Recensioni / Bentornato Novello

I libri di Novello si tramandano nelle famiglie come vecchie scarpe inglesi, un po’ sformate, ma guai a buttarle via, oppure come mattarelli o pestacarne, oggetti che usi una volta all’anno, ma che rincresce destinarli alla differenziata.
Era però quasi un quarto di secolo che un suo libro non tornava in libreria. Da quando, nel 2001, Guido Vergani scelse il meglio tra i cinque libri, usciti tra il 1934 e il 1967, in cui Giuseppe Novello (1897-1988) raccolse le tavole che andò pubblicando su «La Gazzetta del Popolo», e soprattutto su «La Stampa» dove, dal 1948, appariva una sua vignetta ogni settimana. Già i titoli danno la temperatura del carattere dell’artista: Il signore di buona famiglia (1934), Che cosa dirà la gente? (1937), Dunque dicevamo, nel 1950 (che riecheggia l’Heri dicebamus con cui, dopo il Ventennio, Luigi Einaudi riprese la collaborazione al «Corriere della Sera»), Sempre più difficile (1957), Resti fra noi (1967). Ma nell’Italia del 1967 è scoppiata la rivoluzione dei consumi e il mondo di Novello stava infrangendosi in mille pezzi.
Eh sì, oggi possiamo dirlo: Novello nelle sue vignette non solo ha raffigurato un mondo – una media borghesia con l’aspirazione di salire la scala sociale ma con la paura di precipitare, e soprattutto di essere giudicata – ma lo ha inventato, fermandolo in una serie di situazioni che ci portavano a dire “sembra una vignetta di Novello”, oppure “qui ci vorrebbe Novello”. Espressioni che oggi è sempre più raro ascoltare, ma che la ristampa di Il signore di buona famiglia, promossa da Ermanno Cavazzoni nella collana Compagnia Extra di Quodlibet, speriamo possa contribuire a rimettere in circolazione.

Giuseppe Novello nacque a Codogno, cittadina della Bassa lombarda ancora oggi a vocazione agricola, e, dopo una laurea in legge, si iscrisse all’Accademia di Brera per assecondare la propria vocazione artistica. Visse sempre tra Milano (la sua abitazione era in piazza Castello) e Codogno, dove trascorreva i periodi di vacanza. Una vita tranquilla, da scapolo di una volta, con l’interruzione di due guerre mondiali combattute negli Alpini, un corpo nei cui valori si identificava. Era la sua forma di amor di patria in una personalità che rifuggiva ogni retorica, anzi che la metteva alla berlina.
Nella Seconda guerra mondiale partecipò con onore alla campagna di Russia; al ritorno, rifiutatosi di aderire alla Repubblica Sociale, venne deportato, trascorrendo un paio d’anni in un campo di prigionia tedesco. Commentò, con la sua tipica ironia, che era il luogo ideale per trovare nuovi spunti e allietò i compagni, tra cui Giovannino Guareschi, Enzo Paci, Alessandro Natta, con i suoi disegni.
L’esperienza della campagna di Russia, in ogni caso traumatica, fu così sublimata dall’artista in una vignetta dalla classica struttura: titolo in maiuscolo, disegno, didascalia. MAI PARLARE DI GUERRA; nella vignetta si vede Novello in un salotto, sullo sfondo un quadro con Napoleone a cavallo, a colloquio con un gruppo di persone impegnato nel racconto delle sue avventure di guerra e una signora che lo interrompe così: “Ma lei – mi dice la signora a cui ho descritto la ritirata di Russia – ma lei li avrà tenuti allegri tutti”.

