Recensioni / La riscoperta di Dolores Prato

Una scrittrice recuperata dall’oblìo e riconosciuta dal mondo letterario quasi soltanto dopo la morte: Dolores Prato (Roma, 12 aprile 1892 - Anzio, 13 luglio 1983) è un caso del tutto particolare (ma non raro) nella letteratura italiana, quello di una scoperta parziale molto tardiva e di un riconoscimento postumo.La scrittrice d’altronde aveva conosciuto un destino di «dimenticata» già da bambina, e aveva saputo farne il tema di riflessione e ispirazione portante della sua poetica: non riconosciuta dal padre alla nascita, venne abbandonata anche dalla madre e affidata a parenti nel paese di Treia, in provincia di Macerata.
Proprio il piccolo paese, l’educazione presso le monache di clausura, il senso di abbandono e di solitudine stralunata e «strana», cominciano a cristallizzarsi nei primi testi della scrittrice e confluiranno poi nel romanzo fiume della maturità. Le prime tappe della sua biografia sono quelle della laurea in Lettere nel 1918, e dell’impiego come insegnante negli anni Venti: ma deve rinunciare al suo lavoro a causa delle leggi razziali del 1938, sebbene non sia ebrea.
Si mantiene a Roma, dove si è trasferita, lavorando presso una famiglia per l’assistenza di una persona disabile, e collaborando con vari giornali tra cui «Paese Sera». Non smette mai di scrivere, anzi frequenta diverse personalità della cultura come Renato Mieli e Stefano D’Arrigo,frequenta gli ambienti della sinistra cui è introdotta dall’uomo con cui ha una relazione lunga ma instabile, l’avvocato Domenico Capocaccia; dal 1948 tenta la pubblicazione del suo primo romanzo, Nel paese delle campane , una storia autobiografica che viene rifiutata dagli editori e che la scrittrice dovrà pubblicare a proprie spese con il titolo Sangiocondo presso l’editore Campana, nel 1963.
La tessitura di ricordi e memorie della sua infanzia a Treja, con uno stile molto personale, prosegue anche nel secondo libro autobiografico, Educandato , uscito quest’anno da Quodlibet dopo essere stato ritrovato nelle sue carte: racconta il periodo stralunato dell’adolescenza trascorsa nel collegio del monastero di Santa Chiara di Treja,dal 1905 al 1911, tra piccole crudeltà da reclusorio, riti quotidiani ma anche scoperte e amicizie. Anche il racconto Scottature , pur premiato come inedito e apprezzato da alcuni critici, viene pubblicato di nuovo a sue spesepresso l’editore Canella, nel 1967: un altro libro che verrà riscoperto e pubblicato soltanto postumo, nel 1998.
Negli anni Settanta, Prato comunque chiude la lavorazione del suo libro più importante, un romanzo fiume (oltre 1.000 cartelle) che racconta la sua infanzia, Giù la piazza non c’è nessuno , e che viene pubblicato solo nel 1980 da Einaudi, in un’edizione curata da Natalia Ginzburg ma molto ridotta, di poco meno di 300 pagine.L’autrice ha 88 anni e il romanzo diventa un caso letterario, con le proteste della scrittrice per la pubblicazione amputata: il libro ottiene comunque la targa d’argento al premio Lerici-Golfo dei poeti nel 1982.
La biografia di Dolores Prato finisce qui e la scrittrice si spegne nel 1983, dopo il ricovero per la frattura di un femore: ma la sua opera continua a vivere, sia grazie al lavoro di recupero di Quodlibet, sia per l’edizione finalmente integrale del grande romanzo,uscito nel 1997 per Mondadori a cura di Giorgio Zampa e riedito da Quodlibet nel 2009 e nel 2016. Quodlibet ha pubblicato anche Sogni (2010), mentre Le ore (composto dai due romanzi Le ore I e Le ore II ) è stato pubblicato da Adelphi nel 1995.

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