Recensioni / Daria Biagi, Prosaici e moderni. Teoria, traduzione e pratica del romanzo nell’Italia del primo Novecento

Nell’Introduzione alla fortunata antologia Lirici Nuovi (Hoepli, Milano 1943), Luciano Anceschi, allora poco più che trentenne, scriveva con piglio polemico: «Cacciati dalla porta signorile della teoria, i “generi letterari” rientrano, si sa, dalla più accogliente porta di servizio della “pratica”, dell’empiria» (p. 9). L’antologia non era semplicemente un fiore della lirica italiana pubblicata fra il 1925 e il 1943, ma il tentativo di restituire un’idea di poesia come esito di una complessa trama di relazioni fra testi, varianti, traduzioni, dichiarazioni di poetica degli autori ed apporti della critica. Questa architettura metteva in discussione l’idea di una poesia che bastava a sé stessa e che travalicava la nozione dei generi. Per Anceschi, chi aveva cacciato i generi letterari e la riflessione su di essi dalla casa della letteratura era stato soprattutto Benedetto Croce, «l’intol-erante difensore del principio ideale dell’“unità” dell’arte» (Ibid.), con la sua sistemica estetica neo-idealista per la quale vige l’inscindibile connubio intuizioneespressione, la definitiva opposizione poesia non-poesia, e la svalutazione della retorica come mera tecnica. L’espressione idiomatica comune ripresa da Anceschi è, come noto, «cacciati dalla porta si rientra dalla finestra». Con le minime variazioni sul tema il critico sembra divertirsi a rimarcare una diversa condizione, diremmo istituzionale, fra l’aristocratica porta signorile di chi teorizza senza sporcarsi le mani, e chi invece, entrando dalla porta di servizio, è attento al fare concreto, al continuo confronto con l’esperienza, con la vita dell’arte e della letteratura. È questo un modo per sottolineare la contrapposizione tra un’estetica teorica, soddisfatta del proprio sistema chiuso e definito, e le poetiche, che possono sostanziare di novità il sistema letterario in continuo movimento.
Il volume di Daria Biagi Prosaici e moderni. Teoria, traduzione e pratica del romanzo nell’Italia del primo Novecento è un ottimo resoconto di come la questione dei generi letterari e in particolare del genere romanzo abbia preso dimora nella casa delle lettere italiane entrando dalla porta di servizio, non già con proclami teorici, ma quasi di soppiatto, a partire dalle traduzioni di romanzi ormai canonici all’estero, ma guardati con un certo sospetto in Italia come opere di secondo piano, e abbia contribuito a trasformare le istituzioni del sistema letterario rendendo urgente, anche qui, un riflessione sulla critica, la natura e le peculiarità strutturali, stilistiche e linguistiche del romanzo moderno.
Il titolo riprende due termini (“prosaici e moderni”) utilizzati da Novalis per criticare il Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe che all’epoca, con i suoi riferimenti alla vita quotidiana e con il ricorso a una voce romanzesca, discorsiva e polifonica, si allontanava dal registro lirico e dalla voce monologante propria dell’idea dominante di arte letteraria. La stessa coppia di termini riecheggia nei giudizi critici negativi rivolti ancora all’inizio del Novecento a I Buddenbrook di Thomas Mann, ritenuti inutilmente verbosi e preoccupati di descrivere momenti e problemi di semplice quotidianità con un linguaggio del tutto impoetico. Ma quello stesso binomio, da biasimo critico si trasformerà di lì a poco, come sostiene Biagi, «nel suo contrario, innescando una discussione di dimensioni europee […] in seguito alla quale il romanzo goethiano sarebbe diventato il vertice di una nuova genealogia letteraria per autori […] decisamente propensi ad essere invece molto più prosaici e molto più moderni» (p. 14).
L’ambito temporale indagato nella ricerca va dagli anni Dieci del Novecento fino alla stagione del cosiddetto decennio delle traduzioni, che si chiude indicativamente nel 1934, con l’irrigidimento della censura fascista e la svolta autarchica del regime. La letteratura straniera presa in considerazione è in primo luogo quella di lingua tedesca, con un accurata analisi di alcuni testi esemplari come Wilhelm Meisters Lehrjahre, il Faust o il Werther di Goethe, Peter Schlemihl di von Chamisso, Berlin Alexanderplatz di Döblin o Il processo di Kafka.
