Recensioni / Pragmatismo, Filosofia analitica, Epistemologia

A cento anni dalla pubblicazione di Pragmatism di William James, opera che ha dato popolarità e diffusione a questa importante corrente di pensiero nata nei primi anni 70 dell’Ottocento a Harvard, che cosa resta del pragmatismo? Riprendere, oggi, le idee sviluppate da Chauncey Wright, Charles Sanders Peirce, William James e John Dewey è soltanto una operazione storica oppure questi pensatori hanno ancora qualcosa di attuale da dirci?
Il volume curato da Rosa Calcaterra risponde, indirettamente, a questa domanda, riflettendo sugli attuali rapporti tra pragmatismo e filosofia analitica, mostrando le importanti tracce del pragmatismo nel pensiero contemporaneo e i debiti di autori come Quine, Rorty e Putnam verso questa corrente di pensiero.
L’introduzione della curatrice segnala i diversi nodi teoretici che essa ha cercato di affrontare con modalità innovative e che tuttora, come dimostrano i saggi qui raccolti, continuano ad alimentare il dibattito filosofico.
Il pragmatismo è dunque vivo ma, di preciso, cosa è il pragmatismo? Come hanno notato diversi autori, vi è un certo abuso del termine, al quale si aggiungono le inevitabili divergenze interne, come la contrapposizione tra un pragmatismo oggettivo o di destra, rappresentato da Peirce. C. I. Lewis e Rescher, e un pragmatismo soggettivo o di sinistra, rappresentato da James, Dewey e Rorty (Michele Marsonet, pp. 44 e ss.).
Due caratteristiche sulle quali molti degli autori dei saggi qui raccolti hanno insistito sono l’antidogmatismo e il presentarsi come filosofia scientifica, sperimentale e fallibilista, ma questo certo non basta a definire una corrente filosofica, né può aiutare a tracciare un confronto con la filosofia analitica. Secondo Nathan Houser ciò che caratterizza il pragmatismo è la trasformazione delle preoccupazioni epistemologiche «trasferendo la base o la garanzia della giustificazione dai fondamenti razionali alle conseguenze concepite come empiriche» (p. 19). Un altro aspetto molto importante, chiaramente legato ai primi due, è la naturalizzazione (darwiniana) della mente umana. Secondo Rorty, invece, ciò che caratterizza tutte le forme di pragmatismo è l'anti-rappresentazionalismo e il rifiuto della concezione della verità come corrispondenza (Eva Picardi, p. 139).
Definire cosa sia la filosofia analitica non è più facile: anche qui vi è un certo abuso linguistico e certamente non mancano neppure le contrapposizioni interne. Tra le caratteristiche comuni vi è, oltre ovviamente all’impiego dell’analisi come metodo principale di indagine filosofica, l’accettazione della svolta linguistica e l’utilizzo della logica simbolica (Nathan Houser, p. 21).
Date queste caratteristiche, per quanto parziali, la distanza filosofica tra pragmatismo e filosofia analitica non può certo essere incolmabile: si tratta indubbiamente di due tradizioni o scuole filosofiche con numerosi punti di contatto, i quali tuttavia non necessariamente garantiscono una comunione di idee: spesso più che le credenze contano le idiosincrasie di famiglia e i diversi stili filosofici, e Houser tratteggia bene il quadro parlando, con una certa ironia, di Chiesa della Filosofia Analitica e di Chiesa del Pragmatismo (p. 21-22).
Il rapporto tra la filosofia e la società è uno degli aspetti nei quali più si avverte la distanza tra le due chiese: mentre i pragmatisti non esitano a impegnarsi in questioni sociali e politiche (si pensi a John Dewey e al suo appoggio al New Deal di F. D. Roosevelt), i filosofi analitici tendono piuttosto a isolarsi dagli altri settori della cultura. Il ricupero del pragmatismo diventa così una sorta di antidoto «alle ristrettezze concettuali della tradizione analitica» (Michele Marsonet, p. 31).
Questa visione del pragmatismo come cura degli eccessi o delle mancanze della filosofia analitica è una sorta di leitmotiv che attraversa, con sfumature diverse, molti dei saggi raccolti.

Damiano Canale e Giovanni Tuzet, ad esempio, applicano l'approccio pragmatista alle teorie dell'impegno assertivo: che tipo di impegno ci assumiamo quando affermiamo qualcosa? Secondo Frege l'impegno è verso la verità di quanto affermato, ma questa prospettiva è troppo ristretta. L'asserzione non è una semplice proposizione, ma è un atto pubblico e comporta quindi una serie di responsabilità che riguardano la credenza manifestata più la sua verità.
Nathan Houser vede nel pragmatismo di Peirce una possibile soluzione (o almeno un suggerimento per una possibile soluzione) al problema dell'empirismo: come può l'esperienza fare da tribunale al pensiero? Per alcuni filosofi analitici l'unica soluzione è abbandonare l'empirismo, ma questo non è necessario se si accoglie una concezione pragmatista dell'esperienza, che va oltre le impressioni sensibili e comprende conseguenze immaginate e previsioni su esperienze a venire (pp. 28-29).
