Recensioni / Il poeta noioso si veste come zia Filomena un gesto d'amore che gli vale il benservito

Conosco Ugo Cornia da qualche anno. Vive a Modena. E là ci vedevamo tutti i sabati mattina (spesso anche la domenica) sotto i portici davanti al Duomo (quello bellissimo, romanico, che reca gli altorilievi del Wiligelmo). Chiacchieravamo del più e del meno. Intanto si rollava sigarette con il tabacco, sbeffando il salutismo. Dato che a entrambi piace leggere, e lui insegna Lettere, il discorso cadeva sui romanzi, o sui grandi eventi del passato, tipo il coccolone scopereccio di Attila, la ninfa di Numa Pompilio, una partita sfigata del Modena, una novella di Orkény (ungherese molto bravo, strampalato come Cornia). Poi diceva, «Ho scritto una cosa, vuoi che te la legga?». «Sì, dai». Tirava fuori un foglio stazzonato, composto in interlinea uno, e cominciava a leggere ad alta voce storie minori o divagazioni sulla modernità sgangherata. Come per magia (perché possiede il dono dell'oralità), le cose più banali diventavano epiche, icastiche, fighissime. (Ugo Cornia, detto tra parentesi, è vivo e vegeto, ho usato i verbi al passato semplicemente perché purtroppo non ci vediamo da mesi). Ecco, Le storie di mia zia, che tornano arricchite di qualche pagina in più da Quodlibet (erano uscite da Feltrinelli) sono pizzichi di biografie talmente insignificanti da risultare eccezionali. E pure molto divertenti, perché Ugo Cornia è uno scrittore divertente come lo sono Kafka, Manganelli, Landolfi, Hrabal, Bukowski, o al limite persino Cioran (il pessimismo radicale può essere spassosissimo), e tutti quelli che sanno guardare la vita con levità, estrapolandone i dettagli che la rendono accettabile sebbene sia un pessimo scherzaccio che i genitori ci han giocato.
Il libro è composto da 107 brevi storie. Mai più lunghe di due pagine. Scritte come fossero aneddoti raccontati al simposio alcolico con gli amici (l'amicizia, insieme alla calorosa rassicuranza della famiglia è uno dei valori fondanti delle giornate e della narrativa corniana). Compresi anacoluti, sgrammaticature, consecutio bislacche, che di solito fan parte del parlato. Hanno tutti per protagonista un parente, che sono tantissimi, perché si arriva ai cugini di quinto grado e a tizi che non sono parenti ma lo sono diventati a furia di frequentare le case di famiglia.
C'è la zia Maria, che fumava solo una volta all'anno, per mettere a proprio agio la signorina Garuti, quando la veniva a trovare, perché lei era una fumatrice vera e aveva voglia di fumare. La zia Maria ricordava anche che nel '45 era fuggita da Modena con il nonno fascista (nella narrativa di Cornia non esiste il politicamente opportuno, e nell'Emilia rossa si può stare dalla parte sbagliata e va bene lo stesso, perché l'unica parte giusta è quella dell'intelligenza e del garbo). Cercava rifugio nella notte mentre si susseguivano spari e vendette. Incontrò una coppia distinta che la rassicurò, «non si preoccupi, siamo parenti del beato Cafasso, qualche convento ci ospiterà». Tutte le suore e i frati a cui bussavano, invece, se ne infischiavano del beato Cafasso. Meno male che una maestra elementare si affacciò a una finestra e si offerse di ospitarla. Ogni Natale la zia Maria ha poi telefonato gli auguri alla donna generosa perché in quei giorni di furia guerresca nessuno aveva il coraggio di prendersi in casa degli sconosciuti.
La zia Filomena era corteggiata da un poeta un po' noioso. Ma non gli dava corda. Lui un giorno ebbe un'ideona, si fece confezionare un vestito con una stoffa a righe gialle e nere uguale a quella indossata da lei per andare a messa, che le piaceva tanto. Per lui era una grande prova d'amore; per lei fu un'offesa terribile, e non gli rivolse mai più parola. Lo zio Santo, intorno al 1910, si era trasferito a Sondrio per insegnare diritto. Nella pensione conobbe un affabile tedesco che voleva imparare l'italiano. Si faceva spiegare le frasi più forbite per affrontare ogni occasione. Una sera il signor Pippenstock, invitato a un festa danzante, chiese la formula più elegante e garbata per attaccare discorso con una ragazza. «Signorina, lei si è alzata con il sedere scoperto, mille grazie», suggerì lo zio Santo, prima di partire per Modena. Quando tornò, la padrona della pensione gli corse incontro per avvertirlo che il crucco voleva menarlo.
La zia Bruna, famosa per i brodi, guardando i dvd dell'Odissea a Guzzano (un paese meraviglioso aggrappato all'Appennino tosco-emiliano) riflette sul mortale Ulisse che dopo sette anni lascia l'immortale Calipso. Spiega che l'uomo non vuole l'eternità, è troppo noiosa, desidera il cambiamento; però è anche vero che l'uomo è abitudinario, attaccato in modo ossessivo alle sue abitudini, per cui se non succede nulla soffre e si annoia, ma se deve cambiare anche solo mezza abitudine gli pare di impazzire.
Il trisnonno Bartolomeo Ferrari aveva odiato per tutta la vita un certo Marco Vicini, avversario politico di suo figlio. Da vecchio, poco lucido di testa, se ne stava tutto il giorno in casa. Il nipote, lo andava a trovare e gli leggeva ad alta voce le cronache del giornale aggiustando gli articoli. Così, invece di dire che un tal signore era stato borseggiato in via Farini alle nove del mattino, leggeva che era stato l'onorevole Marco Vicini ad essere stato borseggiato... il trisnonno s'illuminava di contentezza: «Finalmente una buona notizia».
A Pieve Pelago viveva un tizio che si chiamava Mingone, era un po' scemo, ma così buono e inoffensivo che la gente non voleva mandarlo in manicomio, come un tempo si faceva, e gli affidava piccoli lavoretti. Un giorno cadde per strada e si piantò un bastone nell'occhio. I paesani erano preoccupati, ma Mingone rideva. «Perché ridi?» Gli chiesero. «Rido perché sono stato fortunato, perché se il bastone era a forcella poteva cavarmi tutti e due gli occhi».
Queste sono le storie minime di Ugo Cornia. Una sequenza di fatti, gesti, incaponimenti, passioni, passeggiate, bevute, spaventi, tram scotennatori (solo leggendo il libro scoprirete che significa `sta diavoleria), piogge, ossimori, morti, nascite, baci. Comiche e struggenti al tempo stesso. Come lo erano i witz centroeuropei. Come Buster Keaton che ruzzola per i campi. o Giovanni Scoto che discetta sulla Natura dell'universo. Le ho lette con sommo gusto e gran foga, contravvenendo alla regola di Cavazzoni che ne consiglia un paio per sera per rifletterci su. Mi hanno infuso letizia, come il lambrusco, che i primi tempi sembra una specie di coca cola, e poi non riesci più a farne a meno perché quel frizzolino serve a superare qualsiasi cosa, persino una tonnellata di letale gnocco fritto. Danno sollievo, come la voce calda di un amico che racconta il nulla e te lo fa sentire più importante dell'essere. O viceversa. Insomma Ugo Cornia è un magnifico scrittore. Fortunato chi non lo conosce ancora, dacché lo può scoprire.