Recensioni / Estratto da Corpo a corpo

Quasi un’introduzione

1. Il presente volume è composto di sette capitoli, ognuno dei quali ruota attorno al tentativo di lettura di una sola poesia. Le voci coinvolte vengono ascoltate a partire da un singolo campione testuale, che vorrebbe però diventare l’occasione per ricostruire – più o meno implicitamente, con maggiore o minore insistenza, a seconda del caso specifico – un intero sistema tematico e stilistico. La compattezza, oltre che all’approccio e al taglio frontale dell’analisi, è affidata alla sezione cronologica che si attraversa. Si tratta di poeti nati tutti negli anni Cinquanta (il più anziano – Milo De Angelis – è del 1951, il più giovane – Gian Mario Villalta – del 1959), quando la guerra si è conclusa da poco e il miracolo economico avanza. Se è vero che la civiltà contadina leva allora il suo canto del cigno, bisognerà pur notare che la maggioranza non proviene dal centro dell’impero (ovvero queste voci sembrano in qualche modo già nascere in una posizione di “scarto” rispetto al proprio tempo): non provengono dal centro Villalta e Valduga, di un pur diverso Triveneto; non Pusterla, con la sua estrazione alto-lombarda e la sua posizione frontaliera; non del tutto nemmeno Anedda, che a Roma affianca la Sardegna e la sua ‘isolatria’. Più compiutamente cittadini, invece, il milanese De Angelis e il romano Magrelli (e forse un po’ a metà sta Fo, che è nato a Legnano ma si è formato a Roma): ma anche questi ultimi, al di là delle loro geografie, sapranno ben segnalare – eccome – la loro alterità. Anche per questo, allora, può avere un significato che non sia del tutto assente dal quadro la lingua morta o morente per eccellenza, il dialetto, rappresentato da un testo di Villalta (un dialetto che non è mai morto del tutto, come dimostra l’esperienza, mettiamo, di Francesco Giusti – che però qui non trova posto – o le infiltrazioni dialettali nella poesia della stessa Anedda, che restano però del tutto fuori asse nel capitolo a lei dedicato, anche se nelle ultime due raccolte aneddiane giocano un ruolo non trascurabile). E anche letterature e lingue per davvero morte – quella greca, quella latina – hanno un qualche spazio. Vale lo scontato adagio per cui il contemporaneo non esiste senza l’antico. Ma si vorrebbe suggerire di accettare l’adagio pure al contrario: di considerare che non esiste antico senza contemporaneo, se non durano – di quell’antico – i lettori e i manipolatori, non esclusi i più lontani o ironici o fantasiosi.

2. Per ciascun caso si è scelto un testo che appartenesse alla fase più recente dei diversi percorsi poetici presi in esame: tutte le liriche scelte appartengono compiutamente agli anni Duemila, con una prevalenza netta di testi scritti in quest’ultimo decennio. Ne esce qualcosa che è certamente troppo poco per essere definito un panorama, specialmente per un «genere o supergenere letterario debolissimo»[1], del quale la rete ha contribuito a far esplodere del tutto i confini, gli statuti, le genealogie e i rapporti di forza. La poesia contemporanea vive in una condizione di inevitabile, vitale “caos”, entro il quale le tendenze sono molteplici, talvolta con differenze estreme fra i suoi diversi poli: un continente che ospita insomma – lo si è constatato all’inizio del secolo – «tutto e il contrario di tutto»[2]. Da queste pagine uscirà piuttosto uno spaccato, un’istantanea molto parziale, che privilegia (perché no?) anche i gusti e le abitudini di lettura del loro autore. Sarà comunque rappresentato, però, più di un partito: quello lirico per eccellenza (De Angelis, e diversamente Anedda); quello, antinovecentista, dell’esperienza comunicata al lettore (Pusterla, Villalta); quello dell’ironia e parodia, magari pronte a ribaltarsi in nostalgia del Sublime (Magrelli, Fo); quello neometrico (Valduga). Senza contare che intersezioni e contiguità fra queste posizioni di massima sono, ovviamente, sempre verificabili: la Storia o la sintonizzazione sulla cronaca contemporanea può interessare molti di questi nomi, ogni volta da differenti prospettive; il riuso del Mito può essere, anch’esso, appannaggio di più d’uno; e così via.

