Recensioni / Dieter Kopp diversamente moderno

Un percorso sintetico e affascinante, l'interessante riscoperta di un artista appartato ma di grande qualità e rilevanza: un'antologica al Palazzo delle Esposizioni di Roma ripropone al pubblico un'importante selezione di opere di Dieter Kopp, pittore nato in Baviera nel 1939 e attivo poi a Roma fino al 2022, anno della sua morte. Il progetto è curato da Giorgio Agamben, amico di Kopp e vicino alla sua visione critica del panorama artistico contemporaneo, una posizione anticonformista che ha preso forma nel volume Dichiarazione, uno scritto di critica all'arte che dominava la scena pubblica internazionale, pubblicato dal pittore nel 1981 e citato anche in Critica della modernità di Jean Clair, non a caso anche autore di un saggio contenuto nel catalogo della mostra (Quodlibet-Palazzo delle Esposizioni). Kopp è stato uno dei molti giovani artisti internazionali che, tra la fine degli anni Settanta e i primissimi Ottanta del secolo scorso, si sono schierati in modo difforme rispetto al contesto ufficiale dominato dalle neoavanguardie, ribadendo con energia l'esigenza primaria di una nuova pittura di immagine. Si può ammirare così il singolare viaggio di questo artista tedesco-romano, a partire dalle sue prime prove come il piccolo pino del 1966 e i paesaggi rocciosi di Paros, dove la natura sembra cristallizzarsi e profumare in un respiro misterioso, in quel gesto della mano che per Agamben è «insieme, perentorio e sfumato». Kopp sembra dare dunque forma a un'idea quasi metafisica della solitudine, dei paesaggi, degli oggetti, dei corpi, in un lento passaggio dove, scrive Jean Clair, col tempo «l'opera si precisa, si fa valere, prende colore e risplende. Non scade, non arretra, persiste e si impone con maestosa presenza». In questo senso il pittore intuisce quel sentimento sfuggente che si nasconde nella pulsazione luminosa della natura e della città, negli alberi delle ville romane, nelle architetture storiche in dialogo con l'azzurro polveroso del cielo della capitale italiana o francese, intuendo i segreti dei cortili di palazzi anonimi, abbandonati nei riflessi sulle finestre e nelle ombre di stanze e di corridoi dove nessuno sembra poter più camminare e dove il tempo sembra arrestarsi, come lo stesso Kopp auspicava per la sua arte. La solitudine ritorna pertanto negli strani interni dominati dai grandi nudi femminili, tele dove la pittura si colloca sul crinale incerto tra finito e non finito e dove la pennellata allude alle possibilità di nuove forme, alla riemersione dell'immagine dall'oblio iconoclasta che l'aveva condannata in precedenza e che riprende sostanza fisica e intellettuale attraverso un doloroso cammino di rinascita. In queste enigmatiche camere delle meraviglie gli oggetti sembrano così animarsi di una vita silenziosa e immobile, come può succedere anche alle cipolle o alle scodelle sui tavoli, nella geometria sfuggente delle tovaglie quadrettate o nell'armonia poetica dei corpi femminili immersi in un sonno che sembra millenario.