Recensioni / Ciucci, una revisione del modernismo fascista

All’inizio negli anni Settanta la storiografia architettonica italiana individua nel periodo tra le due guerre un’occasione favorevole d’indagine. Sono oggetto di studio: movimenti, gruppi, singole personalità di architetti, ingegneri e artisti, ma anche le loro istituzioni, scuole, riviste e manifestazioni pubbliche.
Esito dei pionieristici lavori di De Felice sulla biografia mussoliniana e di Mosse sulle origini culturali del movimento nazionalsocialista, quelle ricerche misero in luce un panorama più complesso e sfaccettato di quello delineato nel dopoguerra da Zevi e Veronesi. Le conclusioni di quegli studi non furono meno categoriche di quelle che li precedettero e che ebbero una solida egemonia culturale per avere fatto coincidere lo stile razionalista alle posizioni politiche progressiste. Si elessero a riferimento, riannodando i fili dei loro percorsi formativi e professionali, figure aderenti agli ismi della modernità tralasciando quelle più compromesse con il regime, in altre parole legate «alla gramigna della cultura ufficiale», retorica e accademica, come scrisse Cesare De Seta, studioso tra i primi a compiere una sintesi intorno l’architettura del Ventennio (La cultura architettonica in Italia tra le due guerre, 1972).
Qualcosa, tuttavia, non tornava nei rapporti dell’architettura con l’ideologia fascista. L’attenzione andava rivolta in particolare sul fronte di coloro che solerti emuli delle tendenze moderniste d’oltralpe, scelsero l’architettura razionalista, ma assecondando al meglio i programmi del regime e garantendo anch’essi il dovuto consenso.
Tra gli anni Ottanta e Novanta Giorgio Ciucci (Roma 1939) è stato lo studioso che, con maggiore impegno, si è fatto carico della revisione storica dell’architettura del Fascismo messa da parte l’attività professionale svolta nello studio Stass tra gli anni 1966-1972 (con M. Manieri Elia, M. D’Alessandro, M. Morandi) e dopo essersi dedicato con Tafuri e altri, all’architettura sovietica e tedesca degli anni Venti e Trenta presso lo Iuav di Venezia.
Con la pubblicazione della sua raccolta di scritti Figure e temi nell’architettura italiana del Novecento. Da Gigiotto Zanini a Vittorio Gregotti (Quodlibet, pp. 352, euro 28), distribuiti dal 1989 per un trentennio, ritroviamo ordinati secondo un criterio diacronico degli eventi, i profili di quelle personalità attive nel «periodo nero del fascismo», che come scrive Guia Baratelli, curatrice del libro, ai colleghi veneziani doveva forse «apparire come un blocco o un congelamento».
Accanto a Libera, Figini e Pollini, Terragni, Gardella, Cattaneo, Ponti, è illustrata l’opera degli architetti più giovani nati nel Ventennio, Giancarlo De Carlo e Vittorio Gregotti, o poco prima, come Federico Gorio; di seguito quelli rimasti nell’ombra o riconducibili all’«altra modernità», Gigiotti Zanini, infine chi collocato in una posizione periferica rispetto Roma e Milano, come Ettore Sottsass sr., Gustavo Pulitzer Finali e Luigi Cosenza o, nel caso di Lina Bo, all’estero.
Ciascuna «figura» è illustrata con cura dettagliata e confronti sempre pertinenti, cogliendo le dovute sfumature di carattere e di stile, ma al tempo stesso evidenziando le componenti generali e specifiche del periodo e del contesto. Ad esempio, l’aspetto del «compromesso in agguato» nel quale gli architetti erano costretti a lavorare. Ciucci ne discute nel capitolo Lo stile di Libera (scritto in occasione della mostra a Trento nel 1989) dove con l’episodio delle colonne nel Palazzo dei Congressi per l’Esposizione Universale del 1942 a Roma, si riporta l’escamotage di Adalberto Libera per vincere il concorso e per il quale provò rimorso nel dopoguerra. È solo uno degli elementi delle sue «contraddizioni» per cercare «una via d’uscita fra la moralità dell’architettura e la rappresentatività monumentale» ma fa comprendere bene cosa si deve intendere per «architettura di stato».
Lo storico romano rinnova nei suoi scritti la «scoperta» che molti degli architetti del Ventennio si erano «sbagliati nell’affidare all’architettura il compito di esprimere quel contenuto morale, che essi sentivano in sé e che avevano identificato nel fascismo». Nel dettagliato capitolo sull’architettura di Giuseppe Terragni, che occupa la parte centrale della raccolta, non c’è, tuttavia, solo di mezzo una «questione morale». Qualcosa di più articolato e complesso si evince proprio dalla vita e l’opera dell’architetto comasco: appannate, come s’è detto all’inizio, dall’insistenza della tesi sull’«implicito antifascismo delle forme moderne».
Ciucci ricostruisce le molteplici interpretazioni su Terragni mettendo a confronto quelle dei critici a lui coevi (Pagano, Persico) fino a quelle più recenti. Inizia dal giudizio che diede Raffaello Giolli nel 1943 sull’ostinazione «avanguardista» che contraddistinse l’architetto della Casa del Fascio. Riconsidera l’importanza della sua fede incrollabile verso la «purezza delle origini» del Fascismo e come questa dovesse essere per lui incarnata nel linguaggio moderno dell’architettura.
Da questi due soli casi possiamo comprendere quanto sia stato rilevante il lavoro storiografico di Ciucci e l’importanza di assumerlo come riferimento metodologico per il futuro.