3. Sarà senz’altro impossibile, in ogni caso, pretendere di rappresentare in maniera sufficiente diverse linee di tendenza, o magari di riunirle addirittura in un unico insieme, più largo. Di certo questo libro non ha ambizioni storiografiche, tanto meno ha voglia di ragionare su un eventuale canone. Piuttosto, si concentra sulla disamina – si spera attenta – del testo, tentando di spremerne più succhi possibili. Forse un’ipotesi di “linea comune” fra le varie personalità in campo potrebbe essere semmai, con molta cautela, la seguente: l’impressione che i testi scelti si prestino e “tengano” davanti a un’analisi intensiva, verticale, che cerchi di muoversi fra i vari livelli del dettato poetico (tematico, stilistico, macrotestuale, ecc.), pur con le precisazioni dovute, di caso in caso. Nel capitolo dedicato a Valduga, per esempio, la quartina da cui si parte – che apre la raccolta cui appartiene – ha bisogno per sua stessa natura di essere frequentemente accostata al resto dell’insieme; e pure con Villalta ci si sbilancia a tratti verso una visione complessiva della raccolta implicata dalla poesia che è comunque al centro del discorso; nel saggio su Pusterla l’avvio è occupato da una ricostruzione in campo lungo, motivata dal fatto che i suoi interessi rilkiani non sono mai stati considerati, sin qui, dai suoi lettori; e avanti così, distinguendo di frequente.

Questa “tenuta”, se c’è, vorrà pur dire qualcosa, a proposito degli individui convocati, e mi pare sia un esito da non prendere per scontato: a conti fatti, andrà considerata una buona notizia sia per le voci in campo sia per il loro interprete (anche quello potenziale, futuro). In ultima istanza, forse, è una buona notizia per quell’«esercizio critico difficile quanto affascinante, che rifugge da un rigido impianto teorico»[3] che è la lettura, appunto, del testo poetico. È una scelta che risponde, implicitamente, anche a un’operazione difensiva, a tutela «di una di quelle merci – direbbe Montale – che si vendono imballate con l’iscrizione “fragile”»[4]. Non posso che fare mie le parole di un maestro del genere-lettura novecentesco, dichiarandomi «frugalmente dell’idea che valga la pena interessarsi di letteratura non per convocarla come testimone privilegiata di qualcos’altro, né per “ancillizzarla” a spiegare altro da sé, ma per vedere come quel qualcos’altro – ideologia, psicologia “profonda”, tradizione letteraria, latenza mitica e simbolica, ecc. – vi trovi di volta in volta una sua specifica formalizzazione»[5]: la risposta più onesta e più utile, a mio avviso, specie in tempi di Theory a basso costo[6].

4. «E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?», dice un verso di Zanzotto. Se c’è un altro filo che lega insieme tutti i campioni prescelti – segnalando così anche un’unità metodologica, pur a bassa intensità – è un rapporto ancora resistente, e di caso in caso mobile e variabile, proprio con la Tradizione. Fra i vari aspetti su cui può concentrarsi un esercizio di lettura, questo libro predilige il corpo a corpo intertestuale, ma cercando sempre di non farne l’unico strumento sul tavolo: di non trasformarlo affatto in un feticcio. La dinamica intertestuale mette largamente in circolo tutti gli elementi a disposizione, a partire da quelli filosofici, tematici, ideologici in senso lato: per Anedda, mettiamo, si sfruttano non solo le raccolte più antiche, ma certe imbeccate che vengono dalle sue pagine in prosa; il Magrelli critico è presentissimo nella filigrana del Magrelli poeta; per i versi di Fo sarà decisiva una recensione del latinista a un classico dell’epigrafia, ecc.

Ancora, si tenta di appoggiarsi il più possibile su un’analisi più ampia, rivolta a fatti concreti quali stile, lingua, metrica, dosati a seconda dell’individuo che si ha di fronte. È questa stessa concretezza a voler garantire la tutela del testo, di cui si diceva prima. Privilegiare il dialogo fra testi vorrà dire, semmai, inclinare ancora più decisamente verso l’individuale, diciamo pure l’irripetibile del singolo campione, piuttosto che verso i valori “medi”, indispensabili per esempio in una prospettiva strettamente linguistica. Un irripetibile che dovrebbe esistere comunque, anche se le liriche in questione non mancheranno nemmeno di risultare, spesso, una riserva di topoi autoriali: cioè l’esito piuttosto coerente di un cammino che, per tutte e tutti i convocati, ha ormai alle spalle diversi decenni di militanza.

