Recensioni / Nel laboratorio infinito di Gio Ponti

io Ponti — rigorosamente senza accento sulla o — non era solo un architetto. Anzi, come ci fa intuire già dal titolo il volume Officina Gio Ponti, nella sua non breve esistenza (1891- 1979) l'istrionico protagonista della vita culturale milanese, e non solo, è stato disegnatore, illustratore (lo spiega il saggio di Francesco Parisi e via via quelli degli altri autori), grafico (Mario Piazza), pittore, decoratore, direttore artistico, scrittore (Cecilia Rostagni), poeta, redattore, editore, designer e imprenditore (Elena Dellapiana), visionario progettista di automobili (Gabriele Neri), talent scout, urbanista, costumista, scenografo, stilista, consulente, collezionista, docente, fotografo... E si potrebbe continuare.
Anche architetto, certo, e lo diventa senza dubbio, dopo l'esordio in collaborazione con Emilio Lancia, con due sostanziali capolavori: l'Istituto di Matematica (1932-35) alla Città Universitaria di Roma — sotto la regia di Marcello Piacentini — e la sede della Montecatini (1935-38) a Milano (della quale si occupa Manfredo di Robilant). Il celeberrimo grattacielo Pirelli (1952-61) a Milano (sul quale scrive Fulvio Irace, principale fautore della riscoperta di Ponti a partire dalla fine degli anni 8o), conferma il talento dell'architetto milanese e la sua fama internazionale.
Per quanto celebre in vita — del resto autolegittimato dalla imponente attività editoriale inventata e praticata durante tutta la sua attività — Ponti sconterà dopo la morte, più che una rimozione, impossibile (della fortuna critica si occupa Manuel Orazi), una sorta di riduzione ad architetto volage, quasi bricoleur. Le multiple sfaccettature della sua personalità non erano amate né dall'accademia, della quale comunque faceva parte — era docente al Politecnico di Milano — né dalla critica militante degli architetti più engagés: nel 1955 sarà clamorosamente rifiutata Ia sua richiesta di adesione all'MSA (Movimento Studi di Architettura). «Una volta ero con Rogers; a un certo punto guardo l'orologio e dico: Devo andarmene perché ho un appuntamento. Dove vai? Vado da Gio Ponti. Come Puoi parlare con quel fascistone?» (ricorda Joseph Rykwert intervistato da Paolo Rosselli, pure autore dell'itinerario pontiano per immagini che accompagna e chiude il volume).
Del resto, la strumentale, più che ideologica, vicinanza al Fascismo aveva permesso a Ponti la riforma produttiva ed espressiva del comparto delle arti decorative, in parallelo al ruolo che Piacentini stava giocando per l'architettura, portandolo nel Dopoguerra a scontare l'esplicita diffidenza dei più giovani colleghi, spesso suoi ex allievi.
Ma a differenza di Piacentini, Ponti nel Dopoguerra maturerà una palingenesi creativa sorprendente. Il grattacielo Pirelli testimonia il magistrale compimento della sua ambizione a essere moderno, anzi modernissimo, grazie a quella complessa relazione tra i saperi, tra la pratica delle arti, dell'architettura, e delle imprese — di differente natura e segno — che aveva del resto alimentato la sua vena creativa negli anni tra le due guerre. Il romano Istituto di Matematica, sorta di Giano bifronte tra il connubio piacentiniano di avanguardia e tradizione e l'esplicita assonanza all'immaginario Iecorbusieriano e costruttivista, anticipala milanese sede della Montecatini, che lungi dall'essere una dichiarazione di fede banalmente avanguardista, si rivela come un dispositivo dal raffinato equilibrio tra innovazione e tradizione. Genialmente ambigua — come la quasi coeva Stazione di Santa Maria Novella a Firenze (1932-35)di Giovanni Michelucci e del Gruppo Toscano — la Montecatini invera l'immagine di un clamoroso rinnovamento della scena urbana, con le sue forme stereometriche e l'estetizzazione degli impianti, ma al tempo stesso testimonia il carsico legame che Ponti mantiene con la classicità. In fondo la pianta ad H dell'edificio potrebbe rimandare a certe soluzioni di aggregazioni planimetriche dell'amato Palladio, iI rivestimento è in prezioso marmo, mentre l'immagine monolitica del corpo edilizio, bucato dalla regolare sequenza delle aperture, pare memore di certe periferie sironiane, deprivate certo dell'aura tragica e ricondotte verso una rigorosa fiducia nel futuro.
L'amicizia e l'interesse per Mario Sironi, o il forte legame con Arturo Martini — che per la Montecatini doveva realizzare una monumentale scultura da porre all'esterno dell'edificio — nonché l'empatia per un progetto di rinnovamento espressivo realisticamente radicato nelle condizioni del proprio tempo, testimoniano la naturale prossimità di Ponti alla temperie del Novecento sarfattiano, ormai sfaldatosi alla fine degli anni 3o, ma assai vivo nella memoria dei suoi protagonisti. Uno straordinario paesaggio urbano di Sironi campeggerà sempre nella casa milanese di Ponti in via Dezza (il soggiorno della quale compare sulla copertina del volume, in una fotografia del 1957 con l'architetto, la moglie Giulia Vimercati e figli Giulio e Letizia), insieme alle opere dell'altro grande artista suo sodale, Massimo Campigli, che lo aveva ritratto con la famiglia nel 1934 (insieme anche le altre figlie: Lisa e Giovanna). Architettura e arte: i due poli tra i quali prende corpo la mutevole e coerente officina pontiana.