Recensioni / La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera che si risveglia ‘donno’

La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera è un breve romanzo scatenato. Scandalizzante e colorito. Il giovane scrittore, che appare amenamente e intenzionalmente smarrito nella fase fallica dello sviluppo freudiano, è un visionario dal tocco picaresco che ha creato una storia allegorico-distopica, terribilmente comica.

Un mattino d’agosto Guglielmo Sputacchiera si svegliò col muso sprofondato in un bel paio di seni: i suoi. In otto ore di sonno s’era trasformato in donna, creatura a lui sconosciutissima, che in trent’anni di vita non era quasi mai riuscito ad avvicinare, non dico per le acrobazie pubiche, ma anche solo per le informazioni stradali.

Nell’incipit c’è già tutto: il fatto e il problema. La transessualizzazione subita e il senso di inadeguatezza provato da un povero inetto sessuale e sociale, disabile economico.

Chi è Sputacchiera

Il giovane Guglielmo Sputacchiera è un NEET di origini proletarie ma di cultura borghese, come tanti suoi coetanei. Vive ancora con i genitori, l’ammaccalamiere arricchito, timorato bestemmiatore e la matta della stanza accanto, disoccupata volontaria, nell’immoto paesello stercoso di provincia.
Sputacchiera ha cambiato più volte il percorso di studi. Attratto dalle donne non riesce ad avvicinarne nessuna. È ancora vergine e pratica in modo ossessivo e paradossale il sesso virtuale e quello solitario. Atarassico e imbalsamato nel mondo del porno, Guglielmo si sente malato e impotente. Intuisce di aver deragliato da una strada maestra che neppure saprebbe riconoscere ed è alla ricerca di una guarigione.
Proprio lui, trentenne caricaturale, giovane inespresso che non riesce ad emanciparsi, alienato dall’abuso del digitale e con un corpo divenuto zavorra platonica, subisce la mutazione. La transessualizzazione forzata simboleggia, in questa storia, non solo la separazione del corpo dal desiderio, nel contromondo del porno ma, soprattutto, la castrazione socioeconomica.

Questo contromondo che ha colonizzato il nostro immaginario erotico, o quantomeno il mio e quello di chi, come me muore ogni giorno di fame vaginale.

E dunque, in un caldo giorno d’estate, Guglielmo Sputacchiera si risveglia donno e si chiamerà Carmela Pene.

Sputacchiera è una maschera. Vittima che si autoassolve perché non agisce ma patisce. Colpevole senza colpe. Al tempo stesso eroe e antieroe del nostro tempo.
Il romanzo potrebbe definirsi anche di formazione, di iniziazione alla vita e all’amore, se si considera la profonda crisi che il protagonista vive e che lo getterà in una ossessiva e improduttiva analisi introspettiva, a seguito della metamorfosi.
Questo libro non è un saggio ma…
Durante la lettura, il pensiero corre al Gregor Samsa kafkiano, che, anch’egli di buon mattino, si ritrova scarafaggio. A Sc’ve’ik, il soldato sempliciotto di Jaroslav Hasèk, preso da un vortice di avvenimenti che vanno oltre le sue capacità di comprensione. Al dilemma fra dignità e piacere, affrontato dal David Kepesh, che si ritrova trasformato in seno, nell’omonimo libro di Philip Roth. A Semion Semionovic Podsekalnikof, personaggio grottesco di Nikolai Erdmann, che denuncia il vuoto di valori di una società in cui l’individuo si sente nullità. Riaffiora alla mente finanche il mito di Tiresia, che fu uomo e donna. In ultima analisi, però, ti accorgi che, più lievemente e con spiragli ottimistici, l’autore si diverte, con perizia e come una simpatica canaglia, ad emulare Kafka sulla falsariga di Fantozzi.
Eversivo e sornione, ma consapevole al tempo stesso, denuncia in chiave satirica e parodistica, con piglio guascone, alcuni nodi del nostro tempo.
La digitalizzazione della vita e finanche della sessualità. La massificazione dell’esperienza universitaria frutto del capitalismo neoliberista. L’alienazione e la disperazione economica del nuovo proletariato colto.

Dopo un’infanzia consumistica e onnipotente… mi sono ridotto a essere l’animale domestico dei miei genitori, un lussuoso e nulla facente gatto di appartamento, che s’allontana un poco, ma poi ritorna, a chiedere tetto e cibo, privo di doveri e quindi di diritti…
Da bambini ci hanno ingrassati di desideri. E quando poi siamo cresciuti, ci hanno detto che erano finiti i soldi… la sola cosa che non fosse in crisi era la crisi stessa. Applicando la proprietà transitiva, un treenne poteva concludere che non aveva senso iscriversi nemmeno all’asilo visto che comunque non avrebbe ottenuto la pensione.

