Recensioni / Eugenio Oneghin

“Febo spezzando e la sua minacciosa/ ira, coltiverò l’umile prosa”. Così, nel terzo capitolo del suo Eugenio Oneghin, Puìkin avvisa il lettore che dopo aver ultimato questo “romanzo in versi” si darà alla vera prosa, che qui chiama “umile” (sotto il titolo di Umili prose Paolo Nori ha tradotto alcuni testi dell’autore russo, per Feltrinelli) e sembra a ben vedere riferirsi in parte anche a quel che sta facendo nell’Oneghin. Opera essenziale per la letteratura d’ogni tempo, questo romanzo trova ancora oggi la sua modernità nell’adozione consapevole di un verso scorrevole e a tratti colloquiale, che a Puìkin fu rimproverato non poco dalla critica, ma che gli diede poi ragione rendendo l’opera immortale. In questo solco si colloca la scelta di ripubblicare il testo nella traduzione del 1925 (poi riveduta) di Ettore Lo Gatto, russista d’eccezione che decise di rendere il tetrametro giambico russo (di 8-9 sillabe) con l’endecasillabo, verso principe della nostra tradizione poetica. Un’intuizione felicissima quella di Lo Gatto che consente, contrariamente a scelte come quella di Giudici che adotta il novenario, di rendere tutta la scorrevolezza del testo e la sua distanza, per quanto era possibile nell’Ottocento, dall’aulicità della letteratura paludata.

Ecco allora emergere nei versi puìkiniani una leggerezza sorprendente e il tono ironico e divertito che ricordano al lettore italiano certi versi di Gozzano (che forse aveva letto in qualche traduzione l’opera russa), quando col sorriso beffardo riporta i colloqui della gente dabbene o descrive le proverbiali “buone cose di pessimo gusto” così vicine alle descrizioni del bel mondo moscovita o ai ricevimenti di campagna che deve sorbirsi Eugenio.

Storia d’amore tormentato e d’amicizia tradita, d’orgoglio e passioni che conducono alla rovina, l’Eugenio Oneghin non smette da due secoli di parlare al lettore e, nell’intreccio delle rime fedelmente rispettato da Lo Gatto, mantiene intatta tutta la sua forza e seguita a commuovere nel senso originario che ha questa parola, di muovere con violenza, agitare, indurre, turbare, persuadere, muovere in qualcuno un forte sentimento.