Recensioni / André Gide, Il futuro dell’Europa e altri scritti

l periodo che va dalla Grande guerra all'immediata fine del secondo conflitto mondiale, molti furono gli intellettuali che si dedicarono alle riflessioni sul futuro dell'Europa, partendo dalla necessità di superare proprio quell'attaccamento ostinato e violento nei confronti delle nazioni, che aveva condotto alle mostruosità della guerra. Tra questi, André Gide, premio Nobel nel 1947, morto nel '51, anticipando le tesi politiche di scrittori come Kundera o Sartre, risulta essere un termometro particolarmente esemplare per indagare le riflessioni culturali e politiche nella prima metà del secolo breve. Autore prolifico e protagonista di spicco della vita culturale francese, Gide scrive discorsi, conferenze, articoli e saggi inerenti il ruolo e l'identità del Vecchio Continente, i più rilevanti dei quali sono oggi raccolti in un agile volume pubblicato da Quodlibet e restituiscono una prospettiva brillante e quasi profetica sul futuro dell'Europa. Tra gli anni 20 e la fine dei 40, scontrandosi con le istanze di un mondo in rapida trasformazione, Gide propone una soluzione di equilibrio e concerto che abbia come scopo per l'Europa una convivenza pacifica e fruttuosa. Nei suoi scritti l'autore infatti si oppone sia a coloro che vedono l'annullamento dei confini nazionali come unica strategia per il futuro, sia a quelli che continuano a radicarsi in tali confini strillando contro una presunta dissoluzione delle individualità personali. Per Gide la soluzione è invece quella che lui stesso definisce come "concerto europeo", quella possibilità cioè di far convivere l'unità e la molteplicità in maniera virtuosa. Come accade per la letteratura, infatti, "cosa c'è di più spagnolo di Cervantes, di più inglese di Shakespeare, di più italiano di Dante"? E però, le loro opere sono in grado tanto di inscriversi che di superare i territori nazionali, descrivendo quella zona culturale comune all'occidente europeo che di lì a pochi decenni Auerbach definirà "letteratura mondiale". Ecco allora che se può esistere una letteratura definibile come europea, proprio partendo dal rapporto tra specificità nazionali e spirito collettivo, così deve avvenire anche politicamente e socialmente. E in questo Gide, pur senza perdere una certa patina di superiorità francesista, si rende conto che la Germania non può essere trattata solamente da nemico, ma che invece, neutralizzata sotto il profilo bellico, vada inclusa in un dialogo culturale, preconizzando proprio quell'asse franco-tedesco che regge ancora oggi il cuore dell'Unione europea. Ma la vera lungimiranza di Gide sta nel rendersi conto prima di molti altri, come scrive, "che nessun paese d'Europa può più aspirare a un progresso reale della propria cultura isolandosi" e che la sorte di un continente tanto ricco di cultura e storia non può essere vittima della vanità di pochi.