Recensioni / Marilyn, Charlot e la simbologia degli ultimi

un libro che sarebbe piaciuto a Gianni Celati, Il vampiro, la diva, il clown. Incarnazioni poetiche di spettri cinematografici di Riccardo Donati, appena edito da Quodlibet (pagine 126, euro 12,00). Colui che è stato un protagonista sui generis del mondo letterario italiano aveva una concezione della scrittura come lavoro comunitario che guardava ai vagabondi, agli sbandati e ai sognatori come Don Chisciotte. Contro la narrativa di consumo che oggi va per la maggiore Celati operava un vero e proprio rovesciamento, privilegiando la novella, quella che nel mondo medievale e rinascimentale ha per protagonisti i folli e gli stolti, gli stralunati e i diseredati. O, per dirla con le sue parole, «il semplice, che deriva dalla figura evangelica dei poveri di spirito, destinati al regno dei cieli». Non dissimile l'approccio del grande sociologo Edgar Morin, che indagando il mondo del cinema contemporaneo si è concentrato sulla figura dell'idiota, richiamandosi alla nota opera di Dostoevskij. Da Charlot a Gelsomina di Fellini, sono i disprezzati da tutti a essere stati al centro di un'intera stagione del cinema. Non a caso Donati nel suo saggio cita più volte sia Celati che Morin, iniziando subito con una frase emblematica del filosofo francese: «L'immaginario è un sistema, nato per proiezione, che si è costituito in un universo spettrale e che permette la proiezione e l'identificazione magica, religiosa o estetica». Il volumetto prende in considerazione alcune esperienze di incontro fra cinema e poesia nel secondo Novecento italiano a partire da tre figure già indicate nel titolo e che trovano la loro espressione in tre icone precise: il vampiro di Dreyer, Marilyn Monroe e Charlot. Non solo personaggi, ma «nuclei simbolici di illimitata fascinazione» per Donati, il quale alla fine dell'introduzione ben illustra lo scopo del suo viaggio: «Per il soggetto (spesso suo malgrado) irreligioso, inurbato e meccanicizzato del Ventesimo secolo, cui le rappresentazioni di santi e martiri non parlano più o dicono altro, i simulacri di nitrato che si agitano sullo schermo, gli spettri oscuri o celesti che pur non esistendo riescono a spaventare, sedurre, far piangere o strappare fragorose risate, sono le ultime beatitudini (o tormenti) possibili». Parliamo dunque di tipologie che in epoca di postsecolarizzazione tendono a sostituire le figure di un immaginario religioso che si è in gran parte svuotato, ma che nella loro simbolicità come nella loro concretezza non sono affatto al di fuori di un contesto religioso. Prendiamo Charlot: per Pasolini egli raffigura il "povero Cristo',' l'innocente perseguitato, un personaggio dostoevskijano che rappresenta gli umili ma al contempo si ribella all'ordine costituito. Non solo, il vagabondo Charlot incarna "il borgataroCristo': E se tra i poeti, da Fortini a Samguineti, c'è chi accentua il suo carattere rivoluzionario a partire dal j'accuse verso la società automatizzata e verso il potere totalitario, per altri come Montale è la purezza a caratterizzarlo fino in fondo, nonché la condizione di umiliato e offeso. Per Gatto quella di Charlot è «la via crucis di un animo incontaminato», mentre Zanzotto, che pur accentua la sua natura bertoldesca, non elude i richiami cristologici. Ma anche Marilyn, ancora in Pasolini e ancor più in Mario Luzi, è il simbolo di chi non accetta di lasciarsi ridurre a merce e perciò viene espulso. Lo scrittore, poeta e regista si lancia in una provocatoria comparazione fra la pinup e Gesù, mentre il poeta fiorentino vede nell'attrice, assieme alla filosofa Ipazia, la storia di una donna martirizzata dal potere maschile. E così celebra la sua sorte tragica facendole dire: «Qualcuno soffia nel cumulo / dove sono ammonticchiata / nei miei tre pugni di polvere». Riprendendo nei suoi versi la potenza delle antiche tragedie, Luzi rilegge la vicenda di Norma Jeane come emblema di una donna schiacciata dalla violenza della storia. Anche la pellicola di Dreyer del 1931 ha interrogato e suggestionato i poeti, in particolare la scena ove il protagonista Gray assiste impotente alla sua sepoltura. E stato Zanzotto in primis ad assumere questa figura del film Vampyr per farne il simbolo della morte che è assenza, silenzio che annichilisce. In un componimento il riferimento è alla scomparsa della sorella Angela, morta di tifo a soli 14 anni nel 1937. In un'altra lirica «l'avventura-sogno di Julian Gray - commenta Donati - si fa paradigma della condizione massificata, alienata, reificata dell'uomo moderno». Un uomo spossessato che vive una condizione di impotenza davanti alla paura della morte.