Recensioni / Lettere a nessuno firmate Walser


E' il 1916 e Robert Walser ha 38 anni. Sul fronte francese tra Verdun e la Somme le colline del miglior vino del mondo si concimano di sangue, ultimo valore d' uso della specie umana. In Italia tra Gorizia e il Carso si spreca tra i sassi la spremitura a caldo di una generazione di ragazzi. Nella Svizzera non belligerante il cittadino Walser si macerava in un’altra specie di neutralità , quella del distacco del genere umano. Le prose che l' editore Quodlibet diffonde per la prima volta in Italia sono lettere a nessuno, sfiorate da carezze d' addio. Non hanno più "la forma della relazione", secondo la forte introduzione di Giorgio Agamben. Si e' staccato il bottone dall'asola che ora sta vuota di fronte al filo slabbrato: così la caduta di relazione. Walser, che ha già scritto tutti i suoi romanzi, si avvia nella clausura affollata del silenzio, presto ascolterà voci e tacerà per non interromperle più. "Dicono qualcosa tutto il tempo", si legge in una sua cartella clinica, pubblicata dalla rivista "Marka". In un’altra risponde a chi gli chiede se riesca a interessarsi di problemi: "Mi è del tutto impossibile, devo occuparmi principalmente delle mie voci". Nell' anno di guerra 1916 scrive su richiesta dell' editore Rascher di Zurigo questi diciotto "Prosastucke", pezzi in prosa, prosa a pezzi. Di ognuno bisognerebbe offrire campione di tessuto, ma ne potranno bastare tre. Il primo, "Paesaggio lacustre", partecipa con altri di un centro femminile da cui esala una grazia insopportabile. Il canto di una ragazza in una gondola che, nell’entusiasmo della sera, viola il proprio riserbo e spande all' aria il suo pensiero in musica, attira un uomo al parapetto di un ponte. Si sporge, sente affievolirsi in lontananza: "quel suono vergognoso e orgoglioso". "La salsiccia" è il titolo del tredicesimo pezzo: la più affettuosa e comica perorazione dell’astinenza. Andrebbe inserita come lettura obbligatoria e consolatoria in ogni seminario. Terzo squillo e' per "Schwendimann"; colui che "non cercava molto, cercava però il giusto". E' un tragitto quasi lieto tra rinunce e preclusioni, scandito da un ritmo simile al passo di marcia di una banda musicale di paese. L' ultima casa toccata da Schwendimann illumina tutte le altre e fa di questo pezzo la riduzione letteraria, l’unica, del libro sacro detto Qohe' let o Ecclesiaste. E' il 1916, anno della prima stesura del capolavoro "La passeggiata", manifesto dell’impossibilità di trattenersi presso una qualunque stazione della bellezza: come il viaggio di sola andata di Schwendimann che non sa fermarsi in alcuna casa utile. In piena strage dei ragazzi d’Europa, Walser reagisce come loro, inquilino di una trincea che l' accompagna ovunque. Nessuno di loro sarebbe diventato nostro nonno. Walser resta nel campo di quei nipotini perpetui, piantati sulle colline di marne calcaree, all’ombra dei tralci di pinot nero. Agamben scrive di queste prose sotto la difficile insegna di: "maniere del nulla". Egli è uno dei rari intellettuali italiani che non desideri diventare sindaco o consigliere di principi. Perciò spiace non seguirlo in questo pensiero. Perchè a me pare che la maniera di Walser, anzi perfino la moina, sia materia, stucco lavorato a dramma. Ha due vie d’uscita, il tragico e l’idillio, ma a governare il braccio c’è un impulso alla verità che ha forza di convincimento. Alla fine di ogni pezzo si è stati non solo avvinti, ma persuasi da un sentimento. Invece il nulla incipria, decora brividi artificiali: è spezia di Cioran, non del soldato neutralizzato Walser.