Recensioni / Italian Bookshelf

Può certamente apparire scontato che lo sviluppo delle forme narrative negli ultimi tre secoli vada letto in concomitanza con l’avanzare della modernità nei vari contesti sociali. Eppure, per nulla indiscusso è il metodo da seguire per una tale lettura, anche perché la complessità della materia richiede un livello difficilmente raggiungibile di interdisciplinarità, acutezza teorica e vastità di conoscenze storiche. Soltanto una studiosa in grado di spaziare dalla teoria del romanzo alle metodiche ricerche d’archivio, dall’analisi delle strutture narrative a un close reading capace di ascoltare gli “scarti” nella polifonia, poteva realizzare un lavoro come questo, che certamente fornirà negli anni a venire una solida base per ulteriori ricerche in numerosi campi, tra cui la storia e la teoria della letteratura, la traduttologia, e la storia dell’editoria.
Il saggio analizza l’evoluzione della forma romanzo in Italia nei primi tre decenni del Novecento, concentrandosi in particolare sull’enorme influsso che in tale processo ha avuto la diffusione delle traduzioni di romanzi stranieri e in particolare tedeschi, i quali offrivano un’immagine per molti versi speculare, ma più avanzata (e dunque anticipatrice), della stessa modernità che proprio in quei decenni stava esplodendo anche in Italia in modo irreversibile.
I tre macro capitoli in cui è organizzato il volume non si limitano soltanto a tenere insieme le molte fila dell’indagine, ma tracciano profili di personalità significative nel contesto del processo storico preso in esame, in particolare quelle di traduttori e operatori culturali (in maggioranza donne) la cui statura viene ricostruita attraverso inediti materiali d’archivio. Ampio spazio è anche concesso all’analisi degli autori e delle opere tradotte, che acquistano così un nuovo significato, spesso sorprendente alla luce di un contesto storico mai prima chiarito in questi termini, in grado cioè di mettere pienamente in luce il loro ruolo nello sviluppo della letteratura nazionale e dell’industria culturale.
Il primo capitolo, “Educazione romanzesca” (35-84), è organizzato intorno alla traduzione italiana dei Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe, romanzo dal significato cruciale per il percorso delle forme narrative verso la “prosaicità” del moderno, e che proprio per questo diventa un passaggio ineludibile per la cultura italiana di inizio Novecento, ancora saldamente imbrigliata nel frammentismo, nella prosa d’arte e nelle ossessioni teoriche crociane che sfociavano in un vero e proprio rigetto della forma romanzo. Iniziano in questo capitolo ad emergere personalità di primo piano di traduttori ed operatori culturali, quali Rosina Pisaneschi, Alberto Spaini, e Lavinia Mazzucchetti, oltre a quella di Giuseppe Antonio Borgese, che assume un valore centrale per tutta la vicenda studiata e a cui è quasi interamente dedicato il secondo capitolo.
In quest’ultimo, “Tradurre per costruire” (85-180), Biagi costruisce una lettura complessiva del ruolo di Borgese basandosi sullo studio di materiali d’archivio (e in particolare di carteggi) inediti. Essi per la prima volta fanno luce su molti aspetti ignoti della vicenda dello studioso e scrittore siciliano, che occorsero anteriormente al suo trasferimento forzato negli Stati Uniti avvenuto negli anni Trenta. La poliedrica carriera di giornalista, accademico, critico, romanziere ed operatore culturale, conferisce a Borgese una funzione centrale per l’affermazione della modernità narrativa in Italia, che egli promuove prima attraverso studi e interventi critici, poi con le proprie lezioni universitarie e tramite operazioni editoriali. Centrale si rivela senza dubbio anche la sua opera di scrittore, in particolare mediante il ruolo del romanzo Rubé, alla cui analisi Biagi dedica pagine di grande acutezza e dove per la prima volta viene enucleato il legame strutturale di quest’opera con le Affinità elettive di Goethe, sia per quel che riguarda il sistema dei personaggi che per la centralità di alcuni tropi, finora letti dalla critica unicamente in connessione al simbolismo di inizio Novecento. Notevole anche l’analisi della “distanza” variabile della voce narrante da quella del protagonista, che evidenzia l’intento polifonico del romanzo, la cui fortuna critica ha sempre subito proprio l’incomprensione di tali elementi.
Il terzo capitolo, “Esperimenti di modernità” (181-314), propone una vasta analisi della diffusione in Italia dei romanzi della Neue Sachlichkeit apparsi tra la fine degli anni venti e gli anni trenta. In esso Biagi conferisce centralità alla figura di Alessandra Scalero, cui si deve, tra l’altro, l’arrivo precoce in Italia di un romanzo dall’impatto enorme, come Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin. In queste pagine viene altresì esaminato a fondo il rapporto tra la censura fascista (nelle sue varie fasi di sviluppo) e le imprese editoriali, e si mettono in luce le molteplici strategie, i compromessi e i sotterfugi impiegati per pubblicare opere certamente non in linea con i dettami del regime. In secondo luogo, Biagi propone un’analisi serrata delle influentissime traduzioni di alcuni tra i romanzi stranieri di maggiore successo, come quello già citato di Döblin, nonché dei romanzi di Fallada, Kafka, Keun, Wassermann e altri. Non mancano poi nell’indagine attente e innovative letture di opere di autori italiani — i quali sono sempre messi in relazione con le traduzioni su cui si erano formati — come Luce fredda di Umberto Barbaro, Quartiere Vittoria di Ugo Dèttore e Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes. E a questo proposito non si può evitare di osservare come, al di là dell’importanza del quadro generale, tali analisi non mancheranno di rendere il volume importante anche per i futuri studi sui singoli autori trattati.
Per concludere, è opportuno sottolineare come la lettura dialettica fornita da Biagi del percorso della forma romanzo nel contesto italiano, vada in particolare a evidenziare in modo inedito il dirompente impatto avuto in quella fase storica dalle collane narrative proposte dall’editoria divenuta ormai di massa. La diffusione inarrestabile di tali volumi, all’apparenza politicamente inoffensivi, ha messo in circolo nuovi punti di vista sulla società dell’epoca e sulle sue strutture economiche e culturali, proponendo nuove interpretazioni dei ruoli e dei conflitti di classe e di genere, ad un livello forse persino sottovalutato dalla censura fascista, non sempre in grado di stare al passo di un oggetto così sfuggente: e il merito di ciò va soprattutto alle tante “oscure” figure di traduttori, autori, operatori di cui si è detto, cui questo studio restituisce la dovuta centralità, non mancando di creare una hero narrative che in sottotraccia ne rende avvincente la lettura.