Recensioni / Un giorno o l'altro

Franco Fortini sospettava le parole d'ordine dell'engagement perché riteneva provenissero (e ne fossero per sempre intaccate, tanto più inerti quanto più dette con enfasi) dal "mandato sociale" agli scrittori che aveva avuto una necessità fra la Seconda e la Terza internazionale, non oltre l'esperienza dei Fronti popolari, grosso modo nell'epoca che lega a filo rosso il J'accuse di Zola a una rivista presto divenuta un modello europeo nell'analisi del ruolo degli intellettuali e della loro funzione, e cioè "Temps Modernes" di Jean-Paul Sartre. Che poi Fortini fosse stato redattore e persino il factotum di un foglio quale il "Politecnico" di Vittorini, segnato dalla classica disputa di politica e cultura, impegno neorealista o arroccamento idealista, ciò va letto nei termini di un pedaggio, di un banco di prova che altri della sua generazione avevano affrontato sui periodici del cosiddetto fascismo di sinistra, ma anche, se inteso retrospettivamente, va considerato un precoce congedo dalla giovinezza e appunto dalle sue parole d'ordine. D'ora in avanti avrebbe perseguito non l'"impegno" o una semplice scelta di campo ma una posizione, vale a dire uno spazio di riflessione e di pronuncia consapevolmente parziale, dal quale riconoscere, parola temeraria, la verità del mondo: che per lui consisteva tanto nella certezza della condizione asservita (l'orrenda perfezione della humanitas neocapitalista) quanto nella lotta mentale/materiale, in ogni momento e a ogni livello, per contraddirla e fuoriuscirne. (È noto che Fortini intendeva l'opera d'arte, e specialmente la poesia, come totalità inverata e dunque come anticipo o allegoria del comunismo).
Il sapere derivato dal pensiero laico e materialista come la sapienza tratta dalle scritture religiose gli impedivano tuttavia l'ottimismo e le speranze redentive di tanti autori coetanei. Questo ne chiarisce l'orgoglioso isolamento e la predilezione per i gruppi e le riviste minoritarie (da "Ragionamenti" e "Officina" a "Quaderni rossi" e "Quaderni piacentini") nonché la consapevolezza di trovarsi a parlare in quella che uno dei maestri più amati, Lu Xun, gli aveva insegnato, per il tramite della sinologa Edoarda Masi, essere la condizione dello spettro, nientemeno l'unione di un morto e di un vivo. Laddove morta è la realtà della disumanizzazione e dello sfruttamento e invece viva è l'istanza che la nega denunciandola; o, viceversa, vivo è lo stato di cose presenti, violento e omicida, mentre morto, inabissato e silenzioso, appare "il sogno di una cosa". Come attesta l'opera in versi, Fortini non ha mai derogato dalla sua posizione, anzi la scrittura saggistica tradisce un ritornare a oltranza, e spesso a distanza di decenni, sui nomi e le pubbliche o private occasioni che accendevano il suo immaginario spettrale mentre scatenavano, talvolta fino al rigetto e al rancore, i riflessi della sua vocazione di critico.
Ne è riprova adesso l'uscita di Un giorno o l'altro, un assemblaggio organico e da lui puntualmente annotato di pagine saggistiche disperse, databili fra il '45 e i pieni anni ottanta, purtroppo interrotto, dopo un quindicennio di lavoro, dalla morte sopraggiunta nel '94. Restituito in edizione filologicamente esemplare (e tutt'altro che agevole, dato il coacervo di vecchie carte, fotocopie, minute di lettere, appunti manoscritti e nascosti nei floppy), non si tratta di uno zibaldone e tanto meno di un diario in pubblico ricomposto a mosaico, bensì di un palinsesto dove le ragioni di ora non si sovrappongono ma reagiscono e si scontrano con i rilievi di un allora la cui prospettiva storica viene comunque mantenuta aperta dall'autore, anzi viene evidenziata, nel consenso o nei gesti di resipiscenza, con spietata esattezza. Lo sguardo, lo stesso ritmo interpuntivo, fitto di parentesi, di glosse e di flash, non è sequenziale ma dialettico; nomi e occasioni dello scrivere (Cina, Russia, Cecoslovacchia, Vietnam, così come Sereni, Calvino, Cases, Raniero Panzieri, ma la schiera è fitta, l'indice dei nomi imponente) emergono con ossessione a interrogarlo disponendosi in figura di interlocutori non più fortuitamente biografici ma ormai allegorici e perciò dislocati nella situazione di voci postume a se stesse, ancora una volta di spettri nemici e/o fraterni.
