Recensioni / I due mondi di RUDYARD KIPLING

Un autore capace di sognare in lingue conflittuali tra loro
Una serie di riedizioni e di letture critiche incrociano l'intramontabile scrittore: dal volume della Bur che riunisce le opere maggiori del Kipling indiano con una introduzione di Viola Papetti alla antologia titolata I figli dello Zodiaco, a cura di Ottavio Fatica per Adelphi ai due studi di Matteo Baraldi, uno dei quali dedicato ai ragazzi selvaggi, uscito da Quodlibet.

Se si stilasse una classifica degli autori di long-sellers, Rudyard Kipling senza dubbio si posizionerebbe ai primi posti. A scadenza quasi regolare la nostra editoria ripropone suoi titoli, ora in nuove traduzioni, ora in edizioni impreziosite da introduzioni di nomi illustri. Sembra quasi paradossale questa attenzione costante per uno scrittore sul cui capo permangono accuse di filo-imperialismo e che la maggior parte dei lettori ricorda soprattutto per i suoi pronunciamenti - in versi e in prosa - sulla necessità da parte dei bianchi di civilizzare le popolazioni di colore, di caricarsi, cioè, del «fardello dell'uomo bianco», secondo un'immagine che ha finito col divenire una sorta di slogan. Per comprendere l'interesse che Kipling continua a suscitare, e la sua anacronistica attualità, sarebbe sufficiente rifarsi alle parole di Salman Rushdie, un autore certo non sospettabile di simpatie neocolonialiste, per di più indiano, dunque appartenente a una di quelle terre che secondo Kipling i bianchi avevano la missione di «mondare».
Dall'autobiografia alle lettere
Scriveva, dunque, Rushdie quando ancora si proponeva come autore emergente di provata fede marxista: «ci sarà sempre molto in Kipling che farò fatica a perdonare; ma vi è anche una tale verità nelle sue storie che è impossibile ignorarle». E continuava spiegando che tale verità si trova nella sua pittura dell'India, la più autentica che si possa riscontrare nella letteratura occidentale, poiché «nessun autore occidentale ha conosciuto l'India come Kipling, ed è proprio la conoscenza del luogo, dei costumi e dei dettagli che dà alle sue storie un'autorità innegabile». Non per caso, quindi, è proprio sulla biografia dell'autore inglese (e, di riflesso, sulla sua frequentazione del mondo indiano) che insiste Viola Papetti nella introduzione a un volume appena uscito per i caratteri della Bur, che riunisce le opere maggiori del Kipling indiano: Kim, i Libri della giungla e un'ampia scelta di racconti, aggiornandone la figura attraverso il ricorso all'autobiografia e alle lettere. Opponendosi all'atteggiamento di quanti - la maggioranza non solo dei lettori, ma anche dei critici - hanno «rinunciato a tutto Kipling per gustare separatamente e in buona coscienza tanti Kipling minori, finalmente coerenti per trama e tono», Papetti, pur intitolando le proprie pagine «Kipling e la sua India», cerca di non tralasciare alcun aspetto della sua produzione, dedicando anche parecchio spazio, per esempio, alla poesia, che nel libro non è antologizzata. Ne risulta il ritratto di un autore inserito in una complessa realtà storica, puntualmente descritta dalla studiosa: un individuo che, pur avendo «una testa che alberga la differenza... e parla come colui che immaginativamente si nutre di due culture, ha il piede in due mondi. E sogna in due lingue diverse». Come spiegava Manganelli in un articolo apparso sul Corriere nel cinquantenario della morte di Kipling e a più riprese citato da Papetti, Kipling non sceglie tra le due realtà, perché, «il vero gioco, il vero personaggio non è l'inglese e non l'indiano, è la violenza dei loro rapporti».
Del resto, lo stesso Rushdie (autore che non compare nella bibliografia posta in calce all'introduzione del volume Bur), quasi un lustro prima dell'intuizione di Manganelli, aveva progettato un film dedicato a Kipling in cui, riprendendo lo stratagemma usato da Buñuel per Quell'oscuro oggetto del desiderio, si proponeva di utilizzare due attori per il ruolo dello scrittore: un indiano per Ruddy Baba, il frequentatore di bazaar, e un inglese per Kipling Sahib, l'imperialista. Questo aneddoto, raccontato da Rushdie in uno dei saggi raccolti in Patrie immaginarie, fu ripreso alcuni anni fa in un suo intervento su Kim da un giovane studioso, Matteo Baraldi, già apprezzato per il suo lavoro in ambito australiano. Ma neanche il volume in cui il saggio appariva (Il lama e il bambino, a cura di Giorgio Grilli e Emilio Varrà, Il Ponte Vecchio, 1999), compare nella bibliografia della raccolta Bur, pur trattandosi probabilmente dell'unico lavoro - insieme a un numero monografico della rivista «Hamelin» dell'aprile 2002 - che in Italia sia stato interamente dedicato a Kipling da un gruppo di giovani studiosi nell'ultimo decennio.
