Recensioni / La composizione dannosa che deriva dal Novecento

Da un secolo in Occidente si parla di crisi della liberaldemocrazia. L'ordine politico moderno è minacciato da una coppia apparentemente contraddittoria: democrazia illiberale e liberalismo antidemocratico neoliberista. Quali sono le cause? E giusto parlare di crisi, quando in realtà sembra che questo continuo disfacimento sia un nuovo ordine che, lontano dallo sgretolare le istituzioni, dà legittimità, di fallimento in fallimento, alla loro presa sulla nostra vita?
In Convenzioni e governo del mondo (Quodlibet, pp. 240, € 20), Massimo De Carolis descrive assetti istituzionali sempre in crisi ma in grado di sopravvivere e fare dilagare il loro governo sul mondo. Per osservare questo fenomeno secolare, De Carolis non si ferma al livello delle istituzioni, realtà formali strutturate attorno a norme e contratti, ma si cala al livello delle convenzioni, un livello elementare di comunicazione che produce un orizzonte condiviso di senso, a partire da un amalgama di relazioni informali, aspettative sull'altrui condotta, atteggiamenti spontanei ed emulativi. Le convenzioni producono una forma di vita condivisa, ritagliano un mondo possibile, ma non sono vincolanti, sono ambivalenti e implicano il pericolo dell'anarchia, lasciando liberi gli individui rispetto all'adesione alle pratiche comuni.
L'ordine istituzionale moderno nasce per generare pace e circoscrivere l'insicurezza in due modi: lo Stato, che fonde le forze sociali nella volontà del popolo, e il libero mercato, che si basa sulla spontanea tendenza alla concertazione. La politica moderna sistematizza la normalità convenzionale spontanea in un quadro che prevede una pluralità di Stati in equilibrio collegati da liberi mercati. Il Novecento ha dimostrato che tale ordine pacifico era solo un'illusione: al di sotto del popolo e della società civile preme una massa cieca, diffidente e volubile. Il Novecento ha portato allo scatenamento dell'ambivalenza delle convenzioni recalcitranti rispetto alle istituzioni che ne formalizzavano l'ordine. Ciò, tuttavia, non rappresenta la fine delle istituzioni, che avevano fallito nel tentativo di governare gli eventi, bensì un loro imporsi, in competizione instabile, come baluardo a cui aggrapparsi per richiedere sicurezza. Si produce una competizione fra le varie istituzioni, statuali o transnazionali, pubbliche o private, nello sforzo di influenzare le aspettative collettive, riplasmare le regole di condotta, manipolare il mondo spesso in modo opaco. In tale competizione per la cattura delle convenzioni e delle forme di vita, è difficile distinguere l'interesse generale dagli interessi di parte più spregiudicati.
In questo equilibrio patogeno, il superamento del vecchio ordine, che non smette di sfaldarsi e imporsi, è possibile in direzione di un ordine antistrutturale di genere nuovo, che, libero dalla segmentazione dei popoli e dei territori, si leghi all'umanità tutta, portatrice di irriducibile dignità, e abiti la Terra, sistema interconnesso in equilibrio.