Biagi afferma in modo molto chiaro sin dalla introduzione, ed è uno degli elementi davvero qualificanti di questo rigoroso lavoro storicocritico, che questi testi canonici non sono presi in considerazione di per sé, ma piuttosto come opere «che vengono importate e tradotte proprio perché produttivamente manipolabili all’interno dei conflitti in corso» (p. 32). Si rifiuta il luogo comune che le grandi opere letterarie rimangano le stesse passando da una cultura a un’altra, da una lingua a un’altra, e si sottolinea che «i romanzi che hanno circolazione internazionale sono soggetti ai più vari meccanismi di manipolazione […], per il processo di reinterpretazione che necessariamente subiscono nel contesto d’arrivo» (p. 30). Due termini emergono da questi brevi rimandi: “manipolazione” e “produttivo”. Assunto che la traduzione è di per sé un atto di manipolazione, come i numerosissimi studi, da André Lefevere a Theo Hermans solo per citare i più ricorrenti, hanno ormai mostrato risignificando in senso positivo il termine “manipolazione”, compito dello studioso di letterature comparate sarà quello di cercare di comprendere produttivamente (e qui il richiamo potrebbe essere alla “critica produttiva” di Antoine Berman) come un testo, muovendosi fra culture e tempi diversi, si trasformi in risposta anche alle convenzioni letterarie della cultura di arrivo, contribuendo nello stesso tempo a cambiarle. Si tratterà in sostanza, seguendo anche le indicazioni di Pierre Bourdieu, che Biagi prende come riferimento metodologico, di descrivere i processi di “selezione”, “lettura” e “marcatura” che presiedono alla ricollocazione nella cultura di arrivo di un testo nato in un tempo e in uno spazio culturale diversi.
Ricostruire la vicenda della ricezione di questi testi e la loro decisiva influenza sulla individuazione delle specificità del genere romanzo nell’Italia moderna di primo Novecento significa ricostruire un contesto storico ed editoriale, individuare le figure che si sono rese protagoniste di queste mediazioni nell’atto traduttivo in sé, nella riflessione critica su quanto veniva offerto ai lettori, nella produzione creativa di nuove opere, e infine indagare, con gli strumenti della stilistica e della linguistica, come quel passaggio è stato condotto. Si tratta insomma di dar vita a una rappresentazione sistematica, o a una ricognizione fenomenologica, di un mondo in cui le traduzioni dei romanzi e i loro artefici, le riflessioni critiche e teoriche sul genere e le scritture di nuovi romanzi si compenetrano in modo dialettico e discorsivo.
Il libro presenta così una serie di figure di traduttori e traduttrici che sono stati fondamentali per l’affermarsi del genere; figure troppo spesso ignorate dalla critica, ma che con la loro competenza e passione hanno tradotto e anche proposto agli editori testi apparentemente fuori mercato o ritenuti linguisticamente e stilisticamente intraducibili. Si incontrano così Alberto Spaini, Rosina Pisaneschi, Barbara Allason, Alessandra Scalero, Lavinia Mazzucchetti che sono stati capaci di ricreare in italiano quelle forme della discorsività, come le chiamava Giacomo Debenedetti, proprie del genere romanzo e viste con scetticismo da gran parte dei letterati italiani, chiusi nella dimensione arcadica della bella scrittura lirica e del frammento. Particolarmente degna di nota è la puntualità con cui Biagi analizza i problemi più strettamente traduttivi della resa di alcuni dei romanzi, quando affronta ad esempio le prime versioni italiane di Berlin Alexanderplatz di Döblin o del Processo di Kafka, entrambe di Spaini. L’analisi cerca di evidenziare i problemi stilistici, e quindi anche semantici, insiti in ciascun romanzo e di comprendere le scelte traduttive di Spaini, utilizzando al meglio le competenze linguistiche non per una pedante ricerca dell’errore in traduzione, o dell’esattezza filologica, ma per descrivere la forma assunta dal testo nella sua nuova veste culturale. Si indaga cioè il senso del rapporto fra il testo fonte e quello di arrivo, cercando di individuare proprio nelle differenze le specificità delle singole traduzioni che rendono il nuovo testo unico, rispondente a un orizzonte specifico che lo legittima e che dà vita a una tradizione interpretativa parallela rispetto a quella dominante nel paese di origine del testo.