È questo uno degli aspetti più importanti del pragmatismo: le azioni non nascono da un pensiero separato e distinto, ma sono esse stesse permeate dal pensiero. Secondo John McDowell si tratta tuttavia di una «lezione [che] non è stata propriamente imparata» (p. 66), almeno non da Wilfrid Sellars e Robert Brandom, dei quali McDowell analizza la filosofia dell'azione.
Sul tema della prassi sono molte le consonanze tra l'ultimo Wittgenstein e i pragmatisti classici, Peirce in particolare; consonanze ben analizzate da Vincent Colapietro. Sia Peirce che Wittgenstein, nell'analizzare le pratiche, partono dal quotidiano, abbandonando il trascendentalismo ed evitando il ricorso a giustificazioni teoretiche (p. 80). Colapietro è attento a non commettere il classico errore di questi confronti: appiattire un autore sull'altro, sottovalutando le importanti differenze.
Anche per Mario de Caro il pragmatismo ha, per così dire, una funzione farmaceutica, permettendo di superare lo scientismo, molto diffuso negli ambienti analitici, senza per questo ricadere nell’anti-naturalismo o nello spiritualismo. La tesi forte dello scientismo è che «soltanto la scienza naturale è in grado di fornire una spiegazione vera della realtà» (p. 175). Ciò comporta una cesura insuperabile tra fatti e valori e il conseguente abbandono delle scienze normative e della filosofia, il cui ruolo fondativo viene affidato alla scienza (p. 180). Il pragmatismo, come già detto, si presenta come filosofia scientifica e sperimentale, senza però interpretare quest’ultimo termine nel senso ristretto degli scientisti: per i pragmatisti è possibile un giudizio concettuale correggibile (p. 177). Con il pragmatismo è possibile accogliere il naturalismo nella sua forma liberale, senza imbrigliarsi negli stretti limiti dello scientismo e senza negare che l’importanza dei valori.
E proprio sui valori e sulla loro correlazione con i fatti è incentrato il saggio di Rossella Fabbrichesi. Il pragmatismo di Peirce, a differenza di quello di James e di Dewey, è soprattutto una teoria del significato pensato non nei termini di un verifica attuale, bensì di una verifica virtuale, declinata al futuro, prevedendo il «darsi di una totalità illimitata» (p. 95). Questo comporta una forte correlazione tra logica ed etica, tra fatti e valori, dal momento che nel significato è incluso un riferimento ideale all’illimitata comunità degli interpreti: «credere nell'universalità della logica è un impegno etico» (p. 99).
Maurizio Ferraris parte da una impostazione completamente diversa: nelle pagine del suo saggio il pragmatismo, più che una cura, è una malattia, per quanto meno grave dell’ermeneutica e del postmodernismo. Partendo da James e Russell, Ferraris identifica due diverse concezioni della verità: la prima, che definisce atlantica, è propria del pragmatismo e stabilisce essere vere le idee corroboranti; la seconda, che chiama pacifica, è sostenuta, tra gli altri, da Russell e si basa sulla corrispondenza tra idee e realtà. In realtà unicamente la verità pacifica, che poi è la classica concezione della verità come adaequatio rei et intellectus, è una teoria della verità, in quanto la teoria della verità dei pragmatisti è in realtà una teoria epistemologica, non ontologica. L'accusa di Ferraris è appunto questa: «pragmatisti, ermeneutici, postmoderni, sono privi di una teoria dell’oggetto» (pp. 197-198). Senza di essa si rischia la confusione tra ontologia e gnoseologia, come già Brentano fece notare a James nel 1905, durante il Convegno internazionale di Psicologia.
È possibile rintracciare tre risposte alle critiche di Ferraris: una, diretta, di Giovanni Maddalena e due, indirette, di Eva Picardi e di Rosa Calcaterra.
Giovanni Maddalena, che nel finale del suo saggio, dedicato all’etica in Wittgenstein, Dewey e Peirce, si sofferma proprio sul rischio di un collasso tra ontologia e epistemologia. Secondo Maddalena, il pragmatismo di Peirce, indubbiamente più sofisticato di quello di James, non corre il rischio di confondere verità e felicità (p. 123).
Eva Picardi analizza, attraverso le opere di Rorty, Davidson e Brandom, il rapporto tra pragmatismo e teorie rappresentazionaliste della verità, tratteggiando un quadro ben più articolato del semplice schema presentato da Ferraris.
Rosa Calcaterra, invece, si sofferma sulla figura di James, «il filosofo pragmatista forse più frainteso o comunque accantonato» (p. 207). Si ha così modo di scoprire un pensatore meno ingenuo di quel che ci si aspetterebbe dopo la lettura di alcuni dei saggi precedenti.
Per tornare alla domanda iniziale sul senso di un ricupero delle tematiche pragmatiste, non si trova, tra le pagine di questo volume, una risposta univoca. Secondo alcuni autori è necessario studiare e valorizzare maggiormente il pragmatismo nel suo impianto generale, altri autori tendono invece a soffermarsi su aspetti particolari di alcuni filosofi pragmatisti, mentre altri autori ancora mettono in evidenza le difficoltà e i problemi irrisolti del pragmatismo.
Questa eterogeneità, lungi da essere un difetto del volume, ne costituisce anzi il maggior pregio: fornire un quadro, se non completo sicuramente vasto, della riflessione filosofica del e sul pragmatismo nel contesto della riflessione filosofica contemporanea.