Recensioni / Daria Biagi, Prosaici e moderni. Teoria, traduzione e pratica del romanzo nell’Italia del Primo Novecento

In Prosaici e moderni Daria Biagi ricostruisce la rete di testi e «persone comuni» cui corrispose, nell’Italia dei primi decenni del Novecento, la riflessione intorno a possibilità e necessità del romanzo. Il dibattito si sviluppò a partire dal concetto di «senso prosaico» che, presentandosi come costitutivo della tradizione letteraria e culturale tedesca, finì per imporsi come tratto imprescindibile della modernità. L’asse metodologico, trasversale allo studio, coincide con l’esplicitazione dei rapporti tra pratiche della traduzione e contesto culturale: Biagi mostra infatti in che modo, di volta in volta, l’attenzione dedicata a «problemi specifici (di costruzione, di stile)» testimoni del «bisogno di trovare una rappresentazione adeguata» della realtà (p. 69). Il primo capitolo si concentra su Goethe e la prima traduzione italiana del Meister. La «Voce» di Prezzolini ha un ruolo centrale nella diffusione del libro: il percorso del personaggio goethiano viene infatti letto come «potente rappresentazione artistica, nella quale lo sviluppo dell’anima individuale è tutt’uno con la possibilità effettiva di trovare il proprio posto nel mondo» (p. 45). Come dimostra Biagi, la tensione verso l’articolazione romanzesca e l’attenzione al dato realistico entrano nel campo letterario italiano proprio in virtù dell’idea di sviluppo (interna, in modo solo apparentemente contraddittorio, alla sfera della prosa d’arte). Il secondo capitolo ruota intorno alla figura di Giuseppe Antonio Borgese. La sua campagna a favore del romanzo «si realizza attraverso l’immissione di nuove opere» e «la reinterpretazione di opere e personaggi» (p. 90). Biagi nota come il Faust goethiano, nell’ottica di Borgese, raffiguri «l’impossibilità di eliminare il negativo» – ossia la «condizione intrinseca della modernità» (p. 95) – e sia inoltre alla base della scelta di «testare l’efficacia dell’idea di architettura narrativa» (p. 107, a partire dalla quale, tra l’altro, si articola la disputa con Croce). L’elaborazione di questa «poetica di ricostruzione» (p. 116) – che, nota Biagi, è una teoria del romanzo in atto – si compie con l’insegnamento universitario, il lavoro editoriale (da Mondadori, con la «Biblioteca Romantica»), la creazione romanzesca (Rubè e I vivi e i morti) e le traduzioni (di Schlemih e Werther). In tal modo, Biagi evidenzia il principio teorizzante dell’impegno di Borgese, attivo in quella «ricerca di forme narrative per il presente» che, nella scrittura, viene elaborata lungo due «direttive principali: la creazione di una distanza estetica tra voce narrante e personaggio» e «quella relativa alla necessità di una lingua italiana moderna, prosaica, piana e polifonica» (p. 156). Il terzo capitolo segue il graduale radicarsi ed evolversi delle proposte di Borgese, in un contesto culturale in cui «il concetto di costruzione finisce per trovarsi in sintonia con la visione fascista della modernità» (p. 191). Nel solco di quest’ambiguità, nonché in rapporto alle vicissitudini censorie, Biagi mostra come i romanzi della Neue Sachlichkeite le prime traduzioni di Kafka e Wasserman alimentino l’immaginario romanzesco italiano, e intercetta l’influenza di queste opere, a livello contenutistico ed espressivo-formale, su romanzi quali Luce fredda, Quartiere Vittoria, Nessuno torna indietro e L’uomo è forte . Complessivamente, il discorso di Biagi, tenendo saldi i nessi tra opere, traduzioni e re-interpretazioni, rende perfettamente leggibili le connessioni tra contingenze culturali e trasversalità dei valori letterari (adottando a volte – il rigore critico non ne risente – piacevoli modi narrativi: «Questo libro racconta quel che accadde…», p. 11). Prosaici e moderni dà un contributo importante al panorama critico-letterario attuale: illumina la «multiforme riflessione» culturale degli anni Venti e Trenta in Italia, rende conto della complessità del periodo, e mostra infine come, dopo anni di rimozione (per «l’urgenza di tagliare i ponti col Ventennio», p. 315), valga senz’altro la pena tornarci.