Recensioni / L'universo della chiacchiera nei racconti di Cornia

«Consiglio di leggersi il libro senza fretta, una o due storie per sera, e di rifletterci su. Perché il senso delle nostre umane vite è sempre un piccolo fatto minore, che ne resta l'emblema; il che è divertente e stringe il cuore, come questo libro». Lo scrive E. C. (Ermanno Cavazzoni), curatore della collana in cui è pubblicato Le storie di mia zia, nel risvolto di copertina.
Credo che nessun commento migliore si possa concepire a queste storielle familiari e di amicizia ripubblicate da Ugo Cornia per Quodlibet Compagnia Extra (Pagine 200, euro 14), dopo l'edizione Feltrinelli del 2008. L'autore, rivelatosi sul «Semplice», la rivista fondata da Gianni Celati e Cavazzoni a metà degli anni 90, ha pubblicato varie altre opere, come Favole da riformatorio e La vita in ordine sparso. La sua vena è sempre simile: attenzione alla vita quotidiana, caratterizzata da alzate di ingegno di personaggi con qualche lato del carattere originale se non bizzarro, includendo in questo repertorio l'autore stesso. Cornia la banalità quotidiana dell'esistenza propria e di molte altre persone la osserva con sguardo che possiamo dire «epico», rendendo singolari, caratteristici, memorabili avvenimenti comuni.
In questo libro disegna un piccolo universo familiare, che risale fino a un trisnonno, a vari prozii e prozie e alle zie, in particolare quella del titolo. Con lei, zia Bruna, inizia la serie dei racconti, rievocando quando, nel periodo in cui abitava a Roma, accogliendo degli amici uscì dimenticandosi il brodo sul fuoco: al ritorno, varie ore dopo, per fortuna non c'era niente di bruciato. Antiche rivalità di antenati vengono disseppellite, come le malattie dei parenti più prossimi. Incontriamo zie e amiche anche tedesche che parlano con i loro morti. Si rievoca un'Italia lontana, con lunghi viaggi su treni lentissimi per andare a prendere servizio a L'Aquila, da Modena. Varie storie hanno per protagonisti amici, in un trascinarsi da vitelloni senza particolari qualità; altre hanno il sapore inconfondibile delle storielle inventate, tramandate e variate da quella potentissima macchina narrativa che è il «sentito dire».
Il libro configura un universo della chiacchiera, del rapporto umano a partire dai fatti minuti dell'esistenza, in intrecci che si svolgono tra Modena la sua campagna e la sua montagna, con ramificazioni familiari a Milano e altrove. Ma sono storie che si potrebbero sentire intorno al fuoco in una caverna o a un tappeto in qualche paese d'oriente: ricche di una tranquilla «fantasticazione» che le rende in qualche modo esemplari, nata dall'osservazione di fatti apparentemente banali, sempre vari e capaci di innescare note umoristiche, melanconiche, pensose.