Recensioni / Lavinia, anima tedesca dell’Italia editoriale

Una traduttrice? Sì, ma solo fino a un certo punto. Un'editrice? No, almeno non in senso stretto. Una germanista? Forse, ma fuori dell'università. La difficoltà d'incasellare in un ruolo professionale la milanese Lavinia Mazzucchetti (1889-1965) non deve oscurare il fatto che nel suo ambito lavorativo, ossia l'editoria, fu un'indiscussa fuoriclasse. Ma qual era, in ultima analisi, la sua «classe»? Quella dei «mediatori culturali», ovvero di tutti quegli intellettuali che, insegnando, scrivendo e traducendo, si erano adoperati per diffondere nel proprio Paese una cultura straniera.
Nel caso di Mazzucchetti — di cui Anna Antonello ci offre una biografia documentatissima, ma un po' ingessata — quella tedesca e mitteleuropea. Figlia di una cantante dilettante e di un critico del «Secolo», Lavinia s'era avvicinata all'idioma di Goethe passando per quello di Dante: la sua tesi di laurea, discussa ne11911 con Michele Scherillo, riguardava la fortuna italiana di un autore tedesco (Schiller). A indirizzarla verso quell'argomento era stato probabilmente il germanista Sigismondo Friedmann, suo professore all'Accademia scientifico-letteraria, col quale avrebbe scritto una fortunata grammatica di tedesco, ma a farla innamorare di quella lingua era stato il filologo Hans Schulz, suo primo, segreto amore.
Il conseguimento della libera docenza nel 1917 e un'esperienza decennale d'insegnamento non bastarono ad assicurarle una cattedra universitaria. In un microcosmo popolato quasi esclusivamente da uomini come l'accademia e in una disciplina sempre più asservita all'ideologia nazista come la germanistica, una donna antifascista qual era fieramente Mazzucchetti non poteva avere vita facile.
Ben più aperto si rivelò il mondo dell'editoria che l'accolse con slancio, ricevendo in cambio un fiume di titoli confluiti nelle collane più disparate. Sì, perché la consulenza di Mazzucchetti spaziava dalle opere classiche (Goethe) ai libri per ragazzi (Erich Kästner), ai romanzi rosa (Vicki Baum) e in molti casi si fondava su rapporti diretti con gli autori. L'inconsueto potere contrattuale di cui godeva alla Mondadori dipese in larga parte dall'essere personalmente legata a tre suoi autori di punta: Thomas Mann, Stefan Zweig e Hermann Hesse. Del resto, anche nei suoi articoli ricorreva spesso a testimonianze dirette, privilegiando il taglio socio-biografico a quello critico-estetico. Anche per questo, volendo cercare una figura a lei simile, la mente va a Fernanda Pivano. Ebbene sì: Mazzucchetti è stata la Pivano della letteratura tedesca. Anzi no: Pivano è stata la Maz zucchetti della letteratura americana. Chissà se queste due impareggiabili mediatrici accomunate da una vocazione — traghettare la cultura dell'anima in quella del sangue —, si strinsero mai la mano.