Recensioni / Leggere un gran poeta tedesco e riscoprire cos'è il codice d'onore della satira

Ricordate quel termine "Offentlichkeit" che il filosofo Juergen Habermas mise in circolazione all'inizio degli anni Sessanta? Quella parola tedesca equivale in francese più o meno a "publicité", in inglese a "publicity" e in italiano può essere tradotta: sfera pubblica, oppure opinione pubblica. E' lo spazio della società civile moderna, è la dimensione comunicativa in cui si discutono questioni anche private di interesse generale. E' uno spazio che in linea di principio deve mantenersi libero da coercizioni, pressioni e censure autoritarie. E' lo spazio della libertà di opinione, della discussione razionale, della ricerca di verità pubblicamente necessarie o utili. E' l'illuminismo in quanto esercizio sociale della ragione critica. La stampa e il giornalismo moderni ne sono stati un'espressione fondamentale.
Quale che sia l'influenza politica delle idee (influenza che il potere, anche quello liberal-democratico, cerca comunque di contenere e imbrigliare), le idee e le informazioni devono essere universalmente disponibili e devono circolare liberamente. E' questa polimorfa pratica della comunicazione civile che ha incrementato alcuni generi di discorso e generi letterali come l'inchiesta, il reportage, il dialogo polemico e infine la satira. Ma con la satira siamo al limite. Mentre la polemica esige un dialogo fra due o più interlocutori, la satira comporta un certo grado di aggressività personale. Interrompe il dialogo, instaura il monologo, condanna l'avversario a non essere più un interlocutore: lo trasforma in un bersaglio, tende a fissarlo in una figura risibile, comica, inaccettabile. A questo punto le idee dell'individuo che diventa oggetto di satira non contano più come idee in sé, da accettare, respingere o discutere. Quelle idee fanno corpo (satiricamente) con la persona di chi le professa, con il suo carattere, la sua posizione sociale, la sua cultura, mentalità, stile o non stile: e perfino (è il caso estremo e meno accettabile) con i fatti della sua vita privata.
Sono stato indotto a queste considerazioni dalla lettura dei libro di un germanista, Marco Rispoli, intitolato "Parole in guerra. Heinrich Heine e la polemica" (Quodlibet, pp. 291, euro 20). Rispoli studia il rapporto che si instaurò in Germania nei primi decenni dell'Ottocento tra sfera pubblica, discussione polemica e satira. Al centro del discorso non poteva che esserci il grande poeta, l'illuminista, il democratico, l'intemperante e aristofanesco satirico Heinrich Heine: teorico della satira "ad personam", nemico di ogni reticenza diplomatica e prudenza e fair play.
La potente vocazione polemico-satirica di uno scrittore come Heine non poteva che mettere in discussione l'idea classica e romantica di poesia (Goethe, Schiller, gli Schiegel) intesa come forma culturale svincolata da conflitti, contingenze sociali e politiche e quindi essenzialmente, per definizione, "al di sopra della mischia". Nel 1824, a ventisette anni, Heine, in una conversazione con l'amico Eduard Wedekind, fa esplodere la divergenza (allora latente e ancora attuale) su due modi di concepire la satira. Per Heine la satira è, deve essere "un'arte pericolosa". Quelle di Orazio, per esempio, non sarebbero satire vere e proprie, ma solo poesia umoristica: "Ogni satira" dice Heine "si rivolge contro singole persone". Il modello non poteva perciò essere Orazio: "Aristofane è il grande satirico, e io vorrei che la satira personale tornasse in voga anche da noi".

Heinnch Heme e il satirico geniale

La posizione di Heine a favore della satira "personale", che prenderà corpo nei due famosi attacchi contro il poeta August von Platen e il critico Ludwig Boerne, ripropone e radicalizza una tradizione che in Germania, secondo lo stesso Heine, va dal protestantesimo all'illuminismo, da Lutero a Lessing. La satira deve essere personalizzata, ma deve anche scegliere i suoi bersagli in modo che lo scontro, la guerra di parole abbia come sfondo un conflitto sociale, storico e di idee: in quegli anni, la lotta fra aristocrazia e borghesia democratica, fra libertà di pensiero e tradizionalismo dogmatico.
Ma se la polemica è bellica, interrompe il dialogo e diventa monologo satirico. Il campo dell'opinione pubblica si trasforma in un campo di battaglia nel quale le ragioni dell'avversario non hanno credito e il potere della parola letteraria, la suggestione satirica soverchiano e mettono in secondo piano la ricerca del vero e del falso. Il satirico, specie se geniale come Heine, in un certo senso (cioè stilisticamente) ha comunque ragione, anche se razionalmente può avere torto. Il libro di Marco Rispoli discute a fondo le contraddizioni dello stile polemico di Heine e fa la storia delle reazioni che un tale stile suscitò in Germania anche nelle generazioni successive, da Marx e Engels a Nietzsche, Thomas Mann, Karl Kraus.
Al di là della vicenda Heine, che resta intellettuale e letteraria, la storia della polemica in Germania ha toccato prima e dopo, dal luteranesimo al marxismo, estremi spesso intollerabili di brutalità. La crudeltà polemica di Heine è appunto letteraria e intellettuale, non senza illazioni sulla sessualità dell'avversario. Ma quando l'aggressione satirica comporta una condanna religiosa o politica che prendono la forma dello ostracismo o della persecuzione, allora una guerra di parole diventa una guerra di fatti. Perché la discussione pubblica rimanga illuministicamente libera, il polemista e il satirico dovrebbero usare solo il potere dell'intelligenza, delle idee e delle parole. Credo che la satira, in particolare, non sia più davvero se stessa, né sia più una forma d’arte, se prendono di mira la persona di un avversario non mette a rischio anche la persona dell'autore. Ogni polemica culturale può avere un valore politico. Ma perché non implichi sopraffazione, deve restare politicamente disarmata. Il satirico non può essere portavoce di un partito politico, di una chiesa o di un'organizzazione. I suoi soli poteri è bene che restino esclusivamente intellettuali e verbali. Lo scontro polemico e satirico, se deve essere personale, deve avvenire appunto fra due persone e con le sole forze culturali di cui dispongono persone singole. Insomma, il codice d'onore della satira dovrebbe essere: aggressivi sì, ma a mani nude, non in divisa e senza bandiere.