Recensioni / Un Novello da acquistare subito

Ormai non c'è giornale che non ricorra a un vignettista. Se andiamo a ritroso nei decenni, risalendo a prima della seconda guerra mondiale, pochi invece sono i nomi che possiamo citare. Fra questi, un posto solido è occupato da Giuseppe Novello (1897-1988), pittore, illustratore, scrittore, anche alpino (si fece la campagna di Russia e poi due anni d'internamento tedesco, in compagnia fra gli altri di Giovannino Guareschi). Il suo Signore di buona famiglia ha conosciuto varie riedizioni: la nuova apparizione è indice di vivida freschezza.

Paolo Monelli, suo amico, rilevò che per lui «i drammi della vita hanno tutti lo stesso peso, sia la mancata eredità o la negata gloria o il budino che non stava in piedi», la sua è «la poesia della bruttezza, della scalogna, dell'invecchiare, dell'aver pochi quattrini, delle gioie goffe, poesia di parenti poveri, di bimbi brutti, di zitelle rinsecchite [...] eppure queste miserie sono avvolte da un'ilarità che non è cinica, non è amara, non è ironica, è semplicemente ilarità, spontanea risata».

Difficile per Novello uscire dalla satira su persone, fatti, momenti quotidiani. Anche il più ordinario evento, dalla sosta al bar allo scatto di una fotografia, diventa occasione per bollare vizi, tic, interessi. C'è la la signora che trova una fetta rafferma del proprio amato dolce, nascosta tempo addietro da un ospite che non l'aveva gradito. C'è il poeta che, dall'alto di un palazzo, si duole per un errore di stampa in un suo verso.

Ci sono i custodi di un museo che, nell'intervallo di chiusura, se ne stanno assopiti su monumenti esposti, dai quali allontanano di solito i frequentatori troppo vicini. C'è la famiglia angosciata e tacita al tavolino di un bar, la domenica pomeriggio, quando le bibite sono finite. Ci sono i ridenti tagliati fuori dalla foto ricordo che non riesce a inquadrarli tutti. C'è la fantastica pennellata di come sarebbe l'opera se in teatro la seguissimo come a casa: chi si sbarba, chi canticchia, chi si depila.

Tra invitati che sbagliano vestito, oratori privi di ascolto, viaggiatori sul treno sbagliato, infelici che si rammaricano per una topica, furbastri che si defilano a un funerale, fidanzati attenti al portafoglio, giocatori di tombola, ammiratori (!) di arte contemporanea incomprensibile, Novello ne ha per tutti. Non c'è un familiare, una mamma, un figlio, un padre, un coniuge, sul quale non si soffermi. Rovescia perfino l'andazzo consueto, come quando illustra le esercitazioni notturne di ragioneria cui ricorre il giovane costretto alla musica.

Non è acre, bensì irridente. Assapora il gusto di colpire difetti, errori, abitudini, abboffate di cibo, pretese di cultura. Chissà come si sfogherebbe nel corrodere cellulari, aerei, televisioni, reti sociali e diavolerie nate soprattutto dopo la diffusione di internet. Non importa: la piacevolezza del suo graffiante umorismo serba un'ineffabile vitalità.