Recensioni / Anna Antonello, Una germanista scapigliata. Vita e traduzioni di Lavinia Mazzucchetti

È stata una vera fortuna, per i lettori e per le lettrici italiane, per la Mondadori, per la stessa germanistica italiana e forse addirittura per lei, che la mentalità maschilista supponente e subdola dell’epoca –che costituiva una componente fondamentale del fascismo imperante –abbia definitivamente chiuso a Lavinia Mazzucchetti (1889-1965) la carriera accademica. Avviata con la libera docenzanel 1917 e proseguita poi con supplenze e incarichi, questa era già stata interrotta d’autorità nel 1929, ma il colpo definitivo fu un concorso del 1932 nel quale determinanti nella sua sconfitta furono il suo antifascismo e il suo genere femminile. Che Mazzucchetti avesse firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato da Croce nel 1925 lo ricordò alla commissione il suo principale concorrente, Vincenzo Errante, che infatti vinse. A mancare di chiamarla in cattedra benché fosse comunque riuscita nella terna pensarono i vertici accademici di tutte le università italiane. Insufficiente l’indecoroso trattamento economico riservatole dal Comune di Milano per l’insegnamento alla Civica Scuola Superiore Femminile Alessandro Manzoni (meritoria progenitrice, insieme con la Scuola Interpreti e Traduttori fondata da Silvio Baridon, dell’attuale Scuola Altiero Spinelli) – d’altronde interrotto, sempre per motivi politici, già nel 1935 – Mazzucchetti fu costretta ad approfondire e ampliare le sue collaborazioni pubblicistiche con recensioni e segnalazioni su riviste (in particolare «I libri del giorno», poi «Leonardo»: 127 pezzi nel decennio 1930-1940) e soprattutto editoriali. Importantissimo anche il suo contributo al «Convegno» di Enzo Ferrieri, con la frequentazione dell’aristocratica cerchia degli amici milanesi di Croce: Gallarati Scotti, Jacini, Casati.
Dopo il brillante avvio, nel 1929, della pionieristica collana NARRATORI NORDICIpresso la Sperling & Kupfer di Milano, divenne nel 1932 la principale consulente per la narrativa contemporanea tedesca della MEDUSAe dei ROMANZI DELLA PALMA della Mondadori, principali veicoli della narrativa straniera in Italia nel “decennio delle traduzioni”. E fu grazie a ciò che nelle case dei sempre più numerosi lettori e soprattutto delle sempre più numerose lettrici entrò il fiume dei grandi narratori novecenteschi di lingua tedesca, che costituivano la componente principale di quelle diffusissime collane. Citiamo volutamente alla rinfusa: Thomas e Heinrich Mann, Kafka, Wassermann, Werfel, Stefan Zweig, Leonhard Frank, Vicki Baum, Joseph Roth, Feuchtwanger, Wiechert, Carossa, Hesse, Emil Ludwig, Fallada, Schnitzler, Lederer ecc. ecc. Oltre che, nella maggior parte dei casi, delle proprie scoperte e della conoscenza diretta – sfociata addirittura in stretta amicizia personale come nei casi di Stefan Zweig e di Thomas Mann, alla conversione del quale all’europeismo e alla democrazia si vantava di aver contribuito –Mazzucchetti si avvaleva delle segnalazioni dell’amica di lunga data Dora Mitzky, filologa austriaca amante dell’Italia e, tramite lei, di altri intellettuali germanofoni, oltre che di Waldemar Jollos, critico d’arte e pressoché trentennale fidanzato ucraino-russo-zurighese,divenuto marito nel 1946.
Ma anche i suoi scritti scientifici, come la monografia su Schiller in Italia (Hoepli 1913) e l’edizione italiana di una scelta dell’epistolario di Goethe (Sperling & Kupfer 1932), erano animati da uno stile disinvolto, fresco, venato di ironia, irriverente e canzonatorio, talvolta “beffardo” (come giustamente lo definisce Antonello), alla stessa stregua delle segnalazioni, delle recensioni e dei pareri di lettura: uno stile lontano le mille miglia dal paludato e ingessato linguaggio accademico, di cui evitava le pomposità e i birignao gergali (che purtroppo, benché rari, non mancano neanche in questo leggi-bilissimo libro). E forse nemmeno questo le perdonavano, i sopracciò dell’Università.
