Recensioni / La mente come materia

Sandro Nannini critica il dualismo mente/corpo. Alla luce delle neuroscienze il materialismo risulta l’ipotesi più coerente

Il materialismo, dopo una breve stagione che più o meno è coincisa con le fortune del positivismo, e
dopo le sue vane declinazioni storiche e dialettiche dovute al marxismo (che tra l'altro è dubbio fossero genuinamente materialistiche), non ha albergato nella filosofia tra Otto e Novecento. Tanto è il discredito che questa filosofia si è procacciata nel secolo, che anche oggi, quando si parla di materialismo, è frequente vederlo qualificato come «ingenuo», o «rozzo», o «volgare». Intento di Nannini, che da tempo si dedica soprattutto ai problemi della conoscena, della spiegazione e dell'ontologia nella filosofia della psicologia, è quello di riabilitare il materialismo, vedendolo come il presupposto ineludibile di ogni scienza, hard o umana che sia, e come la filosofia che meglio risponde ai quesiti che le recenti acquisizioni delle scienze cognitive delle neuroscienze pongono.
In primis, la posizione che Nannini difende, con argomentazioni originali e ora sempre più attente alle possibili obiezioni, è il «naturalismo», secondo cui la conoscenza umana è un fenomeno integralmente naturale che può essere spiegato "senza residui” dalla psicologia scientifica, dalla biologia, dalla chimica o dalla fisica. Ciò comporta anche assunzioni «metafilosofiche» relativamente alla natura dei rapporti tra filosofia e scienza. Quando infatti la filosofia è  chiamata a rendere ragione, per esempio, di un problema come il mente/corpo, essa può solo dimettere le sue pretese di autonomia e umilmente declinare le sue prerogative fondazionali, delegando alla scienza le risposte su che cos'è la conoscenza e in generale su che cosa c'è nel mondo, compresa la mente e infine anche l'intenzionalità e la coscienza.
Sulla scia di Quine, per Nannini la filosofia «deve divenire essa stessa una scienza empirica: “la scienza dei processi cognitivi”, ramo della psicologia scientifica».
Ma chi sono i nemici del naturalismo contro cui Nannini argomenta? Chiaramente gli spiritualisti e i dualisti di sempre (quelli che postulano una realtà non materiale per entità come l’anima, gli dei, i dèmoni, le idee platoniche o una res cogitans); ma oggi anche molti naturalisti seguaci di una «terza via» in tema di «mentale», come gli «emergentisti» (il mentale «emerge» dal fisico ma, una volta emerso, godrebbe di una misteriosa indipendenza ontologica che gli consentirebbe anche di retroagire causalmente sulla base fisiologica), o i fisicalisti non riduzionisti (Fodor), che vorrebbero conciliare la «sopravvenienza» del mentale sia con la sua irriducibilità a qualcosa di fisico sia con la sua effiacia causale. Contro questi, l'unico antidoto non aporetico resta, per Nannini, un coerente materialismo (che diventa insieme al riduzionismo ontologico, una specificazione importante del naturalismo da lui difeso), abbinato al realismo scientifico (la tesi secondo cui qualcosa esiste solo se è contemplato nell’ontologia della scienza).
Più di recente è poi la sfida, per Nannini antinaturalistica tout court, dei cosiddetti «naturalisti liberalizzati», McDowell su tutti, i quali tendono a relativizzare gli impegni ontologici delle varie scienze (la psicologia ha i suoi “oggetti” diversi da quelli della fisica), a pluralizzare i metodi di acquisizione di conoscenza (rifiutando di considerare la scienza come unica fonte del sapere umano), a negare la possibilità di naturalizzare valori e norme, in una cornice in cui si dice tuttavia di non negare l’idea che la natura costituisca l’intero mondo reale. Nannini qui ha buon gioco a rilevare difetti di ambiguità e question-begging, e alla fine una ricaduta in forme occulte di dualismo o di «misteriosofismo», da parte di tutti coloro che, pur animati da un’ammirevole volontà di conciliare scienza e normatività, tendono in realtà a riprodurre vecchie e stanche dicotomie (comprensione/spiegazione, cultura/naturale o, per dirla in termini aggiornati all’attualità, naturale di seconda natura/naturale di prima natura) e indesiderati esiti antiscientifici.
A essi Nannini concede soltanto una irriducibilità “metodologica” delle spiegazioni psicologiche alle neurofisiologie, che peraltro non vorrà mai dire irriducibilità ontologica degli stati mentali a processi cerebrali.
Nel libro si leggono pagine interessanti anche sul libero arbitrio, sui destini dell’io, sul «mistero» della coscienza, sull’azione, perfino sulla credibilità religiosa, ovviamente di un tenore che avrebbe fatto la contentezza di La Mettrie o del barone d’Holbach. E vi è soprattutto un doveroso richiamo a necessari strumenti, nell’ordine del chiarimento concettuale e della presa di posizione metodologica e ontologica, forniti dalla filosofia della scienza. A questo proposito, rilevo che l’architettura rigorosamente coerente e consequenziale dell’argomentazione di Nannini si presta a possibili obiezioni da parte di chi non condivide la posizione realista circa le entità postulate dalla scienza e le soluzioni di riduzione teorica su cui quell’architettura sembra necessariamente poggiare. Forse in questa direzione resta ancora un lavoro da fare. Senza nulla togliere al vigore della proposta complessiva di un programma di ricerca materialista che in Nannini appare assai più convincente e avveduta di tante altre che, come quella «neurofilosofica» dei coniugi Churchland, è da anni al centro dei dibattiti in filosofia della mente.