La vocazione di Novello alla satira fu individuata da Paolo Monelli (1891-1984), suo compagno alla «Gazzetta del Popolo» e come lui alpino, che lo volle come illustratore del suo La guerra è bella ma è scomoda (1929), sulle esperienze nella Grande guerra vissuta come un’avventura esistenziale; e poi in alcuni reportage, uno dei quali, Il ghiottone errante (1935), scorribanda gastronomica su e giù per lo Stivale, fu raccolto in volume. Monelli fu una delle penne di punta del Regime, salvo poi pentirsene dopo l’8 settembre, raccontando i mesi dell’occupazione tedesca della Capitale in un grande libro come Roma 1943 (1945) e darne una persuasiva interpretazione psicologica in Mussolini piccolo borghese (1950). Anche un altro grande amico di Novello, Orio Vergani, vicinissimo a Galeazzo Ciano, fu un apologeta del fascismo nei suoi articoli, e fece un po’ fatica nel rientrare nel giro dei grandi giornali dopo il 1945.
Monelli, Vergani, Novello, insieme a Riccardo Bacchelli, Mario Vellani Marchi (altro illustratore) e qualcun altro, furono i fondatori, nel 1926, del milanese Premio Bagutta, un’occasione in cui giornalisti e scrittori si ritrovavano in trattoria per dare un premio al miglior libro della passata annata letteraria. Il premio fu sospeso tra il 1937 e il 1946 e la ripresa fu un’occasione per lasciare alle spalle i trascorsi politici, diversi tra loro, dei membri della giuria.
Se si prendono in esame le tavole del Signore di buona famiglia non c’è però traccia del fascismo. Fruttero e Lucentini, in uno scritto su Novello, hanno affermato: “I borghesucci di Novello erano maggioranza, erano l’essenza stessa del fascismo. Anche se in queste tavole non compare mai una camicia nera, un fascio, un distintivo all’occhiello, è evidentissimo che di là, nell’armadio, sono pronti gli arnesi del consenso, fez e sahariane, stivali e giubbe di orbace, cinturoni e medaglioni e fazzoletti e pugnali e mantelline. Ad eccezione della vecchia domestica e della decrepita zia, l’intera famigliola parteciperà all’adunata; a quei balconcini verranno esposte le bandiere nei giorni comandati; attorno a quei mobiletti-radio si affolleranno tutti per ascoltare i discorsi del Duce. Il fascismo – con labari, aquile, inni, parate, tonanti slogan, audaci trasvolate, colli fatali e quaranta milioni di baionette – preme invisibile attorno ai disegni di Novello, ne costituisce non tanto il background politico, quanto il segreto riscatto fantastico, la consolatoria compensazione, la principale via d’evasione dallo squallore di quei quattro muri domestici”.

Nell’Italia che aspira alle mille lire al mese, c’è un piccolo spazio per esercitare la propria ironia verso una classe, la borghesia, che se nell’Ottocento era stata in qualche misura addirittura rivoluzionaria (secondo una certa interpretazione del Risorgimento), nei primi decenni del Novecento voleva solo conservare l’ordine costituito, coûte que coûte, fascismo compreso. E allora non resta che prenderla in giro. O prendersi in giro: a Novello è chiarissimo di far parte di quella borghesia con i quadri degli avi appesi alle pareti, con il salotto buono che si utilizza solo nei giorni di ricevimento e una propensione al risparmio che diventa uno stile di vita.
Cavazzoni scrive che le tavole di Novello “sono ancora fresche, acute e divertenti, perché toccano le abitudini, i difetti, le stupidaggini della vita pubblica e famigliare che continua imperterrita a esistere”. Non sono sicuro che sia proprio così. Possiamo dire che le sue tavole hanno la funzione di un album di famiglia in cui noi ridiamo delle fogge antiquate dei vestiti dei nostri antenati, ma se ci soffermiamo sulle facce riconosciamo un naso aquilino, le orecchie a sventola, le labbra leporine, tratti arrivati, helas, fino a noi. Non è sufficiente un po’ di chirurgia estetica per trasformare i nostri volti e forse non basta nemmeno un po’ di benessere a migliorare i nostri difetti, le nostre malcelate vanità, l’adesione entusiasta all’ultima moda (salvo poi essere i primi a criticarla), la continua velleità nel mostrarci diversi da quello che siamo e l’eterna insicurezza che ci rode dentro. “Sarò all’altezza?” è la domanda che ci ripetiamo nella nostra giornata. Oggi Novello, che non sapeva che farsene della psicanalisi, va letto e guardato come un classico che, da un’epoca definitivamente tramontata, continua a parlare al nostro presente.

Bentornato, Novello.