Recensioni / Gogol' visto da vicino: brutto, sporco e cattivo

Chi, magari dopo averlo inseguito a lungo, finalmente riusciva a stringergli la mano per la prima volta, alla vista del suo aspetto si sentiva a disagio. Era tentato di ritrarre la mano e mantenere la distanza. L'attesa era per un grand'uomo, uno scrittore capace di rivoluzionare la letteratura russa concependo capolavori come Il naso e Le anime morte. Si sapeva che fosse un po' strano, che avesse qualche ossessione, come la tafofobia, la paura di essere seppellito vivo, ma quale scrittore non soffre di una qualche stranezza, e in fondo questa non era neanche chissà quanto grande. Anzi, quella non era niente. Perché davanti agli occhi dell'ammiratore paralizzato con la mano a mezz'aria si parava un tizio repellente, sporco e privo della minima forma di educazione.
Voci, dicerie, si dirà, di gente invidiosa. No. Testimonianze autentiche. Di medici, contesse, attori, letterati o semplici estimatori entrati in contatto con lui e raccolte, più d'una tradotta in italiano per la prima volta, nel volume a cura di Giovanni Maccari Nikolaj Gogol' nei ricordi di chi l'ha conosciuto (Quodlibet, pagine 472, euro 19). Il suo amico e compagno di banco, Ljubic-Romanovic, ammetteva che a lui e agli altri amici, quando lo incontravano, faceva schifo dare la mano a Gogol' (20 marzo 1809, Velyki Sorocynci, Ucraina-4 marzo 1852, Mosca, Russia). Era brutto, aveva il viso butterato dalla scrofola, dalle orecchie perdeva continuamente del liquido giallastro. Come se non bastasse «la mattina si lavava a fatica il viso e le mani, portava sempre la biancheria sporca e un abito tutto impiastricciato. Nelle tasche dei calzoni aveva immancabilmente una provvistadi dolci di ogni tipo - panpepati e confetti. Ogni tanto pescava qualcosa dalla tasca e si metteva a masticarla, senza smettere». Annenkov, che trascrisse I primi capitoli di Anime morte, fu colpito dalla voracità con la quale mangiava il suo venerato scrittore, capace di «curvarsi a tal punto che i suoi lunghi capelli cadevano nel piatto».
Panaev, che nell'Ottocento è stato un letterato di notevole fama, autore di romanzi e racconti di una certa popolarità che non hanno lasciato una traccia significativa nella letteratura russa, di Gogol' ricordava quando lo conobbe: «Il suo aspetto non mi fece un'impressione piacevole. Al primo sguardo mi colpì soprattutto il suo naso, lungo, incavato e adunco come il becco di un rapace. Aveva i capelli arricciati e un ciuffo piuttosto alto sul davanti». E poi, in un'altra occasione, ebbe modo di sottolineare che «nel suo modo di fare c'era un che di forzato, di artefatto, che risultava sgradevole a chiunque lo guardasse non come un genio ma come una semplice persona». Gogol' frequentava osterie sporche. Chi lo incrociava per la strada, dove se ne andava in giro esibendo una camminata sbilenca e priva di grazia, lo apostrofava «zoticone». Quando sbadigliava, lo faceva rumorosamente, come se stesse ruttando. In tanti rimasero colpiti dalla sporcizia delle sue mani, dovuta a un'abitudine quanto meno curiosa. Tra le dita si rigirava continuamente delle palline di .pane che prendevano, poi, lo sporco che c'era sulle unghie e lo spalmavano ovunque. A chi gli consigliava di finirla con quell'abitudine, lui rispondeva giustificandosi che quel giochino era il suo antistress e gli serviva per trovare l'ispirazione, soprattutto nei passaggi più delicati di un romanzo o di un racconto.
Il poeta e giornalista Berg annotò: «In tutta la sua figura c'era qualcosa di legato, di compresso, di chiuso come un pugno. Nessuno slancio, nessun segno di apertura, né in un gesto né in un singolo, sguardo. Gettava invece qua e là delle occhiate quasi oblique, sfuggenti, con un che di malizioso, senza mai guardare dritto negli occhi chi gli stava di fronte».
Sì perché Gogol' era anche soprannominato «il nano misterioso», in tanti lo ricordano circondato da un alone di cupezza e tetraggine. Chi partecipò alla riesumazione del suo cadavere raccontò di aver visto il corpo privo del capo, qualcun altro che il corpo giaceva in una posizione innaturale, come se lo scrittore, morto a 43 anni, fosse stato seppellito vivo e lì, nella bara, avesse combattuto inutilmente per venirne fuori.