Recensioni / [Pervertimento del cristianesimo]


Il libro che presentiamo ha una forma insolita: si tratta della trascrizione del testo di una conversazione con Ivan Illich, registrata tra il 1997 e il 1999, e successivamente trasmessa da una radio canadese. Il testo viene altresì presentato come il testamento di Illich stesso. E vi sono ragioni per avvalorare simile affermazione. L'autore in questione, assai noto per la sua analisi critica concernente il funzionamento di alcune istituzioni fondamentali della nostra società, come la scuola e l'ospedale, ritorna in queste conversazioni, dopo tanti anni, a compiere una riflessione sul cristianesimo e sulla Chiesa.
E' bene ricordare che Illich aveva effettuato gli studi presso la Pontificia Università Gregoriana ed era stato ordinato sacerdote sotto il pontificato di Pio XII. In seguito era stato anche vicerettore dell'Università Cattolica di Porto Rico e contemporaneamente uno dei più giovani monsignori della Chiesa del tempo. Più tardi, a causa di alcuni provvedimenti nei suoi confronti istruiti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, Illich aveva maturato in modo unilaterale la decisione di sospendere la celebrazione della messa, la pubblicazione di articoli in materia teologica, così come di tenere conferenze sul medesimo tema, dichiarando di non poter esercitare tali incarichi, venendogli a mancare la piena fiducia della Chiesa nei suoi confronti.
Nel volume in questione vediamo Illich ritornare su quei temi che gli stavano tanto a cuore e su cui aveva per molti anni taciuto; in questo senso il presente Pervertimento del cristianesimo può costituire una sorta di messaggio estremo, di testamento da lui lasciatoci.
Il centro della riflessione religiosa illicciana sta nella percezione dell'insegnamento di Gesù come un invito a volgersi verso l'altro in piena libertà, e di conseguenza in una maniera disponibile e spontanea, sino al punto di accettare di farsi sorprendere dalla presenza dell'altro, proprio come fa lo sconosciuto "che bussa alla porta e chiede ospitalità". Questo annuncio ha finito con l'essere corrotto, a partire dal momento in cui ciò che doveva essere un gesto libero e un dono ha finito per essere istituzionalizzato, sottomesso a una legislazione, protetto attraverso la criminalizzazione del suo contrario.
Fra gli esempi citati da Illich nel volume ne riportiamo un paio. Il primo si riferisce all'esperienza della peccabilità: da dimensione tutta intima di un'offesa personale arrecata ad un'altra persona, viene trasformata in qualcosa di giuridico, organizzato su un modello rigorosamente gerarchico, subordinando così il perdono a un atto di assoluzione formale. Il secondo esempio riguarda il matrimonio che, da libera scelta di unione tra un uomo e una donna - non più quindi un affare stipulato fra famiglie - viene legalizzato, divenendo una realtà giuridica, un contratto fra due individui con Dio posto come testimone.
In sintesi: se da un lato col messaggio cristiano si è resa possibile una capacità interamente nuova di donare, di rapportarsi nei confronti della vita in piena apertura, al contempo si è ben presto reso possibile l'esercizio di un nuovo potere, quello di coloro che organizzano il cristianesimo, coloro che rivendicano "la loro superiorità come istituzione e organizzazione sociale".
"Il mio regno non è di questo mondo", recita il vangelo (Gv 18,36), ma commenta Illich: "dal Medioevo in poi, la Chiesa ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza".
Corruptio optimi pessima, "la corruzione del migliore è la peggiore". In questo nucleo sta per Illich il mysterium iniquitatis: la Chiesa, a partire dall'epoca costantiniana, per passare a quella gregoriana, sino all'età tridentina, per giungere alla più recente Chiesa pre- e post-conciliare ha pervertito un annuncio unico, un dono di grazia. La natura del potere, sembra dire Illich, è intimamente demoniaca, sempre, anche quando agisce per nobili obiettivi; poiché il potere si preoccupa in primis di sé stesso, della sua sopravvivenza e accrescimento, finendo inevitabilmente per entrare presto o tardi in collisione con quei fini per i quali doveva farsi umile strumento. (Ricordiamo che in uno scritto, risalente all'epoca in cui era ancora un sacerdote nell'esercizio del suo ministero il titolo italiano è La scomparsa del clero -, Illich era giunto a proporre l'abolizione del clero professionale, e la sua sostituzione con un ministro laico del culto).
Appare allora chiaro che per Illich - contrariamente a una chiave interpretativa del tempo presente oggi consolidata, secondo cui la nostra società occidentale altro sarebbe se non un'evoluzione secolarizzata di categorie cristiane -, ciò che si è realizzato è il rovesciamento del messaggio cristiano, proprio a partire dalla parabola dello stesso cristianesimo storico. Le radici storiche dell'Europa, su cui tanto ci si accapiglia, risiederebbero non nel cristianesimo ma nel suo pervertimento.
Convinto di non avere risposte bell'e pronte da fornire ("Spero che nessuno consideri le cose che ho detto come delle risposte", è l'ultima affermazione che compare nel libro), quali tracce di percorso lascia intravedere Illich per il presente? Nella consapevolezza che "il tempo della profezia è ormai trascorso", una possibilità da percorrere è quella di perseguire fino in fondo una vocazione di amìcizia, chiedendo costantemente a sé stessi quello che possiamo fare per l'altro ("che cosa posso fare io, in questo preciso momento, in questo hic et nunc assolutamente unico"), anziché sforzarsi dì umanizzare questa o quella istituzione. Parallelamente vi è l'invito a scoprire per sé quelle piccole ma essenziali pratiche di rinuncia che possono divenire un'abitudine necessaria per una pratica di libertà effettiva ("la certezza di potercela fare senza è uno dei modi più efficaci per convincerci di essere liberi"), per la riscoperta di un sé "al di sopra delle costrizioni del mondo".