Biagi dedica poi una parte rilevante del suo lavoro alle dinamiche editoriali, sia ricostruendo il contesto politico e culturale dei primi decenni del Novecento, sia descrivendo le principali importantissime imprese editoriali come le collane BIBLIOTECA ROMANTICA di Mondadori o SCRITTORI DI TUTTO IL MONDO diretta da Gian Dàuli, che consentirono a molti testi della narrativa moderna otto-novecentesca di entrare con traduzioni accurate nel mercato italiano che non era affatto refrattario, come si è soliti pensare, ai libri stranieri. L’Italia è anzi il paese europeo che all’epoca pubblicava il più alto numero di traduzioni.
Questa disponibilità influisce anche sulla poetica di numerosi scrittori italiani, entrati molto marginalmente nel canone, da Umberto Barbaro a Ugo Dèttore, da Alba de Cèspedes a Corrado Alvaro, che declinano in vario modo, nelle loro diverse modalità di scrittura, questa apertura al nuovo romanzo e che giustamente Biagi considera nella sua ricognizione.
Una figura fondamentale nel riscatto del romanzo come genere capace di rappresentare nel miglior modo le contraddizioni della modernità è Giuseppe Antonio Borgese. Traduttore di Goethe e von Chamisso, critico letterario, docente di Letteratura tedesca prima a Roma e poi a Milano, dove ricopre anche l’insegnamento di Estetica, direttore della meritoria collana di Mondadori BIBLIOTECA ROMANTICA che a partire dal 1930 pubblica 50 romanuna sorta di canone del genere letterario, Borgese è argomento del capitolo centrale del libro. Qui Biagi ne ripercorre l’impressionante e variegata opera, insistendo giustamente sul complesso rapporto fra Borgese e Croce. Da mentore e maestro, Croce diventa per Borgese il massimo rappresentante di un modo di intendere la critica che, privilegiando di un’opera solo i momenti “puri” e “alti”, non era in grado di restituirne la complessità vitale e contraddittoria. Scrive Biagi riprendendo alcuni passi da La vita e il libro (Bocca, Torino, 1913): «Borgese rifiuta un metodo che decontestualizza e assolutizza uomini e opere, che sente gli esseri viventi come “risultati” anziché come “forze meritevoli che crescono, si modificano, periscono, si eternano nel flutto della vita”: quello che cerca è una filosofia capace di rendere conto del tempo, della contingenza, delle “macerie”, ovvero di quello “stadio intermedio” che esiste “tra i concetti universali e i fenomeni individuali” e che per Croce non sembra meritare alcuna attenzione» (pp. 109-110). Si ritorna così alla contrapposizione tra un’estetica filosofica sistemica e chiusa, e le poetiche del fare di cui parlava Anceschi (allievo di Borgese) nella citazione di apertura, tra poesia pura come subitanea espressione di un sentimento e romanzo come costruzione e sintesi di materiali eterogenei, il genere che forse più di ogni altro, secondo Borgese, è in grado di rappresentare il dilemma proprio della condizione della modernità.
Prosaici e Moderni affronta un nodo centrale nella riflessione sulla letteratura del Novecento italiano, quello dell’affermarsi del romanzo come genere non secondario, è lo fa cercando di comprendere questo fenomeno ricorrendo a una pluralità di metodi e scandagliando più ambiti del sapere, dalla storia politica alla sociologia, dalla storia dell’editoria alla stilistica comparata, dalla traduttologia all’estetica. In questo modo Daria Biagi offre non solo una quantità di informazioni preziose su una questione storico letteraria, ma mostra come possano proficuamente essere svolti in modo aperto, comprensivo e sistematico gli studi sulla traduzione, troppo spesso purtroppo ridotti a indagini molto specifiche e settoriali, nonostante i proclami di interdisciplinarità o transdisciplinarità dei Translation Studies.