Recensioni / Alice Gardoncini, Tradurre la luna. I romantici tedeschi in Tommaso Landolfi (1933- 1946)

Il lavoro di Alice Gardoncini esamina il rapporto complesso e fecondo tra la scrittura di Landolfi e le sue traduzioni. A partire da alcune opportune evidenze testuali si dimostra la sovrapposizione tra la sua poetica traduttiva e la sua poetica in senso lato. Una traccia assai ben argomentata attraverso le opere del periodo indagato, tra la fine anni degli Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, che si presenta più proficuo per gli scambi tra scrittura in proprio e traduzione. L’analisi riguarda quindi i racconti raccolti nel Dialogo dei massimi sistemi (1937), i romanzi La pietra lunare (1939) e Il principe infelice (1943), vari scritti critici e le traduzioni di alcune fiabe dei fratelli Grimm e dell’Heinrich von Ofterdingen di Novalis (1941).
Superando l’orientamento critico consolidato, sostenitore di una influenza genericamente ascrivibile al romanticismo europeo sulla scrittura landolfia¬na, l’autrice rintraccia in alcuni specifici rapporti (Novalis e i Grimm per la rivalutazione letteraria del genere fiabesco) singoli nuclei tematici, in parti¬colare concernenti la concezione della lingua, fondamentali per comprendere Landolfi scrittore e traduttore anche di altre letterature.
Seguendo i nessi tra l’opera landolfiana e le teorie traduttive attive nella ricezione delle letterature straniere in Italia nell’arco temporale considerato, Gardoncini restituisce lo sfondo culturale in cui collocare l’opera di Landolfi e la sua eccentricità. Si indagano le modalità e le motivazioni del prevalente modello addomesticante ed etnocentrico di traduzione, individuandole in un criterio, più che di aperta censura, di autolimitazione da parte di redattori e traduttori. La conseguente disinvoltura delle traduzioni non esaurisce tuttavia nell’inaffidabilità tutti gli esiti, per la presenza di poetiche opposte legate alla rigida osservanza del testo originale. Nel panorama mosso così delineato la storia della traduzione è significativamente intrecciata all’evoluzione delle linee editoriali delle principali case editrici italiane. Insieme all’indicazione dei cruciali snodi culturali, l’analisi procede sottolineando come la lingua letteraria, pur con diversi orientamenti (lo stile ermetico dominante nelle traduzioni delle poesie o l’americanismo decisivo per la narrativa) costruisca non solo un’alternativa non solo linguistica, bensì anche un presidio di più o meno velata opposizione politica al fascismo.
Un paragrafo indipendente è giustamente dedicato al caso della lettera¬tura tedesca: si parte dalla ricognizione del canone assunto come modello di modernità, popolato dai nomi di Nietzsche, Hebbel, Novalis e Goethe, ma anche Hölderlin, Rilke e poi Kafka. La ricostruzione delle dinamiche che tra gli anni Venti e Trenta portano al pubblico di massa la contemporaneità letteraria tedesca postespressionista – l’Asphaltliteratur, il Kriegsroman – rileva la funzione pronunciata dei mediatori culturali e la tensione di modelli, quello americano e quello germanico, portatori di valori politici contrapposti, con una evidente ricaduta sulle scelte editoriali: l’esempio delle due antologie pubblicate da Bompiani – Americana di Vittorini e Germanica a cura di Tra¬verso – dà adito a un ragionamento articolato attento a rilevare il peso della censura e i modi sottili per esprimere dissenso.
Il ruolo della traduzione nel mercato editoriale e nello sviluppo di poeti¬che legate al confronto con le letterature straniere promuove una concezione autoriale del gesto traduttivo che l’autrice riporta anche alla produzione di Landolfi, con l’intento di provare la corrispondenza tra il suo lavoro di traduttore e quello di autore. In riferimento al racconto che apre la prima raccolta – Dialogo dei massimi sistemi – Gardoncini osserva come il tema dell’originale impossibile che interroga la natura del linguaggio già enuclei quella sostanziale continuità tra la scrittura e la traduzione che, oltre a definirsi tratto peculiare del primo Landolfi, assurge a elemento paradigmatico per l’analisi dei suoi rapporti con la tradizione letteraria. La sua apertura alla letteratura europea è infatti un tratto fondamentale attivato non soltanto attraverso l’esercizio della traduzione, ma anche tramite le forme della parodia, del pastiche e dell’allusione, che portano Landolfi a dialogare con una comunità letteraria e culturale oltre i canoni nazionali.