Peraltro, non c'è traccia, nella stessa bibliografia, di un ben più corposo saggio di Baraldi apparso quest'anno da Quodlibet, I bambini perduti. Il mito del ragazzo selvaggio da Kipling a Malouf, in cui l'autore si sofferma soprattutto sui Libri della giungla, e in particolare sulla figura di Mowgli. Certo, la prospettiva da cui Baraldi sceglie di partire è molto diversa da quella di Papetti. Da sempre interessato alla letteratura per l'infanzia, Matteo Baraldi sceglie l'epigrafe dell'autobiografia, «Datemi i primi sei anni di vita di un bambino e potete tenervi tutto il resto» quale punto di partenza per sviluppare l'indagine sull'influsso che i primi sei anni di vita trascorsi in India hanno avuto sulla produzione di Kipling. Mentre Viola Papetti è più interessata all'autore ragazzo, che ritorna in India a diciassette anni e si avvia a una carriera precoce di giornalista, Matteo Baraldi individua tracce del piccolo Ruddy Baba sia in Kim sia, soprattutto, in Mowgli, come si legge nei Bambini perduti, dove analizza il mito del feral child, e quel richiamo alla natura che va sotto il nome di sauvagerie. Non sfugge al Baraldi studioso di letterature postcoloniali come Rousseau, facendo conformare il suo Emile allo stereotipo del Buon Selvaggio, tracci una corrispondenza tra fanciullezza e popolazioni d'oltremare, stabilendo implicitamente la dicotomia selvaggio (colonizzato)/europeo (colonizzatore). Largo spazio è ovviamente dedicato nel libro a Victor, il bambino cresciuto con i lupi nella regione francese dell'Aveyron, e al tentativo (fallito) di civilizzarlo del dottor Itard, che Truffaut interpretò nel suo capolavoro Il ragazzo selvaggio.
Tra i feral children letterari, nel libro di Baraldi hanno un ruolo protagonista Mowgli e l'anonimo bambino selvaggio di Una vita immaginaria dell'australiano David Malouf, un autore che ha avuto in comune con Kipling almeno la scrittura del libretto per un'opera lirica, Baa Baa Black Sheep, in cui la trama del tristissimo racconto autobiografico kiplinghiano Bee Bee pecora nera si fonde con spunti tratti dai Libri della giungla. Soprattutto nel caso di Mowgli, Baraldi rivela molto opportunamente come il ragazzo kiplinghiano rappresenti non solo una figurazione mitica dell'infanzia e una esaltazione «orientalista» dello stato naturale indigeno, ma anche e soprattutto una manifestazione del rinato interesse europeo per il mito panico e della peculiare attenzione britannica per la formazione dell'Imperial boy, la cui caratteristica fondamentale è la pluckiness, un misto di incoscienza e spregio del pericolo largamente posseduto dal piccolo Mowgli.
Il cuore di tenebra africano
All'educazione e alle letture dell'Imperial boy (che Baden Powell, il fondatore dei boy scout, non esitava a identificare con la fetta più violenta della gioventù proletaria e sottoproletaria, gli hooligans) Baraldi dedica poi un bel saggio apparso nel volume Tenebre bianche. Immaginari coloniali fin de siècle (Diabasis 2008), di cui è co-curatore e autore insieme a Luca Acquarelli, Maria Chiara Gnocchi e Vincenzo Russo. I quattro studiosi - specialisti rispettivamente di visual studies e di letterature postcoloniali francofone, lusofone e anglofone - indagano sulle «inquietanti rifrazioni del Cuore di tenebra africano sulla cultura imperiale delle nazioni europee», esaminando le rappresentazioni letterarie e fotografiche che le potenze d'Europa piegano alla causa imperiale e decostruendone i dispositivi mitografici: ne viene fuori uno dei migliori lavori apparsi in Italia sulla cultura europea coloniale di fine '800, l'unico che tenti quella lettura comparatistica e contrappuntistica raccomandata da Edward Said.