5. Ancora su questo punto: temo che ‘intertestualità’ non sia ora un termine fortunato e che non riesca a suonare appassionato né appassionante, anche se permette di intendersi. Preferirei, tuttavia, rinunciare a qualche punto sulla scala di una ideale (e comunque auspicabile) precisione teorica e terminologica, pur di considerare in maniera più “calda” l’inevitabile e vivo colloquio fra i testi, insomma la «memoria dei poeti»[7], sollecitata dalla loro abitudine alla lettura e alla ruminazione. Di arte allusiva, intertestualità, agone, ecc. si è discusso, lo sappiamo, a lungo. Vorrei che da queste pagine potesse uscire un’idea, fosse pure al grezzo, di memoria poetica come luogo di incontro (di conciliazione? Di dialettica?) fra istanze del soggetto – fino a quelle depositate nel suo inconscio – da una parte; e convenzioni e abitudini della tradizione, di una langue che non può non agire sulla parole, dall’altra: vorrei, insomma, che la prospettiva di un Bloom e quella di un Conte entrassero in tensione – per fare due nomi decisivi – fossero avvertite come potenzialmente complementari. Il tutto continuando a tenere ben lontana l’ossessione, lo spettro dell’unica chiave di lettura. È lo stesso corpo a corpo qui proposto, per la verità, a cercare di muoversi in una prospettiva policentrica: il dialogo intertestuale, in effetti, non si dà mai con un solo interlocutore (la fonte, l’ipotesto). Qualche esempio: nel saggio deangelisiano si fanno entrare in gioco I Ching, ma prima ancora Drieu La Rochelle (e poi Antonioni); per il Magrelli riscrittore di una fleurs du mal Wagner (e sullo sfondo Nietzsche) saranno importanti non meno che lo stesso Baudelaire; per Pusterla si insiste su Rilke ma senza dimenticare la mediazione-Jaccottet; Valduga tiene sott’occhio il libretto mozartiano ma intanto dialoga fittamente con Raboni; e potrei continuare.

L’insieme è orchestrato comunque con una certa attenzione, nella consapevolezza che la nostra poesia, dagli anni Settanta in avanti, ha visto venir meno «quel principio antagonistico fondamentale per cui un figlio può essere diverso e migliore del padre»[8]: sapendo insomma che la dialettica intertestuale fra soggetto e modello potrebbe anche risultare poco fruttuosa. Non sarà un caso che in tutti i capitoli del libro non sia moltissimo lo spazio per rapporti interni alla stessa tradizione poetica e linguistica (come accadeva, invece, nei casi capitali del leopardismo italiano o del dopo-Montale). In queste pagine i referenti scomodati sono quasi tutti ‘esterni’: da Sofocle a Tacito a Baudelaire a Celan. Anche di questo andrà tenuto conto. Per esempio, convincendosi del fatto che l’approccio alla letteratura nazionale dovrebbe unire, ogni volta che può, una prospettiva concretamente attenta al testo di partenza e insieme transnazionale (l’aria del tempo consente molto meno, mi pare, che avvenga e che si desideri il contrario, cioè che a partire dalla comparatistica si salvino i diritti del “particolare” e del concreto).

6. Allo stesso modo, è effettivamente bene «liberarsi dall’idea che la ricchezza di rapporti linguistico-formali significhi anche affinità tematica, ideologica, ecc.»[9]. Nei casi in questione gli apporti non saranno seriali, si tratterrà piuttosto di casi ben individuati o riscritture denunciate: eppure si darà molto spesso, come conseguenza, un effetto più largo, un confronto a viso aperto, a volte uno scontro implicito intorno a un’idea di mondo e di letteratura (è il caso del tandem Rilke-Pusterla). Ne sia testimone il fatto che ognuna delle parabole poetiche coinvolte dovrebbe rivelare, credo, un’idea – diciamo meglio: un’esperienza – ogni volta diversa di dialogo intertestuale: l’eco (Pusterla) dice di qualcosa che arriva da fuori, da lontano, e che in fondo si ascolta con qualche resistenza, se non proprio con sospetto; la solubilità (Magrelli) rinvia a una possibile mescolanza con altro e a una progressiva ‘dissoluzione’ del punto di partenza; la polifonia (Anedda) citatoria è piuttosto il segno della necessità, anche etica, di risentire sé stessi in altre voci; e poi il furto valdughiano, gli emblemi di Fo, le silenziose appropriazioni di De Angelis o Villalta.