Pur rilevando la mancanza di un’opera teorica sistematica dedicata ai problemi di poetica della traduzione, Gardoncini fa leva su alcuni materiali paratestuali landolfiani per ricavare indicazioni esplicite sul tema. La ricercata ‘letteralità’, categoria privilegiata in virtù di uno scrupolo filologico che aspira all’aderenza al testo originale, per quanto consentito dalla lingua in cui si traduce, si volge in denuncia dell’insufficienza costitutiva dell’atto traduttivo: efficace e icastica l’immagine ricorrente delle ‘briciole’ di memoria dantesca, che collega le riflessioni sulla traduzione alla più ampia ‘poetica dell’insufficienza’ (come la definì Edoardo Sanguineti) di Landolfi. Con una analogia persuasiva si collega il valore della poesia concepito solo in senso negativo, come briciole appunto, con l’idea landolfiana della traduzione nel segno di una sostanziale impossibilità.
Per ricostruire la poetica traduttiva di Landolfi, Gardoncini guarda ai suoi interlocutori: innanzitutto l’ermetismo fiorentino e la figura di Renato Poggioli, che libera la traduzione dalla filologia per avvicinarla alla creazione poetica. La diffusa disamina delle critiche di Landolfi alle traduzioni di Poggioli restituisce due visioni contrapposte tra i due amici, secondo le linee antinomiche di addomesticamento e straniamento che scandiscono in generale il dibattito sulla traduzione. La collaborazione con Leone Traverso, fondamentale mediatore di cultura letteraria di lingua tedesca per i poeti ermetici, espone Landolfi all’influenza delle sue idee sul tradurre, sbilanciate verso la creazione di un atto poetico vero e proprio (Nachdichtung). Nella collaborazione di Landolfi all’antologia Germanica, Gardoncini distingue tra la fase iniziale e quella successiva, la prima scandita da un vivo interesse poi sostituito da un senso di insofferenza per gli autori da tradurre. Ripercorrendo il carteggio con Traverso, si accoglie l’ipotesi che nella scelta delle fiabe dei Grimm da includere nell’antologia abbia pesato l’affinità con le atmosfere della scrittura landolfiana all’altezza degli anni Quaranta. La collaborazione con Traverso è ripercorsa anche per illuminare pratiche che si andavano affermando nel lavoro di traduzione: per esempio a proposito di un progetto su Hofmannsthal compare una traduttrice occulta a cui fu affidato il compito di stilare il canovaccio su cui avrebbe poi lavorato Landolfi. Con riferimenti perspicaci si dimostra che dal 1947 la sua prassi traduttiva preveda la collaborazione con traduttori di manovalanza; non manca inoltre anche in questo caso un collegamento a questioni più ampie, nel rimando alla pratica della negresse unconnue diffusa al tempo. Proprio sulla base del carteggio con Traverso, Gardoncini traccia l’evoluzione delle idee di Landolfi in materia di traduzione, seguendone la vena sempre più problematica, tanto da scuotere le iniziali certezze a proposito del criterio della letteralità.
Le traduzioni per Germanica le consentono infatti di rilevare, nell’assen¬za di esplicite e compiute teorie, un apparente paradosso tra l’imperativo della letteralità espressa nei peritesti delle traduzioni landolfiane e la libertà rivendicata nella sua corrispondenza con Traverso. Alle informazioni sui tempi di lavoro e sulla pubblicazione delle sette fiabe tradotte, segue un confronto filologico con le traduzioni preesistenti (Fiordirovo con Fran¬co Bianchi, Cappuccetto rosso con Fanny Vanzi Mussini) e la valutazione dell’autonomia di Landolfi. Un’autonomia che è messa in relazione alla sua diversa concezione delle fiabe, intese come genere non unicamente riservato all’infanzia, con una inversione di tendenza capace di sopperire all’assenza di una Romantik italiana volta a mitizzare la fiaba in quanto ‘Urgrund der Poesie’. Anche l’individuazione di un simile nesso esprime quello sguardo ampio rivolto alla complessità delle questioni imperniate sulla traduzione che è cifra metodologica di questo lavoro. Nelle traduzioni delle fiabe dei Grimm la continuità indagata tra Landolfi traduttore e autore, che consolida la dichiarata linea interpretativa portante di Gardoncini, è persuasivamente ravvisata nelle scelte lessicali e anche nelle scelte tematiche, come nell’ultima fiaba, La luna.