Nei testi Mazzucchetti cercava l’uomo, ossia – a scanso di equivoci woke– la persona. Le interessava più il contenuto che lo stile, più i valori morali che quelli lirici; direi: più l’autore o l’autrice che lo stesso testo. Non perdonò all’amico Hans Carossa l’adesione al nazismo e nemmeno a Fallada il suo adeguamento (in realtà molto sofferto). Il rigore etico-politico lo aveva respirato fin dall’infanzia nella casa del padre giornalista mazziniano dell’autorevole quotidiano milanese «Il Secolo» e le era stato alimentato dal magistero del filosofo Piero Martinetti presso l’Accademia scientifico-letteraria. Martinetti è noto per essere stato nel 1931 uno dei pochissimi cattedratici che si rifiutò di iscriversi al partito fascista, perdendo così la cattedra. Ma, oltre a creare la cosiddetta “scuola di Milano” (Antonio Banfi, Enzo Paci, Remo Cantoni, Giulio Preti, Luciano Anceschi, Dino Formaggio, Fulvio Papi e così via), con la sua pretesa che gli allievi leggessero i testi filosofici in originale egli innescò anche, involontariamente, la scia di due generazioni di germanisti milanesi: dalla stessa Mazzucchetti a Emma Sola, Cristina Baseggio, Stefano Jacini, Luigi Rognoni, Bruno Maffi, Cesare Cases ecc.
L’«altezza morale» riconosciutale da Giorgio Levi della Vida (p. 16), oltre al torto accademico subito, ha fatto nel dopoguerra di Lavinia Mazzucchetti un’icona dell’antifascismo milanese. Grazie a un’esemplare acribia e a un’ampia e approfondita ricerca documentaria, Antonello è però riuscita a sfuggire al più probabile rischio presentato da un tale soggetto: l’agiografia. Le luci sono tante, ma non manca qualche ombra, del resto indice il più delle volte di un pragmatismo volto a salvaguardare, in tempi in cui l’orizzonte non presentava spiragli di prossima libertà, la possibilità di sopravvivere lavorando, studiando, viaggiando (ovviamente non le passava nemmeno per la testa di fare l’“agricoltore”, come si autodefiniva Martinetti nell’autoconfino del suo amato Canavese). Per parare il colpo basso della delazione di Errante, in vista del concorso non esitò a scrivere a Gentile, assicurandolo che da «quella manifestazione [la solidarietà con Croce] altre non ne ho fatte più di nessun genere» contro il regime, e a chiedere udienza al ministro Balbino Giuliano, “tirando in causa il Capo del Governo” e chiedendo “soltanto di «lavorare ed obbedire»” in cambio di una protezione «da persecuzioni improvvise di non chiara origine» (pp. 106-108). Peggio: nel 1938, colpita da un attacco personale della nazista «Die Neue Literatur», che le inventava addosso la definizione di «ebrea triestina» accusandola di prediligere autori ebrei e undeutsch, nel timore che questa falsità le impedisse la prosecuzione di collaborazioni con la stampa tedesca, chiese a Federico Gentile, direttore di «Leonardo» oltre che della casa editrice Sansoni, di pubblicare una smentita, partendo «dalla affermazione categorica che la collaboratrice non è soltanto cristiana cattolica, ma anche senza contatto neppur remotissimo con ebrei» (pp. 169-171). Il che era una bugia patente. Appena tre anni prima non aveva esitato ad accettare l’invito della Federazione delle Associazioni Culturali Ebraiche a tenere in alcune città una serie di conferenze sull’«apporto ebraico allo sviluppo della cultura e del pensiero germanico, nelle sue varie manifestazioni» (pp.166-167). Non solo: il suo primo docente di tedesco, il lituano Sigismondo Friedmann, della cui figlia Clara lei era grande amica, era ebreo. Ma lo stesso fidanzato Jollos era ebreo.
