenne Gogol sembra al culmine della carriera, mentre è proprio allora che inizia a reprimere un talento troppo audace per la sua "fragile psicologia", Morirà dieci anni più tardi senza causa apparente, gogolianamente torturato dai medici, dopo essersi dedicato agli scritti devoti e reazionari censurati da una famosa lettera di Belinskij. Il destino è strano, e l'uomo misterioso. Perciò Maccari prova a decifrarlo "attraverso le testimonianze oculari, ossia piazzando sulle sue traiettorie una serie di fototrappole", come si fa con certi animali, "nella speranza di sorprenderlo quando non sa di essere visto". Così fa sfilare davanti ai nostri occhi gli aneddoti e le opinioni che su Gogol hanno espresso attori, dottori, nobildonne, servi, pittori, letterati maligni, e anche ammiratori pronti a perdonargli qualunque capriccio, come lo scrittore Aksakov. Ne esce il ritratto di un tipo che fin da ragazzo, quando nelle vesti di provinciale ucraino ha dovuto confrontarsi con un ambiente più aristocratico, si è difeso col travestimento e la simulazione. Angelico e demoniaco, Nikolaj è un istrione che si trasforma di continuo come se non avesse un'identità propria, un'incarnazione beffarda della "negative capability" teorizzata da Keats; e sulla pagina questo tratto si traduce in uno stile così impassibile da poter fare da specchio sia ai progetti dei realisti sia a quelli dei moralisti o degli umoristi disimpegnati, sia alle rivendicazioni degli occidentalisti sia a quelle degli slavofili. Sdraiato sul divano di una casa ospitale, lo scrittore-vampiro è sempre in attesa che qualcuno (un amico, la patria, la Provvidenza) gli offra lo spunto capace di sottrarlo all'inerzia, ispirando le sue doti di medium: e non a caso la trama delle sue opere maggiori, le Anime e il Revisore, gliel'ha fornita Puskin. Secondo il pittore Iordan, Gogol' era a suo agio quando "poteva fare man bassa di quel che gli serviva (...) senza cedere nulla di se stesso". Anche perché forse un "se stesso" solido e durevole non lo aveva: a un altro pittore che vuole ritrarlo dice che è difficile, perché "ho una faccia diversa tutti i giorni". Attore fallito e intrattenitore prodigioso nella Roma del Belli, impiegato assenteista e professore improbabile, uomo prosaicamente brutto e al tempo stesso fiabescamente incorporeo, autore di capolavori ed estensore di scritti più che sciatti, viaggiatore mai stanco e intellettuale affetto da una scandalosa pigrizia, Gogol' è da ogni punto di vista ambiguo, indefinibile, obliquo. Però nelle sue manifestazioni c'è una costante: la fuga dai doveri della vita adulta. La biografia gogoliana è una storia di continui evitamenti, in cui il protagonista, coi più vari trucchi da ipocondriaco, tiene a distanza il mondo mentre lo sfrutta come luogo d'irresponsabile svago, ovvero contraltare di un lavoro poetico rigoroso fino all'ossessività. Di qui il suo aspetto spettrale, perfino inumano; di qui la sua aridità pubblica e sentimentale. Nella modernità che mischia i registri, il comico non è più conviviale e spensierato: sembra inchiodato a una smorfia coatta, tragica, a un rictus metafisico e sulfureo. Ma in Gogol' c'è qualcosa di più universale del carattere moderno. E gli avrebbe fatto piacere, credo, sapere che a un secolo dalla sua morte Elsa Morante ha paragonato Cicikov a un eroe della Grecia omerica per il suo modo sonoro di soffiarsi il naso.