E ancora. L’impotenza di fronte agli eventi che modellano la propria vita, che spesso appare dominata da forze impietose. L’incomunicabilità e gli inconciliabili rapporti con la generazione dei padri. Un latente disagio a percepirsi uomo di fronte alla capacità crescente della donna di darsi valore. La conseguente difficoltà ad emulare la figura del maschio alfa, che appare un modello irraggiungibile. Dunque la crisi dell’identità di genere e il tema della sessualità.

Da te (lettera al padre) ho imparato che uomo non si nasce né si diventa, ma uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all’emotività, alla complessità, ai chiaroscuri… E tutto questo, un tempo, mi faceva rabbia, mentre ora mi fa tenerezza, perché capisco quanto sia delicata, friabile e disperatamente cava quella roccia chiamata virilità.

Il racconto è ambiguo perché vuole essere frainteso: una foresta di simboli e metafore. È un colorito manifesto generazionale del gregge dei pigiamati e depressi. Una analisi caustica della società così come probabilmente appare ai millennials e alla generazione z, che maggiormente subiscono la disumanizzante digitalizzazione e la crisi dei valori.

… ma è un divertente romanzo che fa riflettere
In questa storia tragicomica, narrata con una scrittura incalzante e cerebrale, con una presa che non lascia requie al lettore, la lingua è protagonista quanto il protagonista stesso, il giovanotto socialmente deceduto. L’autore, infatti, gioca con il linguaggio in modo sapiente e originale dotandolo di nuovi inneschi. La sua è una scrittura mentale piuttosto che emotiva. Modella le parole. Abbonda in aggettivi depistanti, in avverbi comici, in doppi e tripli sensi. Utilizza una prosa caustica e colloquiale. Infierisce con metafore brutali e scoppiettanti, incuriosendo e divertendo il lettore.

Una carcassa surgelata… indossa magliette giallo pus… un bouquet di foruncoli… come il moscone morto fra due palmi… estrazione perdente della loro tombolata cromosonica… esilio pornonautico…

La narrazione è in terza persona e il narratore, onnisciente e strafottente, osserva e descrive come un antropologo spietato. Minuzioso quanto un entomologo un po’ sadico che spilli attentamente i suoi coleotteri. Il racconto procede per sketch, con impianto fumettistico e personaggi-macchietta. I capitoli sono vignette intorno alle quali si coagulano le tematiche e i personaggi. Basta leggerne i titoli per entrare nell’atmosfera, fissare le altre figure della storia e pregustare il divertimento alla lettura.

Il transessualizzato. Falluce (la bella ripetente). Vulve umanistiche. Pornogonia (incontro con Negro) Famiglia cristiana. Il paesello stercoso. Scena madre. La manipolatrice testicolare dottoressa Casoncelli. L’incoscienza di classe. Il primo amore ed altre sciagure (Amelia). Anche dio puzza (il santone di famiglia). Guido Coprofago (amico sincero). Io sono Carmela Pene. Scena padre.

Per non anticipare i colpi di scena e il disarmante finale, si può solo aggiungere che il viaggio dell’antieroe fantozziano include un bizzarro confronto con il genitore, combinato in rete, una kafkiana lettera al padre e, forse, l’incontro con l’amicizia e i sentimenti. Balena all’orizzonte anche un futuro da scrittore intimista.

E per te cosa dovrebbe fare questo tuo amico, a parte cambiare cognome? “Scrivere. Anche se è nato nel letame, lui ha l’istinto per la parola. Forse è tardi per tutto ma non per scriverne… Scrivendo, da passivo potrebbe farsi attivo, trasformare in consapevolezza il dolore”.

L’autore

Alberto Ravasio con l’eccentrico e imbarazzante suo libro d’esordio – finalista al Premio Opera Prima, al Premio Calvino e al Premio Nazionale Narrativa di Bergamo – ha ottenuto un’accoglienza della critica assai positiva. Abbondano le recensioni sui quotidiani e nel web.
Dalle interviste emerge la personalità singolare e intrigante di uno scrittore acuto che ama scherzosamente definirsi filosofo non praticante, ateo di professione e presunto aspirante scrittore che molto volentieri si posizionerebbe fra un Busi e un Palazzeschi. È convinto che l’elemento fantastico, inserito nel reale, possa potenziarne il messaggio e che la lingua debba essere un bagaglio leggero per poter raggiungere tante persone. La letteratura è tutto ciò che non si può dire altrove e che nello spazio letterario viene detto e scritto. Scritto nel miglior modo possibile e scritto una volta per tutte.
Chiarisce che La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera non è un libro sulla transessualità ma un testo sorvegliato dalla complessità, forse una riflessione sulla virilità. La castrazione sessuale corrisponde a quella economica, infatti se non c’è emancipazione economica è impossibile realizzare quella sessuale. Perché Sputacchiera possa cambiare, dovrebbe cambiare la società.

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