Sia come sia, rinunciando a un rigido tentativo tassonomico e categoriale, preferisco affidarmi – per descrivere ciò che accade quando il soggetto si ritrova nelle parole altrui – allo Zibaldone leopardiano, a una pagina nella quale l’io si accorge che i suoi sentimenti sono in qualche modo «accelerati» dalla «lettura de’ libri», da una scena o da una narrazione in cui il soggetto si identifica: non si tratta di scoprire una novità, quanto piuttosto di riconoscere qualcosa che riguarda profondamente il proprio io, qualcosa di «nativo», non «tolto in prestito»[10]. Lontano ogni esercizio di esibizione, lontane le condizioni in cui citare significava fare riferimento a un patrimonio condiviso anche con il lettore, la citazione è paradossalmente, anzitutto, una tecnica di conoscenza di sé. E sempre il sé ha bisogno di un filtro, di una mediazione che impedisca alla violenza di una passione, quale essa sia, di travolgerlo: sono precisamente le parole altrui a svolgere, nel nostro caso, questa funzione di «sicurezza» mediatrice, permettendo a chi scrive di ‘rifare il canto’ di qualcun altro; ma rifarlo «con grandissima e originalissima autenticità»[11].

7. Un’ultima postilla. Questo libro non esisterebbe senza la mia esperienza di insegnamento: molte fra le liriche che si incontrano o si ricordano fra queste pagine le ho lette, esaminate e offerte a studenti di Lettere o di Filosofia, dalle matricole ai più esperti (che sono allora, tutte e tutti loro, anche i dedicatari di questo lavoro). Su tutte queste voci della nostra poesia ho tenuto lezioni, ma ho anche assegnato degli approfondimenti seminariali o delle tesi di laurea (e una mi trovo anche, e ben volentieri, a citarla fra queste pagine). Non mi pare trascurabile che ciò sia avvenuto grazie a dei corsi incentrati sul contemporaneo. Della poesia contemporanea si constatano spesso i limiti, ci si lamenta della sua qualità, della mancanza di un pubblico; se ne critica l’oscurità sentita a volte come gratuita, la si descrive anzitutto come il «gigantesco sintomo storico» di una soggettività narcisistica[12] (e non sarà proprio la citazione un tentativo estremo dell’io lirico, sia pure velleitario, di uscire da sé stesso e «diventare un colloquio», di dire il suo bisogno dell’altro?). Magari ci si ritrova a sentire la nostalgia di un vero classico, che sia capace di entrare in un patrimonio comune, condiviso, pubblicamente riconosciuto. Tanto più non mi dispiace aver provato a far entrare a lezione, fra i banchi – oltre che nel discorso critico – la poesia di questi anni, condividendone l’«ethos inattuale»[13]. Non mi dispiace averne misurato anche le potenzialità in termini didattici, perché il contemporaneo può giocarsi, per esempio, una carta che altri ambiti sfruttano forse più faticosamente: quella della scoperta, da parte dei neofiti, pur con tutte le attenzioni e i rischi del caso (a partire dalla difficoltà di attribuire “valore” a un’opera). Che poi tutta la poesia di cui ho parlato abbia volentieri lo sguardo rivolto anche al passato – alla tradizione – potrebbe servire a fare di certa lirica contemporanea persino un viatico, un invito a “tornare indietro”, a cominciare per esempio dal Novecento dei maestri (per poi indietreggiare ancora). Penso sia bene insistere, continuare a disturbare «quel silenzio frontale dove eravamo / già stati».

Note

[1] Paolo Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura, Carocci, Roma 2017.
[2] Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, a cura di Giancarlo Alfano et alii, Sossella, Roma 2005, p. 8; e cfr. Roberto Galaverni, Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei, Fazi, Roma 2002.
[3] Fabio Magro, Poesie italiane del Novecento. Nove esercizi di lettura, Carocci, Roma 2020.
[4] Eugenio Montale, La poesia di Zanzotto, in Id., Sulla poesia, a cura di Giorgio Zampa, p. 340.
[5] Gilberto Lonardi, Il Vecchio e il Giovane e altri studi su Montale, Zanichelli, Bologna 1980.
[6] Barbara Carnevali, Contro la Theory. Una provocazione: https://www.leparoleelecose.it/?p=24320 (19 settembre 2016).
[7] Gian Biagio Conte, Memoria dei poeti e sistema letterario [1974], Sellerio, Palermo 2012.
[8] Andrea Afribo, Poesia italiana postrema. Dal 1970 a oggi, Carocci, Roma 2017, p. 47. [9] Pier Vincenzo Mengaldo, Prima lezione di stilistica, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 56.
[10] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, p. 64 (cito dall’ed. a cura di Giuseppe Pacella, Garzanti, Milano 1991).
[11] Giacomo Debenedetti, Pascoli. La rivoluzione inconsapevole, Garzanti, Milano 1979, p. 204.
[12] Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna, il Mulino, Bologna 2005, p. 214.
[13] Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2018, p. 149.