Non solo dichiarata cautela politico-diplomatica, ma soprattutto grande professionalità, entrambe volte a salvaguardare, con quello della casa editrice, il futuro del proprio lavoro, le avevano dettato per tempo una “sapiente dosatura”, con l’inserimento nelle collane mondadoriane,accanto agli autori da lei prediletti –effettivamente in maggioranza ebrei e antinazisti –, anche di autori filo-nazisti come Hans Grimm e Paul Ernst, ammettendo che la loro «qualità di una certa lentezza nebbiosa è proprioinevitabile nei cosiddetti “puri tedeschi” che ora si vorrebbe soli mettere di moda», dopo l’avvento del nazismo (pp. 140-142).Il culmine della professionalità e dell’impegno editoriali fu raggiunto da Mazzucchetti nel dopoguerra con le edizioni delle opere pressoché complete di Goethe presso Sansoni (cinque volumi) e di Thomas Mann presso Mondadori (undici). Scelta da Federico Gentile per la prima impresa fin dal 1937 come via d’uscita dal dilemma tra due ingombranti contendenti, l’«asceta fiorentino» Guido Manacorda e il «barone siciliano» Vincenzo Errante (p. 153), Mazzucchetti dovette, nella scelta tra vecchie e nuove traduzioni, districarsi tra diverse opzioni, occasione per Antonello di offrire preziose informazioni sulla fortuna goethiana in Italia (pp. 161-163). Spicca nel secondo caso la sua preferenza per professionisti modesti, puntuali e coscienziosi (Ervino Pocar, Cristina Baseggio, Liliana Scalero, Bruno Arzeni, Bruno Maffi) rispetto a quanti, soprattutto accademici, assumono una postura autoriale a spese degli autori originali e della filiera editoriale (p. 203).
Antonello è riuscita pienamente nel suo intento di presentare una «vita emblematica della storia sociale e culturale italiana della prima metà del Novecento, anche in una prospettiva di genere» (p. 14) e, aggiungerei, anche nelle sue contraddizioni. Emblematico è pure, negli ultimi anni, l’appartarsi di Mazzucchetti, non a caso contemporaneo a quello di un altro grande germanista suo quasi coetaneo come Pocar, dalla collaborazione con una Mondadori che, coi tempi, andava mutando pelle. Ottima la scelta di riportare pressoché per intero la recensione di Cesare Cases alla raccolta di saggi.
Non inficia in nulla questo genuino apprezzamento il dovere di avanzare qui alcune precisazioni che, in apparenza puramente pedanti, costituiscono un invito a conoscere meglio il periodo storico, così rilevante, di cui Mazzucchetti è stata protagonista. Gianfranco Mattei, figlio della grande amica di Mazzucchetti Clara Friedmann, non è «caduto nella Resistenza milanese» (p. 34 nota), ma in quella romana, accomunato in questa sorte al genovese Giorgio Labò, a sua volta figlio di una sorella di un’altra protagonista della storia italiana della traduzione, Lucia Morpurgo Rodocanachi (lei sì, ebrea triestina). All’Aja nel 1922 non si tenne la «conferenza di pace» (p. 53), che, come è noto, si svolse tra il 1919 e il 1920 a Versailles e dipendenze, ma una più modesta riunione di esperti delle potenze vincitrici per regolare l’intricatissima questione dei debiti di guerra della Russia. Nel 1945 a Roma liberata da mesi non c’era nessun bisogno che l’editore De Carlo pubblicasse «clandestinamente» la versionedi Giorgio Picconi di Il mondo di ieri di Stefan Zweig (p. 181). Inoltre, Un pilastro della «Medusa» non è una scheda di Natascia Barrale nel portale LTit (p. Novecento in Germania (pp. 143-146), magistrale riepilogo dell’opera di una grande intellettuale e di una grande donna.
139 nota), ma un sostanzioso articolo di Elisa Bolchi su Alessandra Scalero pubblicato sul n. 13 (primavera 2018) di «tradurre».Mi è incomprensibile poi l’uso ormai invalso tra gli studiosi di ultima generazione, e qui ricorrente in vari punti (almeno alle pp. 156 e 186), dell’espressione “le Opera omnia”. Operaè originariamente un neutro plurale latino. Per una secolare convenzione l’articolo usato in italiano, che non possiede il neutro, in questi casi è il maschile plurale: si dice “i carmina”, benché la traduzione suoni “poesie” (vi piacerebbe “le carmina”?). Quella convenzione vorrebbe quindi che si dicesse e scrivesse un altrettanto orrendo “gli Opera omnia”. Ma quel neutro plurale latino è divenuto da secoli un femminile singolare italiano, che per estensione è stato a lungo adattato anche all’espressione “opera omnia”. Sicché fino a questa nuova ondata si è sempre detto e scritto “l’opera omnia” (di Goethe, di Mann, di Dante...). E non vedo motivo di cambiare.