Recensioni / L'epica minima delle zie e dei tombini

C'è un padre che ogni sei anni si sveglia gridando perché immagina di uscire dall'utero, c'è una zia che sogna di volare perché sbaglia medicine e l'autore che viene svegliato dalla madre, anche se è mancata da tre anni. Un movimentato mosaico d'umanità accoglie il lettore dei 107 brevi racconti de Le storie di mia zia di Ugo Cornia. Si tratta di aneddoti, storie ascoltate e vicende accadute nella provincia di Modena, tra piccoli comuni come Guzzano, Camugnano e Pievepelago, il paese dell'infanzia, tra parenti, amici e l'autore stesso che li riporta perché, nella loro nitidezza, raccontano un mondo e un modo di vedere le cose. Il libro, che ripropone accresciuto da nuove pagine Le storie di mia zia (e di altri parenti) (Feltrinelli, 2003), è un brillante esempio di un certo modo eccentrico, anche umoristico, di narrare dell'autore.
Come nota Ermanno Cavazzoni, firmando l'aletta del volume per la collana «Compagnia Extra» di Quodlibet, i frammenti intonano «una sorta di epica minima, o novellistica al suo primo albore». Il tutto con uno spirito e un gusto per l'assurdo lucido e contemporaneo, in uno stile che ha il ritmo dell'orale, tipico di certa scrittura emiliana cresciuta con Gi:aumi Celati, privo di orpelli, talvolta musicalmente ripetitivo, ma sempre stretto al racconto. Un microcosmo fatto spesso di paradossi il cui riflesso è tanto godibile, quanto spiazzante e divertente tra le vicende di personaggi che ricorrono spesso dalla zia Maria allo zio Santo, ai genitori scomparsi di Cornia, all'amico Gianni Pecchini - e di altri che compaiono una volta e per sempre, come il Saponetta e la sua impresa scatologica o la nonna di 107 ami di un'amica tedesca che non si annoia perché, dice, ogni pomeriggio «il nonno esce dall'armadio e fanno due chiacchiere».
Sono storie spesso centrate sull'uso delle parole, dalla nascita dei soprannomi a incredibili fatti di cronaca di provincia — «ESCE DAL TOMBINO: SCOTENNATO DAL TRANVAI» , sui tratti del carattere, dalla scaramanzia alla timidezza, sulle abitudini e l'osservazione, come nei racconti dedicati agli animali. A volte i frammenti, dal paragrafo alle poche facciate, sono legati tra loro dal tema, ma tendenzialmente non è così, e si ha la sensazione di essere tra amici a tavola, con al centro il vino e «il gnocco fritto», nel continuo cambiaredegli argomenti. Una lunga conversazione a più voci che offre riusciti scorci di un inedito Novecento: da quando a inizio secolo un contarlino si ammala perché si lava per la prima volta in dodici anni aspettando un notaio, parente generazioni prima dell'autore, ai racconti legati a «quell'appassionante periodo che è stato la Seconda guerra mondiale, appassionante sia per bellezza che per bruttezza». Un altro tema ricorrente, infine, sono questioni dí fede sottili ed esilaranti e il rapporto con i morti, con cui spesso si parla, perché «abbiamo tutti l'aldilà sepolto in testa». Se noi dell'aldiquà talvolta abbiamo i.l sospetto che altre dimensioni, non necessariamente divine, ci facciano degli scherzi: leggendo Cornia, diventa quasi una certezza.