Esemplare, in tal senso, è la natura del rapporto con Pier Paolo Pasolini, il compagno di strada e insieme l'avversario di una vita, di cui è scritto in una lettera datata 1976: "Non posso scrivere di Pasolini anche se ho cominciato a rispondere alla tua lettera con la speranza che queste parole fossero esse la risposta che mi chiedevi. Una brutta speranza, perché per parlare di Pasolini bisognerebbe cominciare come fanno gli inglesi e dire: intendo parlare di questo e di quest'altro, dimostrare questo e quest'altro. Non posso parlare di Pasolini per due motivi. Primo, perché il significato della sua morte, cioè della sua vita, mi è meno chiaro oggi di quanto non mi sembrasse in Campo de' Fiori la sera del suo funerale. E, secondo, perché ho riletto gran parte delle sue poesie e mi sono persuaso che un ragionamento critico sia la sola cosa utile e necessaria e che debba partire su di un atteggiamento diverso da quello della impazienza". Può sembrare strana e persino sospetta, per un temperamento pari a quello di Fortini, la postura anglosassone che esige pazienza e distacco; in realtà egli reclamava, per gli altri e per sé, il beneficio e l'arma della critica nell'epoca del suo totale avvilimento ora nelle forme di un malinconico disincanto ora in quelle, interessate e spesso spudorate, dell'apologia dell'esistente. Fortini evita l'utilizzo del termine postmoderno ma ha ben chiaro che significa resa intellettuale, dismissione critica, rinuncia a ogni ipotesi di alterità e quindi di autentica verità: intorno a lui, nel mondo che prendeva a riarmarsi fino ai denti, poteva infatti sia ascoltare l'elogio della leggerezza sia vedere il frenetico moltiplicarsi del pensiero usa-e-getta, non più i fastidiosi e benefici spettri ma reperti e rottami buttati nel gran mare dell'oggettività, supermercato e discarica da saccheggiare all'infinito, dove magari sguazzare. (E a un poeta che amava, e che anzi non si perdonava di amare, Vittorio Sereni, uno per nulla sospettabile di postmodernismo, aveva rinfacciato a suo tempo di avere ceduto a un troppo "freddo armistizio" con la realtà).
Dichiaratamente anacronistica, tutta declinata al passato prossimo, la lezione di Fortini rischia in effetti di parlare nuovamente al futuro anteriore se è vero, come è vero, quanto afferma Romano Luperini introducendo Un giorno o l'altro: "Si dà il caso che in questi ultimi anni, nel decennio che ci separa dalla morte di Fortini, stia riemergendo drammaticamente la realtà della contraddizione che il postmoderno aveva categoricamente negata (…) Il mondo oggi appare diviso, popoli umiliati e affamati si muovono carichi d'ira e di propositi di vendetta, opposti terrorismi si affermano. Sempre meno praticabile appare l'irresponsabilità intellettuale, quell'ilare e morbido nichilismo che ha dominato gli anni Ottanta e Novanta (…) Non è da escludere che il cambiamento del contesto possa dare senso nuovo a parole, concetti e strumenti che sembravano usurati o perduti per sempre. E allora magari l'attardato – lo scrittore 'classico' e 'marxista', precapitalista e anticapitalista – potrebbe rivelarsi un precursore". Del resto in una delle poesie più celebri, Metrica e biografia, un testo del '56, l'anno orribile, Fortini dissimulando una divisa etico-politica dentro una dichiarazione di poetica aveva scritto: "una ho portato costante figura, / storia e natura, mia e non mia, che insiste;
derisa impresa, ironia che resiste, / e contesa che dura".