La stessa scelta di tradurre Novalis è letta in controtendenza rispetto alla sua generazione e in affinità con la sua stessa scrittura; già Zagari, del resto, individuava tracce di Novalis nella Pietra Lunare. Confrontando la traduzione di Landolfi dell’Heinrich von Ofterdingen con quelle precedenti di Pisaneschi e di un Anonimo, Gardoncini tira conclusioni incontrovertibili: innanzi tutto che la volontà di aderire al testo originale sia declinata come un richiamo non del significato ma del ritmo (in italiano si restituiscono gli accenti della frase tedesca), illuminando una peculiare affinità con la poetica novalisiana nel romanzo, in particolare per il tema dello straniero che motiverebbe le scelte lessicali del traduttore. I passi citati, se da un lato confermano le affermazioni di Landolfi sulle proprie scelte traduttive, dall’altro mostrano che la volontà di aderire all’originale si innesta su un aspetto eversivo che emerge nella preferenza per gli arcaismi. La ricca tavola sinottica che compara le traduzioni di Landolfi, Pisaneschi e di un Anonimo mostra nel primo scelte traduttive marcate e divergenti dall’italiano standard, ma anche dall’aderenza all’originale, e invece in continuità con la sua lingua autoriale. E tuttavia il rapporto di forza non è per Gardoncini automaticamente a favore della lingua dello scrittore, tanto da avanzare l’idea che la prassi traduttiva abbia influenzato la pratica della scrittura dando forma allo stile landolfiano. Gli arcaismi sarebbero a ben vedere landolfismi, segno della forte presenza autoriale in contrasto con l’ambita aderenza all’originale. I landolfismi, trascurati dalla critica, sovrappongono – così Gardoncini – al principio di aderenza all’originale la presenza forte dell’autore nelle traduzioni.
Il lessico marcato nelle traduzioni landolfiane dà adito a una riflessione più ampia ricalcata sulla icastica immagine dell’invisibilità del traduttore proposta da Venuti, per specificare la peculiare declinazione dell’aderenza all’originale intrecciata da Landolfi alla volontà di mostrare se stesso, dunque in aperto contrasto rispetto all’ideale di trasparenza. La sostenuta permeabilità di scrittura e traduzione rifletterebbe nell’atteggiamento traduttivo quella dialettica tra farsi dimenticare e il puntiglio di sottolinearsi con cui Debenedetti descriveva la tensione della scrittura landolfiana. Dal rapporto continuo tra scrittura propria e traduzione Gardoncini si riallaccia alla cruciale questione teorica del rapporto tra originale e copia: nel caso di Landolfi le traduzioni, considerate modelli della scrittura in proprio, rimescolerebbero tale relazione. La studiosa arriva così a toccare il tema della ‘inautenticità’ della scrittura landolfiana, di cui già Debenedetti, Montale e Sanguineti avevano rilevato il carattere non originario. L’indecidibilità del pastiche diviene la vera cifra della scrittura di Landolfi, rigata, proprio come la traduzione e la poesia tutta, dall’impossibilità. Sulla questione dell’autenticità dei testi poetici converge la scrittura critico-accademica di Landolfi tendenzialmente antispontaneista, o meglio a sostegno di una spontaneità conquistata, ma anche il montaggio di citazioni nell’appendice apposta alla Pietra Lunare che, chiamando in causa Leopardi, riferisce l’antitesi tra poesia ingenua e sentimentale alla contrapposizione tra classici e moderni. Estremizzata nel paradosso della necessità e dell’impossibilità di una letteratura sentimentale, l’antitesi ricongiunge anche il discorso critico di Landolfi all’impossibilità che minava l’esperienza della traduzione e della scrittura. Per affrontare il paradosso dell’arte sentimentale, molta critica vede Landolfi impegnato a rimaneggiare un repertorio letterario romantico, in particolare imitando il genere fantastico.
Discostandosi dalle discussioni sull’appartenenza o meno di Landolfi alla letteratura fantastica, Gardoncini mostra le affinità del Principe infelice rispetto al modello fiabesco, recuperando la propensione dell’autore per il primo romanticismo e insistendo sull’influenza esercitata dalle sue scelte di traduttore. Sarebbero proprio quelle che, reagendo con la scrittura del racconto sulla malinconia del principe, ne avrebbero determinato le punte parodiche e la torsione ironica. Il rilievo assunto dall’autore dell’Heinrich von Ofterdingen e del romanzo incompiuto Die Lehrlinge zu Sais, tale da giustificare l’individuazione di una ‘funzione Novalis’ all’interno dell’opera di Landolfi, fa risaltare il tema del linguaggio impossibile, cruciale tanto nelle riflessioni sulla traduzione quanto nella sua poetica in senso lato. Con i numerosi e puntuali riferimenti a Novalis rintracciati nella Pietra lunare si avanza l’interpretazione che non si tratti di un romanzo romantico puro, ma di una vera rifondazione di miti, che quindi tradirebbe la consapevolezza – da parte di Landolfi – di essere poeta sentimentale. Il dialogo continuo con l’autore romantico, per la presenza dei temi novalisiani della leggibilità del mondo e del valore salvifico della poesia sia nel Principe infelice, sia nella prima raccolta di racconti, sia ancora nella Pietra lunare, è ripercorso da Gardoncini marcando anche e soprattutto i differenti esiti raggiunti dal giovane Landolfi, che abbandona la possibilità di attingere attraverso la poesia all’adempimento novalisiano.